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	<title>Palermo blog - Rosalio &#187; Cassate da Milano</title>
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		<title>Le mie dimissioni</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 23:01:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Tudisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Mi dimetto da siciliana! Questa volta sul serio; ho cercato di resistere, ho mantenuto la mia residenza anagrafica a Palermo perché volevo ancora essere parte di un ipotetico progetto di riscatto. Volevo poter dire la mia su quello che succedeva nella mia città, nella mia regione. Adesso basta! Perché non ne vale la pena, perché [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi dimetto da siciliana!<br />
Questa volta sul serio; ho cercato di resistere, ho mantenuto la mia residenza anagrafica a Palermo perché volevo ancora essere parte di un ipotetico progetto di riscatto. Volevo poter dire la mia su quello che succedeva nella mia città, nella mia regione. Adesso basta! Perché non ne vale la pena, perché non c’è nessun motivo per cui io debba continuare a sperare e a lottare per qualcuno che non ha alcuna voglia di farsi salvare. Domani cambierò la residenza, poi forse mi farò trasfondere del puro sangue padano; perché io quelli che al Nord votano Lega li capisco. Li capisco benissimo! Hanno da difendere la ricchezza costruita nel passato, quella che costruiscono giorno dopo giorno nel presente, quella che costruiranno nel futuro ed è naturale che vogliano disfarsi di regioni che campano sull’assistenzialismo. Riesco pure a capirli, anche se con molto sforzo, quando votano Lega per assecondare la loro xenofobia; quando vogliono cacciare lo straniero perché a volte, loro visi pallidi, diventano la minoranza.<br />
Scendendo un po’ più a sud capisco quelli che in Campania hanno deciso di togliere il loro voto alla sinistra, perché da mesi vivono una situazione di disagio estremo ed era giusto che fosse così.<br />
Capisco tutto, soltanto le dinamiche siciliane mi sfuggono.<span id="more-3266"></span><br />
Noi non abbiamo niente da difendere; non abbiamo nessuna ricchezza, né passata né presente né, a mio modo di vedere, futura. Non abbiamo servizi, non abbiamo ferrovie, non abbiamo ospedali, non abbiamo infrastrutture, non abbiamo neanche lontanamente le basi per creare sviluppo. A volte ci mancano le più elementari regole di civiltà. Eppure, quelli che ci governano, male, da anni restano saldamente ai loro posti. Sia ben chiaro, non sto parlando di schieramenti, non parlo né di destra né di sinistra, parlo di risultati. Parlo di evidenti disservizi, parlo dei nostri numeri che ci tengono ancorati al fondo di tutte le classifiche, parlo di disoccupazione cronica. Parlo di quel paradosso che ci ha visto cacciare Cuffaro, occupare le strade e le tv travestendoci da cannolo per esorcizzare lo spettro di ciò che ci sembrava il male e che si è risolto attribuendo al suo naturale successore un consenso ancora più vasto. Allora, la conclusione mi appare evidente, il siciliano ama vivere così, nella totalità inconsapevolezza, senza alcuna capacità critica. Per questo mi dimetto da siciliana, perché io so di non essere così. Perché so di essere diversa dal quel 65% che ha votato per una presunta autonomia. Sono diversa perché io non voglio sopravvivere o vivacchiare o tirare a campare, come quel 65% si accontenta di fare, io voglio vivere! Voglio decidere pure, questo sì in modo autonomo, in che modo farlo; non voglio che siano altri a decidere per me! Non voglio che sia quella maggioranza di cui non faccio parte a stabilire che io debba vivere, vivacchiare, tirare a campare, come loro. La mia non è una resa, è una presa di coscienza. Non voglio passare il mio tempo a pensare a come le cose in Sicilia possano essere migliorate perché, pur lamentandosene, la maggioranza dei siciliani vuole fortemente che le cose rimangano sempre uguali. Ho la fortuna di essere lontana, di poter prendere le distanze da quello a cui ormai sento di non appartenere più; voglio però esprimere la mia solidarietà a quel 32/33% che ha cercato di cambiare le cose e che si trova, adesso, con un pesante fardello da sopportare. Io, per quel che mi riguarda, mi toglierò il vizio assurdo di pensare che chissà, forse, magari un giorno potrei tornare a vivere lì dove sono nata. </p>
