giovedì 30 giu
  • Maxiprocesso

    Lunedì 10 febbraio 1986: i leoni in gabbia

    Trent’anni fa come oggi si apriva il maxiprocesso a Cosa nostra e quello fu un giorno indimenticabile per Palermo e per l’Italia. Seicento giornalisti giunti da ogni dove erano pronti a far conoscere al mondo intero quello che sarebbe stato considerato il più grande processo penale celebrato nella storia della lotta alla criminalità organizzata. Nell’aula bunker dell’Ucciardone sedevano 474 imputati e circa 200 avvocati difensori, a rappresentare l’accusa erano stati nominati i pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino.

    Il processo, quella mattina, non si apriva proprio sotto una buona stella, Palermo aveva alle spalle anni di lotte e di cortei funebri. All’inizio degli anni ’80, per le vie del capoluogo siciliano, vi era stata una tremenda guerra di mafia per il dominio del territorio fra i Corleonesi di Totò Riina e la fazione guidata dalle famiglie Bontate-Inzerillo-Badalamenti: nel giro di due anni erano stati commessi più di 1000 omicidi. Ma la morte aveva bussato coi colpi di lupara e col timer anche per i migliori servitori dello Stato, colpevoli di aver tentato di combattere la mafia con leggi, indagini ed azioni: da Pio La Torre a Carlo Alberto Dalla Chiesa, da Boris Giuliano a Cesare Terranova, da Piersanti Mattarella a Gaetano Costa, fino all’uccisione del magistrato Rocco Chinnici. Eppure, dopo la sua morte qualcosa inizia a cambiare. A capo dell’Ufficio istruzione di Palermo arriva un eroe borghese, il giudice Antonino Caponnetto, che ha un’idea maturata sull’esperienza di un altro magistrato, Giancarlo Caselli, che a Torino lotta contro il terrorismo. L’idea era questa: per ragioni di sicurezza, continuità e scambio di informazioni, sarebbe stato molto più utile costituire un vero e proprio pool antimafia, ossia un gruppo di magistrati che si sarebbero occupati di reati di stampo mafioso per la repressione del fenomeno. Nasce, così, il pool antimafia costituito da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, che nella lotta alla criminalità organizzata ha un nuovo strumento: i pentiti. Fra questi il più grosso ed importante è Tommaso Buscetta, chiamato il “boss dei due mondi” per aver coordinato un traffico di stupefacenti fra la Sicilia, gli Stati Uniti e il Brasile. Un personaggio da romanzo: potente, inquieto e anche un perdente come si definirà lui stesso. Arrestato in Brasile nell’ottobre del 1983, inizia a parlare prima con capo della Criminalpol Gianni De Gennaro e poi con Giovanni Falcone, racconta tutto di una mafia di cui sino ad allora non si sapeva quasi niente e la presenta come un fenomeno più importante della stessa criminalità, come un fenomeno composto da criminalità, intelligenza ed omertà, rivelandone organigramma e regole. Dichiarazioni importanti che permettevano agli inquirenti di penetrare nel labirinto degli dei di Cosa nostra. Pian piano, parlerà anche di politica e dei rapporti con la mafia, farà i nomi di don Vito Ciancimino, dei cugini Salvo, dell’on. Lima, ma non dirà tutto per paura di fare la fine del pentito Leonardo Vitale che anni prima, raccontando della mafia e delle sue referenze politiche, non era stato creduto ed era finito in un manicomio criminale. Le rivelazioni di Tommasino Buscetta e di altri pentiti, le indagini del pool antimafia, le intercettazioni e i documenti portarono a centinaia di arresti in un giorno solo: il cd. blitz di San Michele che colse tutti di sorpresa facendo non poco scalpore. Complimenti ed entusiasmo da un lato, silenzio e critica dall’altro. Si parlò, addirittura, di “giustizia spettacolo” e di lotta alla mafia “troppo dura”, non tardò ad arrivare l’ostilità di alcuni componenti della magistratura per quel processo che stava per aprirsi e, naturalmente, per i suoi promotori. Ma si sa, quando si parla di lotta alla mafia e c’è qualcuno che prova concretamente a metterla in atto, si creano subito interi schieramenti di ex soldati dell’antimafia che si oppongono con l’arma del dispiego di risorse e di denaro pubblico ed inizia, come da copione, la stagione dei veleni. E, sempre da copione, i migliori schieramenti si formano all’interno del palazzo di giustizia e, ovviamente, in politica. Oggi come allora accade, casualmente, anche per il processo in corso a Palermo sulla Trattativa Stato-mafia.

