domenica 28 ago
  • Vincenzo Agostino

    Omicidio Agostino: fra tradimenti e buchi neri un faccia a faccia con lo Stato dal “volto buono”

    Chissà cosa deve aver provato Vincenzo Agostino quando ha riconosciuto, in mezzo ad altre due comparse, quell’uomo dal volto deturpato che nel luglio del 1989 venne a cercare a casa sua il figlio Antonio.
    Non è mai semplice descrivere le emozioni ed è ancora più difficile quando bisogna parlare di quelle provate per 27 lunghi anni, durante i quali nessuno è stato in grado di dire ad un padre il perché suo figlio fosse stato ucciso e, soprattutto, chi fosse stato a volere che quel grilletto venisse premuto. Il signor Agostino non ha perso solo un figlio, ha perso tutto ciò che la vita può regalare di bello ad un uomo: ha perso la possibilità emozionarsi vedendo suo figlio diventare padre e lui nonno, ha perso la possibilità di vedere crescere suo nipote e di raccontargli ed insegnargli cosa la vita non dovesse essere. Probabilmente il signor Agostino ha pensato a tutto ciò quando venerdì scorso è stato chiamato a riconoscere nell’aula bunker dell’Ucciardone in un confronto all’americana l’uomo chiamato “faccia da mostro”, non dimenticando il dolore che l’ha accompagnato per tutti questi anni. Oggi, quel volto deturpato avrebbe un nome e un cognome: sarebbe Giovanni Aiello, ex poliziotto della squadra mobile di Palermo legato ai servizi segreti, accusato da diversi pentiti di essere un sicario a servizio delle cosche che tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 si muove sullo sfondo di tutti gli omicidi eccellenti. Ed è proprio per l’omicidio dell’agente Antonio Agostino che lo stesso Aiello è indagato insieme ai boss Antonio Madonia e Gaetano Scotto. Ad accusare l’ex poliziotto è il pentito Vito Lo Forte che, lo scorso novembre, ha raccontato che sarebbe stato proprio Aiello a consentire ai boss Madonia e Scotto, esecutori materiali del reato, a fuggire con un auto “pulita” dopo averli aiutati a bruciare la motocicletta usata nell’agguato, rivelando inoltre di aver saputo che l’omicidio era stato compiuto «per fare un favore ad importanti funzionari della Polizia». Nonostante fossero passati ben 27 anni dall’ultima volta che lo aveva visto, il signor Agostino venerdì non ha esitato a riconoscere Aiello come l’uomo che, insieme ad un altro giovane, tra l’8 e il 10 luglio del 1989 si era presentato a casa sua per chiedere del figlio Nino, dicendo di essere un collega.