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		<title>Ultimo spettacolo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 01:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Tudisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcuni anni fa, quando lo storico cinema Aurora, decise di allargarsi inaugurando una seconda sala fui colta dal panico. Un’altra sala? A che serve se non a farti correre il rischio di vedere il film sbagliato? Se anche voi amate i cinema di una volta con un’unica sala, le poltrone scomode e l’omino che all’intervallo [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni anni fa, quando lo storico cinema Aurora, decise di allargarsi inaugurando una seconda sala fui colta dal panico. Un’altra sala? A che serve se non a farti correre il rischio di vedere il film sbagliato?<br />
Se anche voi amate i cinema di una volta con un’unica sala, le poltrone scomode e l’omino che all’intervallo distribuisce la “Bomboniera” state alla larga dai multisala milanesi.<br />
Qualche sera fa, trascinata da alcuni <em>amici</em>, mi sono ritrovata all’EUROPLEX BICOCCA che di sale ne ha 18. DICIOTTO! Non due o tre, ma DICIOTTO! Distribuite su più piani? No! Tutte su di un unico, strategico, piano: il terzo.<br />
Per arrivarci sei costretto a passare dal primo, quello dei negozi, così mentre aspetti che inizi il tuo film puoi fare la messa in piega, prenotare un viaggio o comprarti le mutande. Devi poi passare dal secondo, quello dei ristoranti, così se t’è venuta fame durante la manicure, potrai gustare il messicano, l’italiano, l’americano, il cinese e via dicendo; un tripudio di odori multietnico, cinque continenti culinari riuniti alla periferia di Milano.<span id="more-2925"></span><br />
Quando, infine, arrivi al terzo piano, quello delle sale, sei già sfatto, con il portafoglio alleggerito e lo stomaco gonfio di wurstel e crauti.<br />
Un plotone di quaranta solerti cassieri è intento a emettere biglietti; i monitor sopra le loro teste segnano in un inesorabile conto alla rovescia quanti posti rimangono ancora liberi. Se sei troppo appesantito e non vuoi metterti in fila, totem dall’aspetto futuristico stamperanno, in cambio di una strisciata alla banda magnetica della tua carta di credito, i biglietti che ti servono. Ti verrà assegnata la fila e la poltrona e se sgarri sono cazzi!<br />
Tutto questo avviene sotto una campana di vetro sostenuta da tralicci di ferro.<br />
Quella sera, se non avessi avuto ancora piena coscienza di me, avrei pensato di essere finita in <em>Blade Runner</em>, circondata da androidi telecomandati costretti a trangugiare quintali di cibo artificiale, in atmosfere artefatte e fintamente cordiali, prima di essere inghiottiti in una qualunque delle sale.<br />
A Palermo posti osceni come questo non nasceranno mai e quando torno a casa mi piace immergermi nelle intime atmosfere dei nostri piccoli cinema che, ingenuamente, mangiano ancora soltanto popcorn. Ce n’è uno, però, in cui non entrerò mai più ed è quello che tra tutti, da adolescente, preferivo. A suo modo anche quella era una multisala; ce n’era una piccola, adesso chiusa, arrampicata in cima a una stretta scala illuminata al neon e una grande, ancora oggi operativa, nella quale ogni sera, da anni ormai, si assiste sempre allo stesso film: la storia di tanti uomini che sperano di far fortuna puntando su un numero vincente. </p>
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		<title>Pezzi di&#8230;Milano</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jun 2007 01:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Zinna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Come ogni buon palermitano incontinente sa bene, a Milano (come in qualsiasi altra parte del mondo) esistono solo due modi per placare lo spinno di rosticceria quando ti assale. 1) Recarsi a Malpensa. Prendere un aereo che lo riporti in patria. Dire una preghiera durante la discesa per aiutare il pilota a centrare la pista [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni buon palermitano <em>incontinente</em> sa bene, a Milano (come in qualsiasi altra parte del mondo) esistono solo due modi per placare lo <em>spinno</em> di rosticceria quando ti assale.</p>
<p>1) Recarsi a Malpensa. Prendere un aereo che lo riporti in patria. Dire una preghiera durante la discesa per aiutare il pilota a centrare la pista dell&#8217;aeroporto. Sorridere all&#8217;applauso post atterraggio (unendovi ovviamente anche voi nell&#8217;applauso). Dirigersi baldanzoso verso il baracchino dell&#8217;autonoleggio per affittare una macchina. Aspettare che l&#8217;addetto torni dalla pausa caffè. Ritirare la macchina facendo presente che il bozzo sulla carrozzeria c&#8217;era già da prima. Imboccare l&#8217;autostrada per Palermo. Districarsi nel traffico della circonvallazione. All&#8217;altezza del ponte di via Belgio girare per lo stadio, ricordandosi che in città la precedenza non è obbligatoria ma solo a totale discrezione di chi guida l&#8217;auto che vi incrocia. Dirigersi verso la statua alla volta del bar Alba, o verso la marina al bar Rosanero, o verso il Malaspina dai fratelli Ganci (o se ce la fate, fare un tour di tutti e tre per assaporarne le differenze). Parcheggiare in seconda fila con le quattro frecce. Pagare il caffè al parcheggiatore abusivo. Entrare nell&#8217;agognato eden gastronomico. <em>Sbutriarsi</em> di pezzi.<span id="more-1982"></span></p>
