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	<title>Palermo blog - Rosalio &#187; Il taccuino di Giafar</title>
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		<title>Lentezza è mezza bellezza</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2009 20:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Menomale che c&#8217;è chi mi racconta le cose perché non è conto che posso andare appresso a tutte le situazioni, è giusto? Poi mio cugino Eugenio di questi tempi è fatto troppo scucivolo e ci passa la giornata a pigliare a colpi di spingola tutti i punteruoli rossi che si stanno ammuccando le palme. Così non ne seppe niente. Per fortuna una mia amica, che si chiama Giusi Imborgia e che di Palermo le sa tutte, ammugghio un pezzo del Giornale di Sicilia in una pietra e me la tirò. E buono fece perché la notizia è di quelle che sono sdimenticabili. Cioè non si possono dimenticare. Palermo si è scritta per partecipare al  Giornata Mondiale della Lentezza.<span id="more-4928"></span></p>
<p>Allora dovete sapere che oggi a Tokyo nel Giappone ci sarà una manifestazione dentro una stazione della metropolitana ca si chiama Shinjuku che se provate a dirlo sembra &#8220;un scinnu chiù&#8221;, e certo: se no che lentezza è? Ma altre cose per dire la lentezza è mezza bellezza ci saranno pure  a Milano dove dice che fanno una maradona lenta, attipo passiata. Ma la notizia è che pure Palermo si infilò di cool, al solito suo, e disse: pure io, pure io! Allora dice che di mattina ci saranno un poco di volontari che se ne vanno al Polietama e ci prendono la multa (tanto per dire, sgherzo è&#8230;) e chi ha troppa premura. E ci danno pure un cartollino dove ci sono scritti i &#8220;dieci comandamenti&#8221; che non sono quelli di Mosè, nostro comune amico, ma di un certo Bruno Contigiani che il cognome già mi pare che è di lassopra. Lui dice che è un manager pentito. Dice che ha passato la sua vita troppo appremurato e che ci ha fatto male alla salute. Così dice che viene qui per evitare che a qualche palermitano ci viene la stessa malattia. &#200; lui che ha fondato questa associazione. Io non lo so se è un manager pentito oppure, menti, licenziato di cui una cosa di fare se la deve trovare. Coi tempi che corrono non è conto che sarebbe strano&#8230;. Poi c&#8217;è puru una femmina che si chiama Simona e che ci disse al giornalista del Sicilia: &#8220;Ho capito che anche la mia vita stava andando troppo veloce e allora abbiamo organizzato un momento collettivo per ricordarci che possiamo recuperare il nostro tempo e non perdere più l&#8217;essenza delle cose&#8221;. Bravissima, complementi visissimi, giusto dice. Però&#8230;<br />
Però c&#8217;è un però. Siamo sicuri che a Palermo la vita sta andando troppo veloce? Sarebbe terribile se uno, menti, presenta una domandina al municipio e l&#8217;impiegato ci dice: miiiii che sono stressato a forza di consegnare le pratiche di faccia e faccia. Ma non si potrebbe rallentare un poco?<br />
E che ne prende degli autobus che vanno troppo veloci e finisce che non possono rispettare l&#8217;orario perché è calcolatto troppo lungo e loro ci mettono di meno. Che stress pure la&#8230;.<br />
Non parliamo poi dei puntamenti. Che sarebbe bello se fosse com&#8217;era una volta quando &#8220;fino a mezzora è puntamento&#8221;. No: se oggi vai nel dottore e hai il puntamento alle dieci, se arrivi alle dieci e un quarto, invece di dirti: signora ma lei a quest&#8217;ora arriva? Lo sa che deve aspettare, non c&#8217;era bisogno di tutta questa premura. E ora invece ci dicono: è arrivata tardi, torni la prossima settimana.</p>
<p>Ma poi mi sono svegliato e ho capito che mi ero insonnato tutte cose.  Palermo ha fatto bene a scriversi nella Giornata della Lentezza perché, amici carissimi, la lentezza l&#8217;abbiamo inventata noi. Altro che Tokyo: la capitale della lentezza siamo noi. Altro che manager pentiti: i pentiti sono&#8230; cola nostra. E penso ai poveri volontari che stamattina al Politeama cercano qualcuno per appizzarci la multa virtuale perché ha premura e trovano bancari in libera uscita, putiari che passiano la vacca per la crisi. Tutti irreprensibili lagnusi. Forse fotteranno qualche barbiere perché, poveri disgraziati, loro possono contare solo sul lunedì per sbrogliare qualche faccenda o per uscire qualche documento. Barba e capelli crescono pure con la crisi. Quindi un consiglio ai barbieri: oggi stativi a casa. Ah, dimenticavo: ma questa Giornata quanto ci costa? Ci potrei consigliare all&#8217;emiro Diego di essere lento pure nei pagamenti? Tanto quelli, lo dicono a voce alta, premura non ne hanno.</p>