    Come tante altre storie di morti ammazzati, quella dell’agente Agostino è fatta di depistaggi, di carte “stracciate”, di verità nascoste, di misteri e di Servizi “deviati”. È la storia di un ragazzo che aveva un sogno e una passione: essere un uomo di legge, un poliziotto. È una storia di guardie e di ladri, in cui le guardie che avevano deciso di dare la caccia ai ladri hanno incontrato altre guardie che avevano scelto, però, di non fare la guerra ai ladri di Cosa nostra. È un mondo strano dove niente è quello che sembra, in cui i traditori sono gli amici, la verità è macchiata dalla menzogna e le persone scompaiono nel nulla. Antonio Agostino era un agente del commissariato di San Lorenzo ucciso, insieme alla moglie Ida incinta di pochi mesi, da due killer in motocicletta una domenica d’estate, il 5 agosto del 1989, a Villagrazia di Carini davanti agli occhi del padre Vincenzo. Fatto così, con quella precisione, sembrava un delitto di mafia. Ma perché Cosa nostra avrebbe dovuto uccidere il poliziotto e la moglie? E ancora, perché qualche giorno prima dell’agguato Antonio dice al padre: «Se mi succede qualcosa, recupera le mie carte che si trovano in quell’armadio»? Lo stesso armadio a cui fa riferimento un biglietto trovato nel suo portafoglio «Guardate dentro il mio armadio», c’era scritto. Quelle carte, però, dopo la sua morte spariscono. Ai funerali il giudice Falcone dirà: «Io a quel ragazzo gli devo la vita». Eppure, ufficialmente Agostino non si occupava di mafia, ma il suo delitto è qualcosa dai contorni più sfuggenti. Qualche giorno dopo la sua morte arrivano delle strane rivendicazioni: una in particolare rivolta a Domenico Sica, capo dell’alto commissariato antimafia, in cui un uomo misterioso informa i carabinieri che ad installare il tritolo all’Addaura, presso la villa di Falcone, sarebbe stato l’agente Agostino; ma quel telefono è sprovvisto di registratore e l’uomo che parla lo sa ed intima di non cambiarlo. Chi ha chiamato non voleva che quella telefonata venisse registrata, perché? Forse perché temeva che la sua voce potesse essere riascoltata e quindi riconosciuta? Prima stranezza. C’è un altro particolare che fa riflettere: il giorno in cui è stato ucciso, l’agente Agostino non doveva essere lì ma al lavoro a finire il suo turno, ma quel turno l’aveva cambiato perché era il diciottesimo compleanno della sorella, eppure i killer erano lì ad aspettarlo come se lo sapessero. Seconda stranezza.
    A distanza di sette mesi succede qualcosa ad un amico dell’agente Agostino: il 15 marzo del 1990 sparisce Emanuele Piazza, un poliziotto con il sogno di catturare un grosso latitante ed entrare nei servizi segreti. Era in contatto con il Sisde attraverso il capitano Grignani e a casa aveva una lista di 136 latitanti del calibro di Bernardo Provenzano e Totò Riina. Falcone s’interessò personalmente alle indagini andando fino a Roma a chiedere se Piazza lavorasse con il Sisde, ma negarono ogni legame indicandolo come un semplice agente in prova. Qualche anno più tardi un mafioso e confidente dell’agente Piazza, Francesco Onorato, inizierà a parlare raccontando i dettagli dell’omicidio: i due erano in contatto poiché il poliziotto voleva arrivare alla cattura del latitante Totò Riina. Un giorno s’incontrano, si salutano abbracciandosi e la scena non sfugge al boss Salvatore Biondino e quel punto Onorato è costretto a tendere una trappola a Piazza che morirà sotto i colpi della lupara bianca. Solo nel tempo si scoprirà dunque che, sia Emanuele Piazza che Antonio Agostino erano due poliziotti sotto copertura a caccia di latitanti.

    Non sono mancati i tentativi delegittimazione dell’attività svolta dai due poliziotti: secondo le voci che giravano in quei mesi, sarebbero stati proprio loro a mettere la bomba all’Addaura. La storia dei depistaggi nei delitti di mafia è un copione che si ripete volta per volta e quasi certamente, nella storia di Cosa nostra recente e passata, non c’è mai stato un caso di omicidio di un magistrato, poliziotto, giornalista o politico in cui non si sia cercato di avallare tesi diverse da quelle reali, finalizzate a “giustificare” quelle morti. Tuttavia, le recenti esternazioni del pentito Vito Galatolo hanno svelato dei particolari di non poca rilevanza. Stando alle sue dichiarazioni, il cugino Angelo che nel 1989 si trovava all’Addaura pronto ad azionare il telecomando per far esplodere la bomba destinata ad uccidere il giudice Falcone, avrebbe desistito dopo aver notato il poliziotto Agostino. Inoltre, rivela che i due poliziotti erano conosciuti all’interno di Cosa nostra e più volte erano stati visti in vicolo Pipitone. Quel vicolo in cui, lo stesso Galatolo, avrebbe più volte visto altri soggetti fra cui il mafioso Gaetano Scotto, l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada e Giovanni Aiello alias “faccia da mostro”. Quest’ultimo era stato descritto dal pentito come un soggetto dalla corporatura robusta, dai capelli biondo chiaro, con il lato sinistro del volto rovinato ed una macchia di colore violaceo; avrebbe poi saputo che si trattava di un soggetto appartenente ai Servizi Segreti che forniva coperture e protezione. Il soggetto in questione, stando a Galatolo, si sarebbe incontrato anche con il dott. Contrada, che in vicolo Pipitone era di casa, il quale vi si recava accompagnato dall’avv. Marco Clementi, storico difensore dei Madonia, dei Galatolo e dei Di Trapani.
    Di “faccia da mostro” parla anche un altro pentito, Vito Lo Forte, che sostiene di averlo conosciuto verso la fine degli anni’80 grazie a Gaetano Scotto che lo descriveva come una persona “molto valida”, esperto in rapine ai caveau delle banche e in attentati con l’utilizzo di esplosivi. Secondo Lo Forte, sarebbe stato proprio “faccia da mostro” a risalire all’identità dei due poliziotti, Agostino e Piazza che avrebbero visto Angelo Galatolo all’Addaura prima del fallito attentato, e a riferirla poi a Cosa nostra.

