sabato 10 dic
  • "Lo stato nascosto"

    “Lo stato nascosto”, un tè con l’autrice Monica Capodici

    In un pomeriggio di metà novembre incontro Monica nel suo appartamentino palermitano. Mi aspetta sull’uscio di casa con i suoi grandi occhi castano scuro ed il suo sorriso accogliente: scatta, inconsciamente, un reciproco senso di gratitudine. Sul tavolo, accanto alle tazze da tea, il suo primo libro Lo stato nascosto, scritto insieme ad Antonio Michele Moccia, nato da un’idea di Antonello Marini. Un capolavoro di 240 pagine che verrà presentato, insieme all’editore Salvatore Insegna e all’Associazione Liberi Sempre, venerdì 25 novembre, alle ore 16:30, presso il Museo del giocattolo e delle cere “Pietro Piraino” di Bagheria.

    Con timido entusiasmo, in un mix di trasporto e consapevolezza, sollecitata dalle mie domande, Monica inizia a raccontare la sua passione per la verità e la giustizia. Nata a Palazzo Adriano, in territorio corleonese, sceglie sin da subito da che parte stare: nel marzo 1992, poco più che ragazzina, vede il corpo di un uomo del luogo caduto sotto i colpi di lupara. In un territorio dove ancora oggi si dice che la mafia non esiste, Monica sceglie di rifiutare la mentalità omertosa e negazionista ed inizia la sua battaglia per la verità e la giustizia che la condurrà, insieme ad Antonio Michele Moccia, a mettere nero su bianco i rapporti, le mediazioni, i compromessi che siglarono la pax mafiosa. Lo stato nascosto s’inserisce in uno spaccato di storia cruciale per la lotta alla criminalità organizzata: sul terreno infuocato del processo sulla trattativa Stato-mafia, questo libro con nomi, cognomi, date, a suon di sentenze, provvedimenti e risultanze processuali, è una denuncia morale dell’intero sistema criminale mafioso. Un grido per rompere l’assordante silenzio di stampa ed istituzioni dinnanzi ad un processo in cui, per la prima volta, sul banco degli imputati accanto ai mafiosi siedono pezzi delle istituzioni. «È il processo di tutta l’Italia – spiega l’autrice – perché oggi la mafia silente è penetrata all’interno di qualsiasi ramificazione istituzionale-amministrativa». «Il libro si presenta come una mini enciclopedia in cui, attraverso un filo conduttore, vengono raccontati con piena cognizione di causa e meticolosità i tanti legami tessuti nel tempo dalla mafia: dallo sbarco degli americani in Sicilia, da cui parte la prima vera trattativa, sino ad oggi in cui s’ipotizza una costante rinegoziazione».

    Questa sua prima pubblicazione ha, in assoluto, il secondo grande merito di riportare nella prefazione la firma del dott. Nino Di Matteo, pm nel delicato processo sulla trattativa Stato-mafia. Quale peso ha oggi questo nome all’interno di un libro che racconta, in maniera tecnica e precisa, le vergogne di uno Stato che sembra fin troppo corrotto e corruttibile? «Nino Di Matteo è una persona di sanissimi principi e valori, che svolge il suo lavoro onorando dignitosamente la toga che veste e che non demorde dinnanzi ai rifiuti, da parte del CSM, delle sue domande di trasferimento alla Direzione Nazionale Antimafia e al clima di isolamento che da diverso tempo, si respira intorno a Lui. Oggi, porta avanti insieme ai colleghi del pool “il processo del secolo” in cui lo Stato processa lo Stato e la mafia, per scoprire chi ha fatto cosa e perché. Per ciò che quest’uomo sta facendo ed il modo in cui lo sta facendo, questo libro che riporta nella prefazione la sua firma, non viene presentato a Palermo ed in diverse librerie non viene venduto. In realtà – spiega ancora l’autrice – nessuno vuole parlare della trattativa. C’è una volontà di insabbiare il processo e le stesse verità che potrebbero venir fuori. Basti pensare che sono dovuti arrivare un regista americano ed un giornalista inglese per parlare della nostra trattativa, di cui tutti sanno ma nessuno dice. Sembra di essere tornati al ’92 quando dopo la morte di Falcone, nei 57 giorni che separarono le due stragi, Borsellino, persona informata sui fatti, non venne mai sentito dalla procura». Ascoltandola, sembra naturale chiederle il perché di tanta ostilità e negazione di fronte ad un processo che, invece, dovrebbe render fiera la società e lo Stato che viene ripulito della sua parte più malata. «Ci sono pentiti che hanno fatto nomi di personaggi politici eccellenti che ancora oggi, seppur indirettamente, popolano la scena detenendo porzioni importanti di potere. Sul banco degli imputati siedono mafiosi che sono già in galera per scontare condanne all’ergastolo, che motivo avrebbero di uccidere Di Matteo e fermare il suo lavoro con il processo? È possibile ipotizzare che la volontà di procedere in tal senso provenga più dall’altra parte: dalla parte di coloro che dal suo possibile proseguo rischierebbero di essere condannati e detenuti, degli altri potrebbero essere processati o, addirittura, potrebbero venir fuori responsabilità legate ad altri fatti di reato». «Si parla – prosegue l’autrice – di un processo in cui si cerca in tutti i modi di distruggere il teste chiave, Massimo Ciancimino, senza le cui dichiarazioni questo processo non ci sarebbe stato. E ricordo che su moltissimi suoi documenti, compreso il “papello”, è stata esclusa qualsiasi traccia di manomissione».

