martedì 20 feb
  • Terremoto del Belice: 50 anni dopo il racconto di un volontario

    Terremoto del Belice: 50 anni dopo il racconto di un volontario

    Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un violento terremoto di magnitudo momento 6,4 sconvolse la valle del Belice, una vasta zona compresa tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani, distruggendo diversi comuni. Oggi, a distanza di cinquanta anni molti di noi possono solo immaginare cosa abbia provato chi si è trovato di fronte all’immane catastrofe provocata dalla natura. Solo chi lo ha vissuto può farci rivivere quei momenti di dolore e terrore, come Salvatore Stefano, giovane studente palermitano che allora, divenuto da poco maggiorenne, decise di recarsi sul luogo per prestare il proprio soccorso.

    Palermo, 15 gennaio 1968. Mi piacerebbe tanto ricordare questa data per il semplice fatto che da poco ero diventato maggiorenne e che quell’anno avrei sostenuto gli esami di maturità e preso la patente. E invece no!
    Perché oltre alla data, ricordo un orario in particolare. Erano le 3:01 e dormivo di sasso già da un bel po’ dopo la consueta abbuffata domenicale in famiglia, quando un potentissimo boato svegliava me e i miei familiari. Ricordo le urla di mio padre: «’U tirrimuotu, ‘u tirrimuotu», la paura di mia madre che d’istinto aveva afferrato il rosario che teneva accanto a sé “’nta culunnietta” e recitava a squarcia gola: «Rusulia, Rusulia io cù tia e tu cu mia… picchì ‘u Signuri ni mannò ‘stu castìu?».
    Ricordo l’impotenza nel prendere qualunque decisione e la paura che paralizzava le mie gambe, la mia bocca. Ricordo lo spintone di mio padre che impaurito ma sempre pronto ad aiutare i suoi figli mi ripeteva: «Scinni, scinni iusu, am’a niesciri ri ca rintra».
    Ricordo la gente in processione, eravamo almeno un migliaio, e il prete con il crocifisso in mano e una candela che fiocamente illuminava la strada buia, tutti in marcia verso la chiesa per implorare a Dio la fine di questo tormento.
    Non avevo ancora capito bene cosa fosse successo né, visti i tempi in cui le comunicazioni erano tutt’altro che veloci, dove la collera divina (“’U castìu ri Diu”) avesse fatto i suoi danni peggiori. Per capirlo ci volle qualche ora. Precisamente bisognò attendere le prime luci del mattino quando, ripristinate le comunicazioni radiofoniche e televisive (per chi a quei tempi aveva la fortuna di possedere un televisore), sentì pronunciare la frase: «Belice raso al suolo dal violentissimo terremoto».
    “Raso al suolo” era una frase che fino ad allora avevo letto solo sui libri di storia, e non riuscivo nemmeno ad immaginare cosa in realtà volesse dire, ma capivo la gravità della cosa e sentivo in me il bisogno di dare una mano a chi era andata peggio che a me.
    Sì, perché mentre da noi qualche fabbricato aveva subito appena qualche lesione e si contava qualche ferito, sapevo benissimo che nella valle del Belice non sapevano nemmeno come contare i morti.
    Così, giusto il tempo di preparmi insieme ai miei fedelissimi amici, membri del movimento studentesco, salì a bordo di un camion messoci a disposizione gratuitamente e carico di capi di abbigliamento, ancora come nuovi, indumenti intimi, e derrate alimentari di prima necessità. Con il tutto e in aggiunta di reti e materassi comprati con i soldi raccolti ci siamo avviati verso i comuni della valle del Belice, senza una meta precisa in quanto si sapeva di difficoltà che avremmo poi verificato sulla raggiungibilità dei comuni più colpiti. Non c’era allora il soccorso della telefonia mobile e tutto era incerto. Abbiamo potuto comunque raggiungere dopo un percorso tormentato quello che sapevamo sin dalle prime ore fosse il luogo più colpito: Montevago. Per ragioni di sicurezza non ci fu permesso raggiungere i cumuli di macerie di quello che un tempo era il centro abitato del Comune, ma era sufficiente avvicinarsi fino al limite concesso per capire che quello che avevo davanti agli occhi era solo un accenno di una tragedia di dimensioni immani che oggi posso solo limitarmi a raccontare sperando che l’emozione e il dolore non prendano il sopravvento sulla memoria storica.
    Sono passati ben cinquant’anni da allora e non c’è giorno in cui la mia mente non torni indietro a quei giorni. Ricordo di aver lasciato tutto quanto avevamo portato con noi ai responsabili della tendopoli, ma ciò che non potrò mai dimenticare, portandmeli sempre dietro non so per quanto tempo, ma in parte fino ad ora, sono gli sguardi impauriti di bambini inermi, volti di donne affranti dal dolore e visi rugosi di anziani lasciati in tenda a dare conforto ai più giovani e alle donne, mentre gli adulti erano in giro a prestare soccorso laddove ce n’era bisogno. Ricordo le istituzioni inademipienti e la Chiesa assente, ma non potrò mai scordare il calore umano che non ha permesso alla rabbia, alla commiserazione e alla paure di impossessarsi delle notre menti, e che di fronte ad una così immensa furia della natura ci ha permesso di reagire continuando a vivere!

    Palermo, Sicilia
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