<p>2) Andare all&#8217;ipersuperermercato abituale vicino la propria residenza. Comprare il necessario facendo attenzione che si tratti rigorosamente di prodotti importati dalla vostra madre patria. <em>Accuminciare</em> a farseli da solo.</p>
<p>A dire la verità, esisterebbe anche una terza opzione, ovvero quella di affidarsi alle pseudo rosticcerie siciliane disseminate per la città lombarda. Ma provate voi ad accattare un pezzo da uno che si rivolge alla signora prima di voi appellandola <em>sciura</em>. Non diciamo minchiate.<br />
Ora, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per il mutuo, vuoi per il <em>picciriddo</em> che deve andare a scuola, la prima opzione vi risulterà sempre alquanto onerosa. Non vi resta altro che scegliere fieri e allegri la seconda opzione (rimandando lo sfondamento <em>live</em> a quest&#8217;estate) perché&#8230;ma dove lo mettete il <em>prio</em> di farli voi?<br />
Recupero velocemente la ricetta per l&#8217;impasto (che come ogni buon palermitano sa, non è la rozza pasta della pizza, ma la vellutata, soffice e zuccherina pasta delle <em>briosce</em>) attraverso il grande motore yankee chiamato <em>Gugol</em>. Si dice che la ricetta provenga direttamente da un cugino di qualcuno che lavora in un grande bar di Palermo e viene tramandata da generazioni in generazioni. Per fortuna hanno deciso di condividerla e metterla onlain. Dio lo benedica. La studio. Colei che aveva inserito il post aveva inserito anche la parola d&#8217;ordine: <em>ArancinE</em>. Ok, mi dico. Ci si può fidare. &#200; una di noi. </p>
<p>Arriva il sabato. Sono pronto. Tiro fuori la mia spianatoia e tutto l&#8217;occorrente. I miei colleghi milanesi non se lo sono fatti dire due volte e attendono l&#8217;evento in soggiorno sin dalle prime ore del mattino, dopo aver inventato mille scuse per disdire gli impegni. Li avevo chiamati durante la settimana per avvertirli delle mie intenzioni. Loro, che dopo otto anni di vostro indottrinamento alla cultura e alla gastronomia siciliana, hanno oramai abbandonato la cassoula per la <em>pasta o furnu</em>, il risotto con lo zafferano per la <em>pasta ch&#8217;i sarde</em> o la <em>pasta ch&#8217;i tinnurumi</em>. Loro, che si passano come reliquie i barattoli di caponata che ogni tanto  preparo. Loro dicevamo, i lombardi doc (che oramai la mattina vi salutano con un <em>ou cuci&#8217;… tuttapposto?</em>) li sento parlare divertiti con mia moglie cercando di non disturbare il mio operato. In cucina oltre a me c&#8217;è solo <em>&#8216;u picciriddo</em> perché deve imparare. La pasta è pronta. Mentre lievita, inizio a tagliare la cipolla per la <em>conza</em> dello <em>spincione</em>. Pulisco le sarde salate. Taglio un po&#8217; a pezzetti il caciocavallo e un po&#8217; lo gratto. Mi preparo il ragù per le ravazzate, il prosciutto e la mozzarella per i calzoni, i <em>viustel</em> per i <em>rollò</em>. L&#8217;odore si inizia a spandere per la casa. I milanesi fanno capolino con la testa in cucina <em>&#8220;Oh! Compà…minchia ciavuro&#8221;</em> (e vi giuro che è un vero <em>prio</em> sentire pronunciare la parola <em>ciavuro</em> con l&#8217;accento milanese e talvolta inglese). Taglio la pasta. L&#8217;arrotolo. La piego. Li inforno. Attendo fumando una sigaretta nel balcone tornando a spennellarne la superficie ogni tanto. Sono pronti. Di un bel marrone color <em>tonaca di monaco</em> con il <em>cimino</em> che ne costella la superficie. I calzoni hanno il loro bello schizzo di pomodoro a lato. Lo <em>spincione</em> sembra venuto bene. Alto e soffice. Inizio a tagliarlo. Lo assaggio. &#200; perfetto, manca solo il <em>provulazzo</em> per essere uguale a quelli che compravo a San Lorenzo davanti a scuola. Lo porto a tavola. Gli astanti <em>accuminciano a tastarlo</em>. Silenzio. Nessuno parla. Poi un coro unanime si eleva dalla folla <em>&#8220;Compa&#8217;… è una meraviglia!&#8221;</em>. &#200; la volta dei pezzi. Li assaggio pure io. Non sono davvero male. Ovviamente non sono all&#8217;altezza di quelli dei grandi maestri su citati, ma per placare lo <em>spinno</em> vi giuro che vanno più che bene. Dopotutto sono solo un programmatore! </p>