    “Faccia da mostro” non è nuovo negli scenari degli omicidi eccellenti. Di lui aveva parlato per la prima volta il mafioso Luigi Ilardo, confidente dei carabinieri e ucciso prima di diventare un collaboratore di giustizia, che lo aveva inquadrato in uno dei tanti misteri italiani: il fallito attentato all’Addaura. Ancora, il pentito Lo Forte lo indica come il soggetto che insieme a Gaetano Scotto aveva partecipato all’attentato al giudice Borsellino. Ne parla anche il papà dell’agente Agostino riconoscendolo come l’uomo che, qualche giorno prima che suo figlio venisse ucciso, era andato a casa sua a cercarlo. E ancora, si parla di incontri fra Bruno Contrada e l’uomo dal volto deturpato avvenuti a Palermo in un casolare di vicolo Pipitone, frequentato da mafiosi e da cui partirono i comandi che uccisero Rocco Chinnici, Ninni Cassarà e Natale Mondo. Insomma, non sarebbe difficile immaginare che si trattasse di una zona dove la mafia e lo Stato si accomodavano allo stesso tavolo e sarebbe facile intuire che gli argomenti potessero non essere proprio dei più leciti. Chissà poi cosa avrebbero avuto da dirsi un mafioso e un appartenente ai Servizi Segreti. E chissà qual è il motivo per cui un appartenente ai Servizi Segreti, a detta di collaboratori e testimoni, riappare in diverse occasioni chiave della stagione di sangue, molte non ancora chiarite ed imbrattate di silenzi e depistaggi. Il ruolo di “faccia da mostro” sarebbe forse quello di essere l’uomo cerniera fra l’intelligence e la mafia? E quali sarebbero stati gli scopi di questa mediazione nei principali scenari di sangue?
    E ancora, chissà perché un appartenente ai Servizi segreti viene inquadrato nell’omicidio dell’agente Agostino ucciso un pomeriggio d’estate del 1989 insieme alla moglie Ida e ad un bambino mai nato, di fronte agli occhi del padre che ha promesso di non tagliarsi barba e capelli finché giustizia non verrà fatta. Forse perché, insieme all’agente Piazza, aveva impedito lo scoppio di una bomba destinata al giudice Falcone? In quelle carte, a cui aveva fatto riferimento parlando col padre e a cui molto probabilmente si riferiva nel biglietto riposto all’interno del suo portafoglio, che cosa c’era scritto? Secondo le parole di Guido Paolilli, collega e amico dell’agente Agostino, intercettato da una microspia collocata nel salotto di casa sua, a prendere e distruggere quelle carte sarebbe stato lui stesso. La sua posizione è stata al momento archiviata, ma di certo il nome di Paolilli è un’altra delle ombre sul delitto Agostino. Due domande accompagnano quest’ultima parte del racconto: perché distruggere quelle carte? E, soprattutto, su ordine di chi?
    Se fosse un romanzo questa storia avrebbe certamente dell’incredibile. Comunemente nelle storie di guardie e ladri, i cattivi sono i ladri e i buoni sono le guardie che assicurano i criminali alla giustizia. Ma alle volte, forse troppo spesso nella storia di questa Italia, le cose non sono andate proprio così: i ruoli sono stati alterati e le pagine di questo grande libro sono state macchiate col sangue di quelle guardie e di quei magistrati che avevano creduto nella vera lotta alla mafia.
    I protagonisti di questa storia intricata sono dunque gli sbirri, i mafiosi e le spie. E poi c’è lui, il signor Agostino che ha il volto segnato da un tempo ladro di verità e giustizia e a cui la vita o lo Stato, che ognuno faccia le proprie considerazioni, ha fatto lo scacco più doloroso: gli ha tolto un figlio e la bellezza di tornare a guardare il mare senza sentire una fitta al cuore. Oggi, dopo questo riconoscimento, il signor Agostino ha una luce diversa negli occhi ed è forse data dalla speranza di essere vicini a quella verità che, lottando con tutte le sue forze, chiede oramai da 27 lunghi anni.

    Palermo, Sicilia
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