domenica 4 dic
  • Pani ca meusa

    L’amore ai tempi della meusa

    In una porzione di marciapiede, nel quartiere di Brancaccio, ci sono tre saracinesche dalle quali sbuca una vetrina lunga una decina di metri. È curata come quella di una gioielleria, anche se non contiene pietre preziose. Contiene cibo. Delizie capaci di metterti il buon umore solo a guardarle, e profumi che restano imprigionati nei vestiti per giorni. Un posto rimasto uguale a sessant’anni fa, quando aveva aperto. È l’antica friggitoria dei fratelli Lo Cascio.
    Ogni sera, la vetrina diventa un muro che separa la folla, affamata e disordinata, da alcuni uomini che dall’altra parte servono i clienti.
    Le auto davanti il marciapiedi sono sparpagliate a casaccio, come se la benzina fosse finita all’improvviso. Sembrano auto abbandonate se non fosse per il fatto che al loro interno vi sono delle persone. Non più automobili, ma sale da pranzo piene di donne e bambini che mangiano e urlano, mentre gli uomini apparecchiano i cofani con vassoi di cartone pieni di cibo fino a scoppiare.
    Stasera, tra la gente c’è una coppia di ragazzi che tenta di ordinare: Cesare e Giusy.
    Si sono fidanzati in casa la settimana scorsa e questa è la loro prima uscita da soli.
    Cesare è magro, ha un naso enorme e un’espressione cagnesca. Giusy ha due occhi neri circondati da una maschera di trucco che appesantisce il numero dei suoi pochi anni. Un cerone che la rende seducente e volgare.
    Cesare ripete ancora una volta la sua ordinazione, ma nessuno gli da retta.
    «Che cci vuoi ne cartoccio?» grida un tizio alla moglie seduta in auto.
    Da una vecchia Panda, una donna risponde: «Saassa roosa».
    La donna in auto potrebbe avere venti o cinquant’anni, è gigantesca, con una grossa testa e la pelle del viso tirata come quella di un tamburo. Sta spaparanzata sul sedile posteriore e fra le braccia stringe una bimba, talmente piccola che le scompare fra le mani. Sullo stesso sedile, due bimbi giocano alla lotta rigirandosi più volte da tutte le parti. La donna li sgrida di continuo e ogni tanto li picchia, ma quei due non vogliono saperne di stare fermi.
    Cesare e Giusy stanno immobili mentre la gente intorno continua a muoversi.
    Tutti ordinano qualcosa e nessuno si preoccupa di chi pagherà, cosa. Né i clienti, né chi lavora alla friggitoria. Sopra la vetrina c’è un block notes tutto scarabocchiato che sembra funzionare meglio di un tablet, infatti ogni volta che qualcuno chiede il conto, l’importo arriva preciso al centesimo e in pochi secondi.
    Cesare guarda il telefono: si sta facendo tardi. Alle nove e mezza Giusi deve tornare a casa, altrimenti suo padre non la farà uscire più.
    Da una Golf grigia, un bambino colpisce il clacson e solo quando il colpo è assestato bene la macchina strilla. Dietro il bancone, di fronte all’enorme pentola inclinata, il meusaro è all’opera. Mezzo limone tagliato diventa una spugnetta bagnadita, infatti, ogni volta che deve prendere un tovagliolo intinge pollice e indice tra gli spicchi, per afferrare alla svelta i fogli di carta velina quadrati. Prima di consegnare il panino, però, il meusaro pone al cliente una domanda di natura esistenziale: «Limome o formaggio?».
    Cesare sbuffa e guarda l’orologio. Giusy gli prende la mano.
    Un ragazzo ha poggiato il suo vassoio sopra un cestino dei rifiuti stracolmo. Mangia sereno come se di fronte avesse un tavolo di cristallo luccicante. All’interno del locale ci sono le friggitrici, grosse come vasche da bagno e una donna che le tiene a bada. L’unica femmina del gruppo. Lancia dentro le enormi reti metalliche decine e decine di piccoli oggetti per poi ripescarli in tutto la loro magnificenza: crostini, arancine, rizzuole, panelle, crocchè, rascature.
    Cesare pensa che se perderanno ancora tempo le altre macchine si prenderanno i posti migliori, quelli della zona industriale, con il muro davanti e i rami degli alberi tutto intorno a coprire i finestrini. Non c’è mai stato prima, ma ci passa davanti da quando era piccolo.
    «Ora ci sputu nt’a faccia a chistu» dice sottovoce Cesare.
    «Allora egregio signore» dice il meusaro, «due panini ca Meusa. Giusto?».
    «Sì” risponde Cesare.
    «Limome o formaggio?».
    «Limone e formaggio».
    Cesare e Giusy salgono in macchina e dopo pochi minuti si fermano. Davanti l’auto un muro e tutto intorno, a proteggerli, gli alberi.
    Non mangiano e non parlano. Si guardano. Cesare mette la loro canzone: «L’ammore è ammore».
    Dal lunotto dell’auto, un tigrotto grigio di peluche dagli occhi blu fa la guardia.
    La macchina inizia ad agitarsi dolcemente mentre la canzone va avanti, «…l’ammore, arriva zittu zittu e nun se fa sentì, te sbatte forte o core te siente e murì, o stregne forte pure roppe fatte ammore…».
    Il tigrotto rotola su un fianco e la macchina smette di ballare. Nessuno dei due ha toccato cibo, si è fatto tardi. Sono rimasti pochi minuti e preferiscono abbracciarsi e ascoltare ancora una volta la loro canzone. Alle nove e mezza spaccate Giusy apre la porta di casa, il padre, in cucina, guarda la televisione a tutto volume e la madre fa finta di trovarsi davanti l’ingresso per caso.
    Giusy la saluta baciandola, come fa sempre, e la madre strabuzza gli occhi. Fiuta la bocca della figlia come farebbe un animale e d’istinto dice: «Fai feto ri minchia!».
    Giusy pensa di non essere più in grado di respirare.
    «Chi è? Chi cci fu?» urla il padre dalla cucina.
    Giusy è terrorizzata. Muta e terrorizzata.
    «Nieante, ci rissi ca fa feto ri meusa» dice la donna al marito e poi sussurra alla figlia: «Va sgrasciati ‘u mussu prima ‘i salutare a tto patri».
    Giusy corre in bagno, mentre Cesare, nello stesso istante, sta guidando per tornare a casa dai suoi.
    In auto il profumo dei panini ha invaso l’abitacolo e mai il profumo di pane ca meusa era stato così intenso.

    Palermo
  • 4 commenti a “L’amore ai tempi della meusa”

    1. Evidentemente Cesare aveva votato la Clinton…

    2. Tra una marchetta della PR di turno e uno spaccato di storie animalesche con pretese di neorealismo questo blog riesce ogni giorno a scendere più in basso.

    3. Meglio una storia animalesca, firmata, che un commento anonimo: sta tutta qua la differenza tra me e lei.

    4. devo dissentire.Sono 2 concetti separati,ognuno dei quali merita un approfondimento.Il post descrive lo squallore di una specifica fascia sociale palermitana,ma Palermo e’ anche altro.In una fascia diversa,la frase sarebbe stata “va lavati ca sentu ciauru di mi,chia”.
      Descritta magistralmente la ressa che si crea davanti il venditore di pani ca meusa.Auto parcheggiate malamente,gente che sbafa,etc.

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