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		<title>Bontempo e Malotempo non dura sempre un tempo</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2009 12:14:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il taccuino di Giafar]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi mio cugino Eugenio spuntò che a momenti non lo riconoscevo. Aveva una cerata tutta gialla con un cappuccio ca sembrava un fratacchione e un paro di stivaloni ca sembrava un pescatore del Porticello che va a gamberoni dietro all&#8217;Ustica. &#8220;Eugenio &#8211; ci dissi &#8211; ma di dove stai venendo?&#8221;. Allora lui mi spiegò che [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi mio cugino Eugenio spuntò che a momenti non lo riconoscevo. Aveva una cerata tutta gialla con un cappuccio ca sembrava un fratacchione e un paro di stivaloni ca sembrava un pescatore del Porticello che va a gamberoni dietro all&#8217;Ustica. &#8220;Eugenio &#8211; ci dissi &#8211; ma di dove stai venendo?&#8221;. Allora lui mi spiegò che era andato a controllare com&#8217;era la situazione nella strata che ci hanno messo il suo nome, via Eugenio l&#8217;Emiro. Perché che ci fu? Ci domandai. E lui: ci fu che ave due mesi che scarrica acqua ca pare che siamo torinesi invece di essere a Palermo. E danno ce ne fu? Mi informai. E lui: no, danno niente ma i palermitani non se la fidano più e si sciarriano col tempo come se fosse una persona. Ci dicono parole, lo taliano male di sotto a sopra, ci fanno le corna con le dita, lo incolpano di tutti i guai. Ma soprattutto ci passa la giornata a dire: lo vedi appena ci dicono che c&#8217;è la siccità e che gli invasi sono vuoti? Ci isu i mano!<span id="more-4807"></span><br />
Come infatti dovete sapere che a Palermo scarrica della bella da prima delle feste di natale.Di continuo. Un  corpo fa temporale, poi passa a assuppa viddani, poi la grannola. Parabola significa: stativi rintra. Così tutti si attangano nelle case e cercano di restarci. Dice che negli uffici aumentarono le assenze per malattia e che manco trovano il medico fiscale che va a controllare perché si attangarono dentro pure loro. Ma per i coraggiosi che si partono e vanno a tuppuliare nelle case dei malati, ci rispondono: domando scusi dottore, ma lei niscissi con questo tempo?<br />
La spesa se la fanno portare dai picciotti dei supermercati dove però le cassiere già si lamentano perché non possono fare le bancomat e contemporaneamente prendere le ordinazioni per i domicili. E i picciotti, che ormai sono tutti nivuri di laffuori, ci fanno la negativa ai principali. Uno ci disse: da noi in Bangladesh piove sei mesi l&#8217;anno ma qui freddo. Io malato. Tu manda tua sorella, lei abituata.<br />
Ma che abituata? qui basta che ci sono dieci gradi che i palermitani prendono i ciriveddi e li collocano davantiai termosifoni perché se no non funzionano più. La gente si insonna che nel Politeama ci montano gli iglù e che prima o poi dalla via Emerito Amari acchianano i pinguini e sotto villa igea arrivano gli orsi bianchi che si sciarriano coi lupi e gli sciacalli che in quell&#8217;albergo ci vanno a dormire nello spesso.<br />
A casa si fanno solo minestre: niente pasta cu sucu ma vanno come il vento pasta coi fagioli, fave secche coi giri, bollito con l&#8217;osso per fare il brodo più grasso. Vino con lo scaccio e la mattina pane duro abbagnato nel latte bollente col caffè, all&#8217;antica.<br />
Dagli armadi si escono cose incredibili: cappotti ca parono quelli del capitano Acab di Mobbidic,  maglioni che sembrano intrecciati con le cime del titanic, scarpe anfibie restate del servizio militare, nguanti ca pare che uno si sta andando a prendere la sgritta tirata dai cani per andare al polo nord.<br />