    Nonostante l’ostilità, le difficoltà, le campagne di stampa violente ed infelici, il maxiprocesso riuscì a decollare. Non mancarono i problemi da risolvere. In primis, quello dello spazio: fu subito chiaro, infatti, che nessuna aula del tribunale sarebbe stata nelle condizioni di accogliere un processo di quella portata. Così, in quattro e quattr’otto venne costruita la cd.“astronave verde”, ossia l’aula bunker all’interno del carcere Ucciardone che avrebbe permesso uno spostamento più agevole dei detenuti e che, per via dei sistemi di sicurezza di cui era stata dotata, impediva ogni tipo di attacco. Poi, si dovette combattere la paura dei giurati popolari e dei giudici che avrebbero dovuto comporre la Corte, letteralmente terrorizzati all’idea di giudicare quei 474 imputati che erano stati rinviati a giudizio. Lo scenario quella mattina non era uno dei migliori, almeno per la mafia abituata da sempre al silenzio e all’oblio della memoria. All’interno delle 30 gabbie c’erano loro, i leoni di Cosa nostra, gli uomini che avevano messo in ginocchio un’intera isola, torturando, uccidendo, ordinando stragi, eliminando persino i figli di qualche “Giuda” di turno sempre in nome di un «Dio», quello di Isis Nostra. Mostravano una minacciosa tranquillità, si muovevano e osservavano dall’interno delle loro gabbie e qualche volta esternavano delle lamentele per quel processo istituito contro della “brava gente”. Pezzi da novanta come Luciano Liggio che ne se stava a giocherellare col suo sigaro cubano senza mai accenderlo. Pippo Calò, il cassiere della mafia, che doveva rispondere di 137 imputazioni fra cui una sessantina omicidi. E ancora Michele Greco detto il “Papa”, che si affrettò a dichiarare che la violenza non faceva parte della sua dignità. E poi, loro, i big di Cosa nostra: Totò Riina, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, i superlatitanti che rappresentavano l’altra faccia della medaglia. Forse quella delle protezioni di Stato? Non mancherà di certo la presenza di qualche politico come Nino Salvo, mafioso ed esponente della DC, che nel 1962 insieme al cugino Ignazio e grazie all’on. Lima aveva ottenuto l’appalto per la riscossione delle tasse a Palermo. Davanti alla Corte presieduta da Alfonso Giordano, un giudice piccolo di statura, dalla voce stridula ma inamovibile, viene dunque raccontata la storia della mafia. Cadono ad una ad una le certezze della strategia difensiva di Cosa nostra: deludendone le aspettative, Tommasino Buscetta e Totuccio Contorno si presentano in aula rivelando l’organizzazione della mafia siciliana, rimembrando ai leoni gli omicidi commessi, vincendo e stravincendo nei confronti faccia a faccia. Non mancheranno le urla e le lamentele provenienti dalle gabbie: quelle dichiarazioni violente come frustate non verranno mai perdonate dai leoni della Cupola.

    Molti avevano creduto che il processo si sarebbe impantanato in una serie di cavilli, rinvii e legittimi impedimenti che l’avrebbero portato ad abortire nel nulla per la scadenza dei termini. Invece, il processo arrivò fino in fondo: 349 udienze, 1314 interrogatori, 635 arringhe difensive e con uno strano augurio del “Papa” di Cosa nostra rivolto al presidente e ai giurati un momento prima che entrassero in camera di consiglio: «Io vi auguro la pace signor presidente, a voi tutti auguro la pace, perché la pace è la tranquillità, la serenità dello spirito e della coscienza… La serenità è la base fondamentale del giudicare… Io vi auguro che questa pace vi accompagni nel resto della vostra vita». Il 16 dicembre del 1987 il presidente della Corte impiega un’ora e mezza per leggere nomi, condanne e articoli. Erano tutti in piedi col fiato sospeso: imputati, difensori, magistrati, i parenti delle vittime, il sindaco Orlando in rappresentanza del comune di Palermo che per la prima volta si costituiva parte civile, in attesa di quel verdetto che segnerà la storia della mafia siciliana: 19 ergastoli e 2665 anni di carcere.

    Gli anni del maxiprocesso furono anni caldi per Palermo. Al tribunale, non tardò ad iniziare la stagione dei veleni con campagne di delegittimazione dei magistrati del pool. La lotta alla mafia era esclusivamente nella loro mani, non potevano contare sullo Stato perché la politica, quella politica, aveva indossato l’armatura della nemico scegliendo la via dell’isolamento e del silenzio. Un po’ come oggi accade per quel processo in corso a Palermo che racconta le collusioni fra la mafia e la politica. Falcone incarnava uno Stato che, dopo anni di complicità, silenzi e compromessi, manifestava l’intenzione di fare sul serio. Insieme ai colleghi del pool creò un nuovo metodo investigativo, unitario e coordinato, offrendo una visione globale ed internazionale del fenomeno mafioso e dei suoi affari, lasciando una eredità di grandissimo valore nella lotta alla criminalità organizzata. Giovanni e Paolo, non furono vinti dalla paura, né dalle minacce, né dalle campagne di delegittimazione e isolamento attuale da colleghi e da chi avrebbe dovuto proteggerli. Li fermò solamente lo scoppio di due bombe: il 23 maggio e il 19 luglio del ’92. Quelle bombe tolsero all’Italia due dei più importanti e valorosi servitori dello Stato ma scossero le coscienze di tanta gente, soprattutto di tanti palermitani e tanti giovani che scesero in piazza gridando i nomi di quei fedeli servitori e ordinando che la mafia uscisse per sempre dai salotti dello Stato. Oggi, come allora, quell’eredità è stata raccolta da altri giovani e da altri magistrati. La notte tra il 23 e il 24 maggio, davanti alla bara di Giovanni Falcone, il pm Nino Di Matteo indossava per la prima volta la toga: immobile in mezzo all’enorme atrio illuminato dai ceri prometteva a sé stesso, e forse anche a Giovanni, di indossare dignitosamente quella toga onorando e rispettando i valori costituzionali. Oggi l’eredità di Giovanni e Paolo sta in quella promessa, sta nel cuore e negli occhi di quel magistrato palermitano che difende, contro tutto e tutti, i valori della vera lotta alla mafia. E allora, dell’eredità del pool antimafia rimane un impegno ancora più grande iscritto nell’anima e nella memoria dei pubblici ministeri che portano avanti il processo sulla trattativa Stato-mafia.
     

    Palermo
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