<p>Mi guardo intorno. Vedo solo facce compiaciute e soddisfatte. Sono riuscito nel mio intento di trasformare un piccolo pezzo della Milano da bere in una piccola Palermo <em>da tastare</em>.</p>
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		<title>E questo è solo l&#8217;inizio</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2007 02:10:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Scuderi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[L’incipit. L’incipit è sempre faticoso, come in tutte le cose. Che sia un esame all’università, il primo giorno di lavoro, il primo appuntamento, l’avvio è il momento cruciale, se parti bene poi vai come un treno, se sbagli in partenza, beh, come si dice, parti svantaggiato. Sono stata definita “malata di troppa vita”, dal celebre [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’incipit. L’incipit è sempre faticoso, come in tutte le cose.<br />
Che sia un esame all’università, il primo giorno di lavoro, il primo appuntamento, l’avvio è il momento cruciale, se parti bene poi vai come un treno, se sbagli in partenza, beh, come si dice, parti svantaggiato.<br />
Sono stata definita “malata di troppa vita”, dal celebre testo dell’altrettanto celebre Lorenzo Cherubini, detto Jovanotti (no, niente citazione troppo forbite per adesso) e probabilmente è vero, lo sono. Il termine “malato” ha chiaramente un accezione tanto positiva, nel caso specifico, quanto negativa, ed è per questo che essere malate di troppa vita ha i suoi pro e i suoi contro.<br />
Corro. Corro sempre. Faccio mille cose al minuto, penso mille pensieri al secondo, non mi riposo mai veramente (tranne quando dormo, non sono un sicario, grazie a Dio) e se avessi la possibilità di esprimere 1 solo desiderio nella vita non sarebbe per la fame nel mondo, ahimé ( e qui rischio di apparire un po’ cinica), sarebbe il tempo: vorrei che una giornata fosse fatta di almeno 30 ore, 24 sono davvero troppo poche per fare tutto. Mi rammarico del fatto che noi italiani ci “svegliamo” sempre troppo tardi nella vita.<span id="more-1400"></span> All’estero i ragazzi vanno fuori dalle balle (di casa) già a 18 anni, sono indipendenti e cittadini del mondo sin dalla nascita. Per noi è diverso. Non per tutti, ma in genere l’italiano medio fa fatica, è coccolone, non si sposta facilmente. Tranne che per fare l’erasmus, ah beh no, certo, l’erasmus lo si fa anche in culandia, basta che ci si va a divertire un po’.<br />
Io non l’ho fatto, e, se devo essere sincera, per quanto sfotta tanto il fatto che oggi tutti, anche i più “fermi” del mondo”, vadano a fare l’erasmus, è l’unico vero rimpianto che ho. Perché poi alla fine, tutto dipende da come fai le cose, l’erasmus in fondo è un’esperienza fondamentale, parti e divertendoti impari un’altra lingua e conosci un’altra cultura. Io volevo essere cittadina del mondo da subito, sono felice di essere italiana (affermazione ardua al momento, lo so) ma volevo iniziare a muovermi prima, vorrei già aver fatto un sacco di cose… Ad ogni modo, per fortuna, “non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta” e non si smette mai di conoscere, e io mi auguro sempre di restare la spugna che sono, e assorbire, assorbire, assorbire, assorbire, fino a imparare tutto quello che posso. Ma la verità è che poi, tornando al discorso di prima, manca il tempo! Volevo diventare una pediatra, fino all’età di 15 anni ero convinta che avrei fatto medicina. Volevo diventare una ballerina, ma poi ad un certo punto ho finito il liceo e ho iniziato a studiare autonomamente senza i compiti a casa, e lì ho capito che, per quanto lo studio è una noia, volevo studiare per diventare qualcosa e lo studio, un minimo costante, mi prendeva un tempo che dava spazio ad un hobby, non ad una professione. Così la ballerina che era in me, piano piano, negli anni, si è andata ad accucciare in un cantuccio del mio corpo, lasciando spazio alla “pr”. Beh, pr, chiamiamola così, su! Volevo viaggiare tanto. Voglio viaggiare tanto, e così, ho ritagliato spazio a qualche mese di vagabondaggio, mai fine a se stesso (mai!), un corso d’inglese a Londra di qua, uno stage in pubblicità di là. Ed ecco la laurea. 109/110. Simpatico, no? Io sono fierissima del mio voto di laurea, è la riprova che sono brava senza essere una secchiona (con tutto il rispetto per i 110, le lodi e quant altro). La tesi è un capitolo a parte della mia vita, figurarsi se stavo ferma a casa a farla, sono partita e sono andata a Radio Deejay, ho bazzicato là dentro per una decina di giorni e sono tornata. Così, intanto, i miei contatti sono aumentati sempre di più in questo strano mondo dentro il quale, volente o nolente, ormai mi ritrovo. A Palermo Teatro Festival, a Milano ufficio stampa per lo spettacolo.<br />