Tutti salgono e scendono a piedi perché si scantano di restare nchiusi nell&#8217;ascensore se se ne va la luce. E quando parrano nel telefonino buttano voci perché ci pare che col malotempo la voce si sente più piano perché si perde in mezzo alle nuvole. Dentro le machine stanno chiusi attappati coi vetri appannati. E le signore alte un metro e trenta hanno i colli di pelliccia di mezzo metro che quando si girano di lato non vedono più un beneamato e sbattono in continuazione.<br />
Insomma i palermitani per ora hanno i nervi smossi e il budello voltato. Ci vuole verso quando si parla con loro perché sono facili a incazzarsi. Chi avanza piccioli si ricorda e ti mette premura perché non si sa mai: menti che è l&#8217;inizio dei Diluvio Universale? E chi li deve dare pensa la stessa cosa e si dice: col cazzo che ce li restituisco, tanto che cosa se ne fa se sta venendo il Diluvio? E pensa alle legnate che prendono tutti i picciriddi che fanno i tosti a casa perché non hanno dove andare. Quelli che se la passano meglio sono i vicchiareddi che tanto loro stanno lo stesso sempre a casa abbracciati al termosifone a guardarci le minne a Cristina del Grande Fratello quando la nuora non li rimprovera perché poi quelle cose le guardano pure i picciriddi che si scannaliano.<br />
Per fortuna, come si dice, buon tempo e malotempo non dura sempre un tempo. Certo, però, questo sta durando vero assai&#8230;</p>
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		<title>La tappina semantica</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 22:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giafar &#8211; mi disse ieri mio cugino Eugenio l&#8217;Emiro &#8211; questa della tirata delle scarpe è bellissima. In effetti ci feci caso pure io. Ora basta che c&#8217;è una contrarietà, una protesta, un che dire con qualcuno, uno ci va e, pronto accomodo, ci tira una scarpa che se quello non si canzia ci scorcia [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Giafar &#8211; mi disse ieri mio cugino Eugenio l&#8217;Emiro &#8211; questa della tirata delle scarpe è bellissima. In effetti ci feci caso pure io. Ora basta che c&#8217;è una contrarietà, una protesta, un che dire con qualcuno, uno ci va e, pronto accomodo, ci tira una scarpa che se quello non si canzia ci scorcia la matrice dei pidocchi.<span id="more-4786"></span><br />
Ma non è conto che questo succede tra la gente normale. No. Il presidente dell&#8217;America che se ne andò nell&#8217;Irac, un giornalista ci avviò, no una scarpa, ma tutte e due prima che arrivassero gli sbirri per fotterlo in galera. Ma dovevi vedere a quello, al presidente, come se la scanzò ca pareva un pugilista.<br />
Di quel giorno questa delle scarpe è diventata una cosa garantita ogni volta che ci sono ammuini in mezzo alle strade. Ormai quando passa qualche corteo davanti a un ufficio per protesta, tutti si levano una scarpa e almeno la fanno vedere. Tirarla no perché c&#8217;è a crisi e dio solo sa quanto ci vuole per accattare un paio di scarpe. Ma siccome questa pensata ormai è di moda, i miei connazionali del Maghreb si inventarono che vendono una partita di scarpe che servono solo per tirarle. Come infatti non sono buone per camminare, costano poco  e, automaticamente, possono essere vendute una a una. Così, appena vedi a uno con tre scarpe, due nei piedi e una nelle mani, capisci subito che è uno scioperante che ha a che dire con qualcuno.<br />
L&#8217;altro giorno da quassopra ho visto pure un saittone che era a piedi a terra ma una scarpa in mano l&#8217;aveva. E che doveva fare? La doveva tirare no?<br />
Ora io non lo so, ma questa cosa delle scarpe mi piace assai perché se ci tiri una scarpa a uno non è conto che lo ammazzi o lo struppii assai. Assai assai ci acchiana un bummuluni nella cornice. Non è una cosa tanto grave. E una scapra non rompe nemmeno una vetrina. Però se tiri una pietra non ti caca nessuno. Ma se tiri una scarpa finisci nella prima pagina dei giornali. L&#8217;altra volta liggivi in un articolo che la scapra è diventata un potente oggetto semantico. Io non lo so che viene a dire ma forse il giornalista voleva significare che quando tiri una scarpa è sicuro che quello che vuoi dire si capisce subito.<br />