    Sfogliando le pagine di questa pubblicazione incontriamo due casi ancora oggi oggetto d’attenzione processuale e sociale. Il caso di Attilio Manca, urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, che si ipotizza essere stato contattato da colletti bianchi per operare di tumore alla prostata un certo Gaspare Troia. «Dalle foto del corpo di Attilio, da alcune risultanze processuali e dalle dichiarazioni di pentiti, si comprende a chiare lettere come non si sia trattato del suicidio di un drogato ma di un vero e proprio omicidio, molto probabilmente legato alla vera identità di quel Troia: diversi pentiti dichiarano infatti che si sarebbe trattato, in realtà, di Bernardo Provenzano».
    Il secondo caso trattato riguarda il Maresciallo dei Carabinieri Saverio Masi, attualmente capo scorta del giudice Nino Di Matteo. «Masi è uno dei migliori investigatori che l’Italia possa vantare. Quando venne spostato a Palermo, in pochissimo tempo, riuscì ad individuare il covo di Bernardo Provenzano ed a scoprire la rete di protezione che gli aveva garantito decenni di latitanza. Il Maresciallo Masi deciderà di mettere nero su bianco gli ostacoli posti dai suoi superiori per la cattura del boss. Se l’avessero lasciato libero di portare a termine il suo lavoro – spiega ancora Monica – io credo che, probabilmente, Attilio Manca non sarebbe morto e Provenzano sarebbe stato consegnato alla giustizia almeno 4-5 anni prima del suo arresto». Ad oggi il maresciallo Masi, che è stato vicinissimo anche alla cattura dell’ultimo padrino dell’epoca stragista Matteo Messina Denaro, non ha ancora avuto la possibilità di rientrare a far parte del reparto investigativo.

    Oggi è chiara, salvo rare eccezioni, la volontà sociale, politica, istituzionale e giornalistica di tacere su questa vicenda processuale e di lasciare che le cose non cambino. Spesso, si giustifica l’ostilità e l’indifferenza nutrita nei confronti del processo sulla trattativa come un inutile sperpero di risorse pubbliche. «Sono fatti di vent’anni fa… ma cosa vuoi che scoprano? Certe cose non si sapranno mai. Tanto le cose non cambiano…», è questo che troppo spesso ci si sente dire. Si, è vero. Le cose non cambiano e non cambieranno finché questa società, forse un po’ per stanchezza o per naturale disinteresse, sceglierà il digiuno della verità. Fin quando sceglierà di “cambiare tutto, per non cambiare niente” e le parole gattopardiane risuoneranno nella testa di quegli italiani “ciechi” e “sordi”, i problemi che segnano la nostra quotidianità (dalla corruzione al racket, dal voto di scambio politico-mafioso all’evasione fiscale, dal lavoro in nero che nega soprattutto ai giovani una qualsiasi progettualità, al traffico di stupefacenti che strappa a tanti genitori i propri figli) continueranno ad esistere e ad accrescersi. Se vogliamo davvero che questa terra bellissima e disgraziata, respiri quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo Borsellino, dobbiamo parlare di mafia, dobbiamo informarci, dobbiamo opporci ad una qualsiasi strumentalizzazione dei nostri diritti e del nostro pensiero, che si traduce in una compressione della nostra libertà. Nella vita di tutti i giorni, dobbiamo imparare a scegliere di migliorare quella piccola parte di mondo che ci troviamo ad occupare, lo dobbiamo a noi stessi e alle nostre piccole e quotidiane battaglie. In fondo, si sa, sono le piccole battaglie che permettono di vincere la guerra.
    Grazie a Monica Capodici per questo pomeriggio fatto di piccole e semplici cose: un tè che accompagnava la luce rossa di un tramonto, un libro ed una passione.

    Palermo, Sicilia
  • Un commento a ““Lo stato nascosto”, un tè con l’autrice Monica Capodici”

    1. È importante che i giovani di questa bellissima terra possono diventare protagonisti del futuro della Ns Sicilia e fare valere quei principi di giustizia verità è legalità, se vogliamo spogliarci di questo pesante fardello e ridare dignità ai siciliani onesti abbiamo l’obbligo morale di fare un passo indietro e fare in modo che chi lavora mettendo a rischio la propria vita venga supportato soprattutto dalle istituzioni. Dobbiamo supportare i giovani e i loro ideali di giustizia e verità perché loro saranno la futura classe dirigente di questo paese ,sono certa che faranno meglio.

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