Ma cosa voglio?<br />
Il nuovo mood della mia mente malata, attualmente, è l’America. Mi sono detta, “se non vado all’estero adesso per un po’ quando vado?”, il fatto è che sono entrata nel magico mondo del lavoro, e devo trovare il momento opportuno.<br />
Sono a Milano, alla ricerca di mille stimoli, anche se il mio attuale ufficio stampa mi prende corpo e mente per 11 ore al giorno, difficile fare tanto altro. Ma il mio cuore è ovunque, e batte al ritmo di tecno. Che posso fare?<br />
Palermo resta il principio, e voglio che sia la fine…le radici che ho le mantengo solide. Sento una mancanza che mi rende un po’ apolide. Amo la mia terra, amo una città che non riesco più a vedere arida, mi sembra stupenda! Colorata, profumata, piena di cose nuove da fare, da vedere, da guardare. Voglio solo acquisire un’esperienza maggiore, che a casa, protetta e vezzeggiata da conoscenze troppo dirette, non potrò mai acquisire a pieno, magari al 90%, e io voglio il 100%! Tornerò. Torno sempre.<br />
E questo, per il momento, è quanto.</p>
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		<title>Ambrogio vs. Rosalia</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Dec 2006 00:20:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Tudisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi è S.Ambrogio! Milano è in festa. Ieri la città era tutta un brulichio di trolley e ventiquattr’ore; gli uffici si sono svuotati, la città si è svuotata, perché è arrivato il lungo ponte milanese. Torna, come ogni anno, il mercato degli “Obei Obei”, in cui si riuniscono tutti quelli che non hanno lasciato la [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi è S.Ambrogio! Milano è in festa. Ieri la città era tutta un brulichio di trolley e ventiquattr’ore; gli uffici si sono svuotati, la città si è svuotata, perché è arrivato il lungo ponte milanese. Torna, come ogni anno, il mercato degli “Obei Obei”, in cui si riuniscono tutti quelli che non hanno lasciato la città per il weekend. In realtà questo mercatino, che pare un tempo vendesse solo roba locale, adesso si è trasformato in una qualunque festa dell’Unità piena di gazebo, braccialetti portafortuna e cover suonate con lo zufolo delle Ande. C’è anche “Il Padrino”, non quello vero e neanche Marlon Brando, ma una società di “catering ambulante” che così si è battezzata. Il Padrino ferma i suoi lunghi camion neri ed inizia a vendere specialità siciliane, soprattutto dolciumi. Sulla fiancata dei lugubri e funerei mezzi leggi le sedi “mobili” della ditta, New York, Roma e Palermo. Sarà, ma io a Palermo questo “Padrino” non l’ho mai visto ed i suoi dolci non hanno neanche il gusto siciliano che ti aspetteresti di assaporare. La sede naturale degli Obei Obei è subito fuori la chiesa di S.Ambrogio; quest’anno, però, l’hanno sistemato intorno al Castello Sforzesco perché a S.Ambrogio stanno costruendo un maxiparcheggio sotterraneo.<span id="more-980"></span><br />
Non ci sarà nessuna processione, S.Ambrogio pare fosse un sacerdote imprenditore, poco misticismo e tanto senso pratico. Dev’essere l’aria della Brianza; anche allora, come adesso, qui non si poteva far altro che gestire capitali. Niente peste da ricacciare in mare; S.Ambrogio in tonaca e cravatta faceva affari in giro per la città.<br />
Mentre la piccola Rosalia si affannava a salvare vite, Ambrogio cercava di quotarsi in borsa. Adesso giace in una teca di vetro nella cripta della basilica a lui dedicata, ma di sicuro nessuno dei milanesi gli riserva la devozione che i palermitani continuano a dimostrare a Rosalia. A Palermo il <em>Festino</em> è ancora un evento; ed ha tante sfaccettature, è mondano, è mistico, è l’inizio dell’estate. Ci sono i “giochi di fuoco”, la gente esce per la strade e ciuccia avidamente babbaluci, beve acqua ghiacciata e guarda verso il mare. Si va per le strade a piedi, in tre su un motorino, le coppie si trascinano dietro passeggini e bambini addormentati. I vicoli si illuminano, le anziane donne del centro storico si mettono a sedere sui marciapiedi davanti ai loro bassi per vedere il “passìo” e la Santuzza, mentre le signore dai balconi dei palazzi nobiliari, guardano tutti dall’alto. Il carro è il fulcro della festa e si aspetta che il primo cittadino vi si arrampichi per coprirlo di applausi o di insulti. Insomma, da noi la festa del Patrono è ancora un rito collettivo, qui l’unico rito collettivo è quello di riempire una valigia e correre più lontano possibile dalla città!</p>