Poi ho pensato che noi arabi facciamo ancora meno danno degli altri perchè il nostro scarpino classico è la tappina. E ora capisco perchè l&#8217;Emiro Diego ci spiegò a tutti i segretari che il giorno all&#8217;anno che riceve i palermitani, tutti devono entrare senza scapre, al massimo con le tappine come a noi. Ma non ci può niente perché quelli ce la tirano lo stesso. Così ho capito che ora c&#8217;è pure la tappina semantica.</p>
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		<title>Grandine, misteri e cimiteri</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 21:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mio cucino Eugenio la combinò veramente esagerata. Dico io: c&#8217;era bisogno di farci assaltare i vermi a tutti i palermitani con questa cosa di fare cadere la neve solo al camposanto dei Rotoli mentre nel resto di Palermo sembrava che ci potevamo andare a fare i bagni? Quando ci spiegai che non era esatto lui [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio cucino Eugenio la combinò veramente esagerata. Dico io: c&#8217;era bisogno di farci assaltare i vermi a tutti i palermitani con questa cosa di fare cadere la neve solo al camposanto dei Rotoli mentre nel resto di Palermo sembrava che ci potevamo andare a fare i bagni? Quando ci spiegai che non era esatto lui mi disse: &#8220;Giafar non c&#8217;era altro di fare. Così ognuno pensa che dall&#8217;aldilà stanno parlando con lui e si passa una mano sopra il petto. E ti assicuro che tutti, dico tutti, trovano un ostacolo. Prima di quello naturale che, almeno i maschi, incontrano di sicuro&#8221;.<span id="more-4618"></span><br />
Ora io capisco che sono momenti difficili, ma c&#8217;era bisogno di farci prendere questo matrone a tutti i palermitani? Pensate che spavento a sapere che cadde una tonnellata di grannola proprio al camposanto: nè più e nè meno. Cioè di questa banda del muro, ghiaccio; di quella banda del muro, diciotto gradi del termometro. Giustamente all&#8217;indomani cominciarono ad acchianare verso dove mi trovo io una poco di discussioni che non si ci crede. Perché tutti pensarono che quella specie di piccolo miracolo era per ricordare qualche cosa a qualcuno e che non c&#8217;è migliore occasione del Capodanno. Così, non sapendo di preciso cosa ci dobbiamo ricordare, ognuno si è ricordato una cosa per conto suo, magari senza farla sapere all&#8217;affaccio.<br />
L&#8217;Emiro Diego prima si informò se non era uno sgherzo di quei babbioni dei becchini che magari si erano andati a prendere il ghiaccio al vivaio dell&#8217;Addaura e lo avevano avviato con la pala. Quando capì che la cosa veniva dal Cielo confermò pure dalle parti dove sono io che al più presto si fa una bella valigia piena di racchette e si trasferisce nel Benelux dove c&#8217;è il parlamento dell&#8217;Europa.<br />
Per il capo dei giudici non ci sono dubbi: quella grandinata vuol dire &#8220;Pentitevi!&#8221;. Perchè per lui ogni pentito vale tanto oro quanto pesa. E certo non ha tanto torto<br />
 Il Babbo Natale di piazza Politiama si meravigliò e ci spiegò al Capo dei Capi (che non si chiama Totò e non è corto. Anzi, lo chiamano l&#8217;Altissimo) che, almeno l&#8217;ultimo giorno dell&#8217;apertura della sua casa, tutta quella neve vera la poteva fare cadere là. Così forse non ci dicevano che era abusivo.<br />
Al putiaro dei vestiti venduti meglio che a peso d&#8217;oro ci venne in testa di uscire i cappotti di cascimir sperando che cadeva ghiaccio pure alla via Ruggero Settimo. I soliti esagerati visto che dice che la crisi  per una poco e come se non c&#8217;è. Dice che le Ascelles sono piene di turisti e che a Cortina non si trova un posto manco nelle caverne abbracciati con le stalattiti.<br />
E che cosa dire di quelli che hanno i supermercati e che ha un anno che si lamentano che ci calarono le vendite? E che cosa vogliono con una cucuzza che costa ex cinquemila lire? E allora ghiaccio pure per loro, così si insegnano.<br />
Mio cucino Eugenio dice che ci dovrebbero mandare una mezza chilata di ghiaccio pure all&#8217;Emiro Silvio perchè ci fece la carta sconto ai poverelli. Ma si scopri che la carta è una cartuzza: cioè vale solo per quelli che proprio non solo sono al minimo della pensione, ma sono soli, schifiati dai parenti, e senza manco un forno a microonde da due lire. E mi piace pensare che il governo in questo modo sparagna un sacco perchè di persone così ce ne sono veramente poche. Ma però da quassopra ho potuto vedere le file terribili alle Poste per uscire tutti i documenti che servono per scriversi a questo festival della povertà. E tanti manco arrivano alle qualificazioni.<br />
Con la ghiacciata Eugenio ci volle dire a tutti che non sono più tempi di babbiare. Dice che questa grandine al cimitero, sopra i palermitani che ormai freddo non ne sentono più, deve significare che viene più freddo a pensare come siamo, e cioè che a un palmo dal nostro riverito posteriore può succedere di tutto come lassotto a Gazza dove c&#8217;è una carneficina di cui crepano pure i bambini.<br />
Eh sì: mio cugino è veramente contrariato e certo ha ragione. Ma io Giafar, ultimo emiro in Sicilia, dico che ne ho viste tante, che questa terra la sento come la carne che non ho più. Per questo ho rinunciato alla metà delle vergini che mi spettavano per potere continuare a guardarla. Allora io dico che ne abbiamo passate tante e che siamo ancora qua. Ancora una volta a farci gli auguri di buon anno sperando che sia vero buono e facendo finta che ci crediamo.</p>
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		<title>Chi fa la festa a Totò?</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 12:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totò Cuffaro]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;emiro Totò mi parse come quello che, finito sotto il cavallo, ci dice a tutti: miii, menomale, potevo finire sotto la carrozza. E festeggia. Mio cugino Eugenio, mentre Totò sparteva cannoli a tutti, mi diceva &#8220;Giafar, forse lui fa festa perché pensa che al peggio non c&#8217;è fine&#8221;. Può essere ma secondo mè l&#8217;emiro Totò [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;emiro Totò mi parse come quello che, finito sotto il cavallo, ci dice a tutti: miii, menomale, potevo finire sotto la carrozza. E festeggia. Mio cugino Eugenio, mentre Totò sparteva cannoli a tutti, mi diceva &#8220;Giafar, forse lui fa festa perché pensa che al peggio non c&#8217;è  fine&#8221;. Può essere ma secondo mè l&#8217;emiro Totò è finito sotto la carrozza proprio. Solo che non è come pensano tutti. Cioè: la carrozza non  sono i giudici ma gli amici suoi. Allora io penso che mentre i giudici decidevano come se lo dovevano sollevare, si cucinavano pranzi in tante cucine. Per fare la festa all&#8217;Emiro Totò mentre lui se la faceva da solo. Ma non era la stessa festa.<span id="more-2917"></span><br />
Nella cucina dell&#8217;Udc prepararono tre possibilità: 1) &#8211; Pane e cipolla; 2) &#8211; Cannoli e vino dolce; 3) &#8211; Antipasto di lausta, sarde a beccafico, lasagne cacate, un chilometro di sasizza, buccellati e cassata. Visto come uscì il discorso, poi hanno scelto il n.2.<br />
Nella cucina dell&#8217;Emiro Gianfranco, più che altro, cucinavano polpette che sono buone per tutte le occasioni: dipende che cosa ci mentii di dentro. Se Totò attummuliava completo, ce li mandavano belle condite a uso consolato così la sentenza definitiva la scrivevano loro prima della Cassazione. Se Totò attummuliava menzo e menzo, le polpette servivano per farlo attummuliare completo. Se Totò non attummuliava proprio, le polpette ce li mandavano ai giudici.<br />
Nella cucina di Alleanza Nazionale arrivò uno coi tortellini Fini e l&#8217;assicutarono. I più picciotti prepararono penne all&#8217;arrabbiata e ci scrissero un bello cartello che diceva: Menomale, Totò non è mafioso, è solo un dolinguente. Ma non erano tutti d&#8217;accordo e cercavano di capire mentre c&#8217;erano un sacco di telefonate con la cucina di Gianfranco: senti Presidente, non è che hai un poco di sale? Qualche peperoncino? Qualche presidenza della provincia? Così capiamo che cosa dobbiamo cucinare.<br />