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		<title>Il gusto dell&#8217;imprevisto</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Nov 2006 02:41:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Tudisco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mezzi pubblici]]></category>
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		<description><![CDATA[Ai tempi del liceo andavo a scuola dalle parti della Cattedrale. Dopo cinque ore passate a trastullarmi con latino e greco mi toccava pure prendere l’autobus. Dalla mia scuola alla fermata, in Piazza Indipendenza, erano dieci minuti buoni di cammino. Mi piaceva costeggiare Villa Bonanno, soprattutto in autunno, quando le foglie diventavano rosse. In quel [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ai tempi del liceo andavo a scuola dalle parti della Cattedrale.<br />
Dopo cinque ore passate a trastullarmi con latino e greco mi toccava pure prendere l’autobus. Dalla mia scuola alla fermata, in Piazza Indipendenza, erano dieci minuti buoni di cammino. Mi piaceva costeggiare Villa Bonanno, soprattutto in autunno, quando le foglie diventavano rosse. In quel tratto di Corso Vittorio, non so perché, gli odori si mescolano fino a formare un bouquet che difficilmente si dimentica.<br />
Ogni giorno, tornare a casa, aveva il gusto dell’ avventura. In quegli anni, il 389 si chiamava ancora 8/9, ed era uno dei pochi bus che si arrampicavano su per Corso Calatafimi, lì dove abitavo.<br />
Purtroppo, però, la linea faceva il giro della città, accumulando interminabili minuti di ritardo; il mio unico desiderio, era quello di non vederlo passare prima che io raggiungessi la fermata, perché avrebbe significato per me una sosta prolungata ed imprevista davanti al bar Santoro, in attesa della corsa successiva.<span id="more-912"></span><br />
Ad aspettare eravamo in tanti; tutti adolescenti, affamati e carichi di libri ed ormoni impazziti che stimolavano la sudorazione.<br />
I più fortunati tra noi, venivano raccolti da amici e vicini di casa che fortuitamente passavano da quelle parti. I più restavano al palo, guardando con invidia e rassegnazione quelli che ripartivano sgommando. Alcuni prima di sparire all’orizzonte lanciavano uno sguardo alla fermata abbacinata dal sole. Sapevano che la roulette dei passaggi occasionali girava per tutti. Sapevano di non essere diversi da noi e che il giorno dopo, magari, sarebbe toccato a loro di rimanere alla fermata. Quando poi, finalmente, l’autobus svoltava da Corso Alberto Amedeo, iniziavamo a preparare l’assalto.<br />
Arrivava, infatti, talmente pieno che per non cadere giù, una volta salito, eri costretto ad abbracciare chiunque ti capitasse a tiro, implorandolo di non lasciarti andare; sempre che l’autista non decidesse di saltare la fermata per evitare che il mezzo cappottasse. Negli anni ho mangiato capelli, annusato ascelle, sono stata trafitta da non so quanti gomiti; era una guerra, ma che soddisfazione! Ogni battaglia vinta era un successo, perché alla fine, stremata, ammaccata e con la testa che pulsava per lo sforzo di rimanere a bordo, a casa arrivavo comunque.<br />
Oggi che vivo a Milano, quasi mi annoio quando prendo i mezzi pubblici. Non c’è suspense, non c’è imprevisto; raramente ci sono arti che sporgono dai finestrini.<br />
Posso calcolare, addirittura, il tempo che impiegherò a fare una commissione. Ad ogni fermata trovo segnato il tragitto e gli orari delle corse, uno ogni sette minuti durante il giorno, uno ogni tre negli orari di punta. Posso fumare una sigaretta mentre aspetto, perché i tabelloni digitali mi indicano i tempi di attesa. So che se me ne passa uno davanti e non riesco a prenderlo, pochi minuti dopo ne passerà un altro. A bordo, una fastidiosa vocina sintetica, ti annuncia le fermate, così non devi neanche sporgerti, quando si aprono le porte, per capire dove sei. E se per caso hai qualche dubbio sulla tua destinazione ti basterà chiedere, che sicuramente almeno tre o quattro “sciurette” saranno pronte ad indicarti la via. Chissà se ancora oggi a Piazza Indipendenza trovi sangue, polvere e sudore!?</p>
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		<title>Sushi e caponata</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Nov 2006 00:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Tudisco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Se non avrete mai la fortuna di essere assunti a tempo indeterminato per contare i semafori della nostra città, avrete sempre la possibilità di “emigrare”; termine dal suono anacronistico, che richiama alla memoria le valigie di cartone dei nostri avi, ma che nella realtà isolana continua ad essere molto attuale. Ogni anno centinaia di ragazzi [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se non avrete mai la fortuna di essere assunti a tempo indeterminato per contare i semafori della nostra città, avrete sempre la possibilità di “emigrare”; termine dal suono anacronistico, che richiama alla memoria le valigie di cartone dei nostri avi, ma che nella realtà isolana continua ad essere molto attuale. Ogni anno centinaia di ragazzi lasciano la Sicilia per cercare fortuna altrove. Tra le mete preferite, Milano. Oggi, a chiudere i bagagli non c’è più lo spago e le valigie hanno le rotelle, ma in fondo alle tasche di chi parte puoi ancora trovare un foglietto di carta con sopra segnato un indirizzo.<br />