Nella cucina del centro sinistra c&#8217;era il solito casino e ognuno cucinava una cosa per conto suo. L&#8217;emiro Tripi riempiva cannoli. &#8220;menomale che hanno detto che non è mafioso. Ora si metta a lavorare&#8221;. Ma ci arrivò subito una gran cazziata dell&#8217;emiro Catania (&#8220;Compagno non hai capito un beneamato&#8221;), che si mise a cogghiri firme per dirci a Totò che se ne doveva andare di premura. Quelli del pd munnavanmo cipudda e chiancevano ma, causa la cipudda, non si sa se per il prio o per la preoccupazione che al peggio non c&#8217;è fine e che se se ne va Totò poi si devono  vasare con Gianfranco. Che non  è il stesso. Menomale che di Roma arrivò il pizzino dell&#8217;Emiro Walter e così pure quelli  del Pd si misero a cucinare lesti lesti per impiattare la domanda di dimissioni. E cantavano: O bello ciao, bello ciao, bello ciao, ciao ciao!<br />
Nella cucina di Cosa nostra, quando arrivò la sentenza, erano tutti siddiati come succede quando, tanto per dire,  si perde un amico. Ma gli emiri più importanti ci spiegarono a tutti che Totò non era stato amico di tutti ma solo di alcuni. Insomma non era amico di tutto il condominio ma solo di uno del terzo piano, uno del quinti e uno dell&#8217;attico. Così uno disse al cuoco: c&#8217;a po&#8217; calari.<br />
Nella cucina dei siciliani, non hanno avuto dubbi: misero in tavola mezzo chilo di pezzame, un poco di uova dure, tre mafalde e una bottiglia di passito pensando che alla fine del mese, come ogni mese, dovranno rinunciare al passito, alle uova e a cento grammi di pezzame. Alla fine addumaro la telemusione per vedersi il tg. E &#8216;u manciari ci fici acitu.</p>
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		<title>Ma tutti a mezzanotte nascono?</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jan 2008 20:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stamatina, primo giorno del vostro anno, chiamavi a mio cugino Eugenio e ci dissi: Eugenio, vieni senti sta telefonata che c&#8217;è di ridere. Noi, da quassopra possiamo intercettare tutte le telefonate che vogliamo tanto non è conto che possiamo scrivere rapporti e fare altre sbirritudini, Insomma la telfonata era la seguente: Pronto, lei è ildottore [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamatina, primo giorno del vostro anno, chiamavi a mio cugino Eugenio e ci dissi: Eugenio, vieni senti sta telefonata che c&#8217;è di ridere. Noi, da quassopra possiamo  intercettare tutte le telefonate che vogliamo tanto non è conto che possiamo scrivere rapporti e fare altre sbirritudini, Insomma la telfonata era la seguente: Pronto, lei è ildottore ics dellospitale ipslon? Ma vero è che stanotte è nato un picciriddu a menzanotte e un minuto? Sì? Ma che va dicendo? Io sono il dottore Nonsochì dello spitale Nonsodove e ci posso assicurare che qui è nato un picciriddu a menzanotte e trenta secondi quindi senza mentere a cominciare che vi volete ammuccare il primo nato in Sicilia perché quello è nostro  e non ce lo può levare nessuno.<span id="more-2842"></span><br />
Mio cugino non si poteva capacitare. Giafar, mi disse, ma questi  che fa babbiano? Si fanno la guerra a colpi di bambini? Come infatti ha ragione Eugenio: qua c&#8217;è chi si farebbe dare tre punti in culo  per potere dire: il primo nato è qua, e chiama i  fotografi e magari esce unpicciriddu che è nato da una simanata ma lo hanno tenuto ammucciato nell&#8217;inbcubatriche anche se quellosi ammuccava già una legittima di latte dalla minna della madre che è sempre fresca truccata e pettinata, sorridente e perfetta.<br />
Ma se prima mi ricordo questo succedeva a livello di menzorate, ora la guerra è sui secondi che mi pare una gara di formula uno quando uno che è in ritardo di un centesimo di secondo ci dicono: miiii  chi si antico, quello sìche è una badda allazzata. Allora Eugenio e io ci siamo immaginati  che tuttto succiede come una gara di machine. Menti chè c&#8217;è una mamma che prepara e che deve sgravare, circaquasi, il 31 dicembre. E menti che, in un&#8217;altra città, ce n&#8217;è un&#8217;altra che è nella stessa situazione. Qua comincia la gara. Verso menzogiorno  ci controllano la panza a tutte e due a tipo pit stop. Decidono se ci devono mentere la camicia da notte di stoffa o di carta, controllano la pressione, ci stricano le lenti, ci fanno i massaggi. Poi via, un altro giro. A prima voice che sentono, ca ci vinniru i rulura, subito escono i cartelli e segnalano: un dolore ogni menzora, sta nascendo. Ma se è troppo presto, escono la bannera gialla e ci dicono: curo&#8217;, rallenta!<br />
Quando è il momento e se la sono allungata sino a circaquasi menzanotte, cominciano i trucchi. U picciriddu sta nascendo ma a menzanotte ci mancano ancora dieci minuti. Allora il dottore se ne va. Ma com&#8217;è pazzo, dottore? Ma dove sta andando? E lui: mi scusi signora, mi telefonò mia suocera che vuole sapere se ci può mettere la crema nel panettone, è una cosa importante. E io? Lei se lo deve tenere qualche dieci  minuti tanto non succede niente. E magari nell&#8217;altro spitale mentre il picciriddu sta nascendo in anticipo il dottore invece di dirci a sua madre: spinga, spinga, ci dice: sucassi,  sucassi. Cose di pazzi.<br />
Ma poi ora i picciriddi nascono che alle madri ci aprono la panza così manco hanno i dolori. Così si organizzano tutti per la nottata, tutto pronto: nguanti, ossigeno, bisturi, tovaglia. Pare che devono tagliare la faraona invece di fare nasciri un picciriddu. Verso  menzanotte meno tre minuti, tutti guardano lo rologio e poi un infermiere ci  dice a tutti: Avanti, tagghia! E così, zac, aprono la panza e guardano il picciriddu che mischino si annaca tutto che vuole uscire. E l&#8217;infermiere: cinque, quattro, tre, due uno&#8230;.niescilu!! E finalmente ci tirano i piedi all&#8217;armaluzzo manco fussi il tappo di una buttigghia di sciampagna.<br />
Ma se questi trucchi non funzionano e si sapi che la concorrenza di un altro spitali è arrivata più puntuale, il solito infermiere, magari ci viene in testa di fare una telefonata: Pronto, parlo col dottore ics? Guardi, stassi accura che se lei dice che il picciriddu è nato a menzanotte e un secondo, ci facciamo saltare la macchina e ci facciamo trovare un pacco bomba sotto l&#8217;albero di natale. Mi  ha capito bene? Chiamalo che viene, prima o poi, si arriverà a questo. Eddire che i palermitani per dire che hanno un pountamento alle sette dicono sempre &#8220;verso&#8221; le sette. Ma però in questi  casi diventano puntuali come un rologio sguizzero e contano minchiate. Insomma, come a dire: no minchiate? No parti&#8230;.</p>
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		<title>&#8216;u Picciriddu</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2007 22:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci dissi a Eugenio che dopo tanti anni di firriare Palermo Palermo, quasi mille a pensarci bene, non mi sono ancora abituato a questa storia del Natale. Ora vengo e mi spreco: non è conto che noi dell&#8217;islam siamo arrivati qua e abbiamo ammazzato a tutti i cristiani. Ma quale: ficimu strate, iardini, palazzi bellissimi. [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci dissi a Eugenio che dopo tanti anni di firriare Palermo Palermo, quasi mille a pensarci bene,  non mi sono ancora abituato a questa storia del Natale. Ora vengo e mi spreco: non è conto che noi dell&#8217;islam siamo arrivati qua e abbiamo ammazzato a tutti i cristiani. Ma quale: ficimu strate, iardini, palazzi bellissimi. Certo gli infedeli non ci piacevano tanto assai ma chiese non ce na abbiamo abbruciato e i monasteri bizantini non li toccava nessuno. Ai tempi di mio padre Yusuf c&#8217;erano trecento maestri che ci insegnavano a leggere e scrivere a mezza Palermo. Forse di più di come succede ora. <span id="more-2814"></span><br />
Ma pure noi islamici abbiamo il nostro natale. Si chiama Maoled e la festa è per la nascita del nostro Profeta, il giubileo di Maometto. Non è come la nscita di Gesù che sicuramente se la sono inventata e l&#8217;hanno puntata il 24 dicembre come oggi e invece magari chissà quando fu veramente. Il Maoled, invece,  è carcolato col caledario della luna e si festeggia il dodicesimo giorno del mese lunare della prima autunnata. Così non cade mai sempre la stessa iurnata come per i cristiani.<br />