Si, perché per sopravvivere ai primi giorni in una città come Milano servono poche, essenziali, cose: una piantina della città, delle scarpe comode e l’indirizzo di qualcuno che possa ospitarti, prima che anche per te inizi la giostra degli annunci. L’ideale sarebbe farsi ospitare da persone che conosci già, amici o parenti che ti hanno preceduto nel processo di migrazione. Ma quando questo non avviene sei costretto ad accettare l’ospitalità di gente che non hai mai visto, ma di cui ti puoi fidare perchè figlio della nipote di un’amica di un’amica di tua nonna.<span id="more-836"></span><br />
Così, capita, che ti ritrovi a dormire per venti giorni sul pavimento di quelli che io definisco “integrati”, quelli che hanno completamente assorbito e sono stati assorbiti dalla <em>milanesità</em>. Alcuni di questi sono anche degli ibridi mostruosi, incapaci di decidersi su quale impronta dare alla nuova vita da padano metropolitano. Sono i “no global”, occasionalmente “leonkavallini”, che pasteggiano quotidianamente ad hamburger, patatine e sushi e che alla sera meditano bruciando incensi, intonando il canto delle balene e preparando molotov da lanciare alle vetrine di McDonald&#8217;s. Oppure, e non so cosa sia peggio, puoi finire sul comodo divano-letto di un ”apocalittico”, quello cioè, che giammai si rassegnerà all’idea di aver dovuto lasciare la propria terra. Con te parla soltanto in dialetto, rimpiangendo il sole ed il mare di Sicilia; e il calore e la genuinità dei siciliani e delle arancine bomba. Il suo primo acquisto è stato proprio il divano ad una piazza e mezzo, facile da aprire e pronto ad ospitare i genitori che arriveranno in pellegrinaggio. Nella dispensa dell’<em>apocalittico</em> trovi caciotte, salami, conserve di pomodoro, vasetti di caponata, trecce d’aglio e bidoncini d’olio, ghiotto bottino delle ultime vacanze passate a casa.<br />
Un’altra cosa che troverai sicuramente, sia in casa dell’apocalittico che dell’integrato, è la solidarietà. Non ne troverai uno che non sarà disposto ad accogliere anche te, che come loro, hai dovuto fare il grande salto. Almeno fino a quando non troverai un appartamento tutto tuo…ma questa è un’altra storia…</p>
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		<title>Un&#8217;isola rosanero sui navigli</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2006 17:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Giuffrè</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo schermo mostra un primo piano di Caracciolo e si sente una voce dal nulla gridare: &#171;Inkia scaneeé&#187;. Un contropiede del Palermo finisce male e un’altra voce dello stesso tono proclama: &#171;Va ‘ieccati&#187;. Di Michele segna e finalmente esplode un boato. No, non siamo in curva nord, né in uno dei tanti club rosanero sparsi [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo schermo mostra un primo piano di Caracciolo e si sente una voce dal nulla gridare: &#171;Inkia scaneeé&#187;. Un contropiede del Palermo finisce male e un’altra voce dello stesso tono proclama: &#171;Va ‘ieccati&#187;. Di Michele segna e finalmente esplode un boato. </p>
<p>No, non siamo in curva nord, né in uno dei tanti club rosanero sparsi per la Sicilia. &#200; un locale nel cuore di Milano, si chiama <a href="http://www.milanotonight.it/locale.php/pallone.html" target="_blank" title="Scheda dell'Osteria del Pallone su Milano Tonight"><em>Osteria del Pallone</em></a> e ogni settimana trasmette tutte le partite del Palermo (comprese quelle pomeridiane), raccogliendo attorno ai suoi tavoli una buona rappresentanza del popolo panormita emigrato all’ombra della madonnina.<span id="more-117"></span></p>
<p>&#200; giusto premettere che questo post non mi farà guadgnare una birra omaggio o chissà cosa. Se la nota di colore nel grigiore meneghino non vi interessa, prendetela come un’informazione di servizio da girare a parenti e amici in città. A proposito, se siete a conoscenza di un altro locale simile a questo in città, non esitate a segnalarlo.</p>
<p>L’<em>Osteria del pallone</em> si trova proprio sui navigli, uno dei luoghi caratteristici della vita notturna milanese. Nonostante il nome evochi a chi lo sente per la prima volta una bettola di dubbia frequentazione o una succursale del più classico bar sport, il posto non è solo un rifugio per calciofili. Né tantomeno un ghetto per i palermitani. &#200;, insomma, un locale di varia umanità, calcistica e non.</p>
<p>Alle pareti spiccano le prime pagine storiche dei giornali sportivi – <a href="http://www.gazzetta.it/Store/img_pagina/g_19820712_big.jpg" target="_blank" title="Gazzetta targata 12 luglio 1982">Gazzetta targata 12 luglio 1982</a> su tutte – e, posti in bella evidenza, trofei vinti chissà in quali tornei della parrocchia. Il corridoio centrale che giunge fino al bancone, separa due file di tavolini. Due televisori, in alto, permettono di seguire la partita. Se l’ambiente vi sembra troppo tranquillo e sentite il bisogno di sfoggiare la sciarpa rosanero che avete portato al nord con orgoglio, potete scendere al piano di sotto, dove lo zoccolo duro dei tifosi è rinchiuso al buio davanti a un maxischermo. Se al piano di sopra, infatti, trovate il corrispettivo della gradinata, una rampa di scale vi portarà dritti dritti in curva. Nord o sud, fate vobis.</p>
<p>Il locale è spazioso ma in caso di big match è meglio arrivare con qualche minuto di anticipo. Il prezzo di cibo e bevande è medio-alto ma normale per un locale sui navigli, per di più, dotato di Sky  (4 euro una birra piccola). Il gestore, appena vedde facce sicule nuove, ci tiene a specificare che le partite del Palermo le fa vedere proprio tutte, anche quelle alla domenica pomeriggio.</p>
<p>Provate a immaginare con quale soddisfazione è stata vissuta all’Osteria la vittoria sull’Inter all’inizio del campionato (incrociamo le dita per domani). Sono di quelle cose che ti rendono più orgoglioso delle tue origini, quando dimentichi per un attimo che anche quest’anno la <a href="http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=58686" target="_blank" title="Classifica del Sole 24 ore delle città più vivibili">classifica del Sole 24 ore</a> ha messo Palermo agli ultimi posti nella classifica delle città più vivibili.</p>
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		<title>Affamato sì, mica fesso</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2006 19:45:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Giuffrè</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cassate da Milano]]></category>
		<category><![CDATA[arancine]]></category>
		<category><![CDATA[arancini]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa è successa un po’ di tempo fa. A Milano c’era la fiera dell’artigianato e si era sparsa voce che tra uno stand e l’altro ci sarebbe stata qualcosa da mangiare. Aggratiss, ovviamente. Così si è mossa in direzione fiera la piccola colonia palermitana in-continente (d’ora in poi pcp-inc), senza chiedersi cosa ci potesse essere [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è successa un po’ di tempo fa. A Milano c’era la fiera dell’artigianato e si era sparsa voce che tra uno stand e l’altro ci sarebbe stata qualcosa da mangiare. <em>Aggratiss</em>, ovviamente. Così si è mossa in direzione fiera la piccola colonia palermitana in-continente (d’ora in poi <em>pcp-inc</em>), senza chiedersi cosa ci potesse essere di artigianale nel cibo a scrocco.</p>
<p>La <em>pcp-inc</em> capisce di essere nel posto giusto quando, arrivata al piano mangereccio della fiera, vede una grossa freccia separare gli stand delle regioni del nord &#8211; targati “Italia” &#8211; da quelli siculi. Si fionda su quelli siculi come chi vaga alla ricerca della terra promessa e si ritrova subito circondato da odori familiari. Da più parti della Sicilia, gli espositori sono venuti qua a far assaggiare le loro meraviglie sotto forma di arancine.<span id="more-95"></span> </p>
<p>La dicitura “arancini” insospettisce la <em>pcp-inc</em>, da sempre convinta che una cosa così buona non può che essere femmina. Tuttavia un esponente della Colonia (non identificabile con il sottoscritto) decide di farsi avanti e porre la fatidica domanda all’uomo dietro il bancone:<br />
&#171;Mi scusi, quant’è un’arancina?&#187;<br />
&#171;Tre euro&#187;.<br />
&#171;Quanto?&#187;.<br />
&#171;Tre euro&#187;.<br />
&#171;C’ha po’ vinniri ai Milanisi a tri euro&#187;.</p>
<p>Sorriso di comprensione dall’altra parte. Amaro digiuno da questa parte. Meglio provare con gli stand calabresi.</p>
<br /><p><b>Post (forse) correlati:</b><br />Non sembra che ci siano post correlati.]]></content:encoded>
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