Ma spiegare queste cose ai palermitani non è cosa facile. Poi finisce che, siccome non capiscono allora ci pare che li stiamo prendendo, con rispetto parlando, per il culo e diventano nervosi. E un palermitano nervoso è peggio di un palermitano calmo. Così abbiamo pensato di lasciarci il loro natale senza immischiarci troppo. Ognuno il suo.<br />
Ora dovete sapere che a me, religione o non religione, mi piacciono le cose belle. Dovevate vedere che cosa era il castello di Maredolce dove abitavo. Una cosa di lusso coi giardini, il laghetto, i piedi di pipittone, di mantrini e di arance amare. Una meraviglia. Ma noi, ammettiamolo, a ora di feste non è cosa nostra. Vuoi perché ci passava la vita nei deserti appresso ai cammelli, vuoi perché abbiamo avuto sempre la testa a viaggiare, vuoi perchè avi di tannu che contrastiamo col resto del mondo, insomma: alle feste ci pensiamo poco.<br />
I palermitani invece, miiiii&#8230;loro si che se ne sentono. Per questo si hanno fatto la nomina che tanti anni dopo che io ero morto, erano il popolo delle tre F, Farina, Feste e Forche. Cioèaddire: quando chi comandava ci sparteva farina per fare il pane, ci organizzava qualche festa, o impicava a qualche dolinguente, loro erano sempre in prima fila.<br />
Ma per Natale, almeno ai tempi miei, nessuno spartiva niente a nessuno. Non c&#8217;era la tredicesima, non c&#8217;erano bottiglia e panettone dell&#8217;ufficio, non c&#8217;erano i regali di patri e matri. Ma c&#8217;era la magia.<br />
Voi lo sapete che per noi è peccato grande fare un quadro di Maometto. Non è come per voi il Cricifisso o il Cuore di Gesù che voi ora mentete pure impiccicato nel cristallo delle macchine. Ma la vigilia di Natale, ai tempi miei, c&#8217;era come una magia. Verso le dieci di sera i palermitani si muovevano, uscivano di casa e camminavano lenti lenti verso la chiesa. C&#8217;era chi pregava, chi cantava, chi camminava manu manuzza. C&#8217;erano le fimmini che arricintavanu i picciriddi sempre tosti e cornutazzi che andavano correndo di qua e di la. C&#8217;era scuru allora, non è conto che c&#8217;erano i lampioni come ora. Nello scuro i ziti si abbrazzavano, i vicchiareddi si sostenevano e poi si andavano a sedere nella chiesa dove il parrino ci spiegava a tutti che un picciriddu stava nascendo nella stalla con uno scecco e un vistiolo al posto dei termosifoni e che mentre questo picciriddu nasceva una stella granni granni si era posata sopra la stalla e ci segnava il posto a tutti. E correvano pecorari, pescatori e c&#8217;era un pecoraro che appena vedeva la stella si scantava per la grande lucentezza. E poi arrivavano tre re importantissimi sopra i cammelli e ci portavano regali preziosi a quel picciriddu nato in una stalla. Aspanu, Micciuoniu e Batassarru, che venivano di lontano lontano.<br />
Io in chiesa non ci potevo andare perché non era cosa. Magari poi pensavano che mi stavo facendo cristiano e non poteva essere. Anche perchè io sono un devoto del mio Dio, ci mancherebbe. Però mandavo sempre un segretario del palazzo a sentire le parole dei parrini e a scriverle sopra un libro e io poi me le leggevo e mi sembrava come quando ero picciriddu io e mia madre Jasmine mi raccontava le favole delle palme delle oasi che facevano un poco di curtigghiu quando una carovana partiva e un&#8217;altra stava arrivando. E quando guardavo tutti quei plermitani che andavano a sentire la favola del Picciriddu, mi affacciavo a una finestra del castello e guardavo il cielo per vedere quando mai neinte si stava avvicinando qualche stella con la coda. Certo lo sapevo che non poteva essere ma tanto che ci perdevo ad affacciarmi? Non è conto che mi vedeva qualcuno.<br />
E a menzanotte suonavano tutte le campane così che era nato il Picciriddu lo sapeva pure chi non lo voleva sapere e dice che appena  nato era già come se ci dicesse a tutti: miii che siete tosti, vi volete stare belli quieti che è troppo bello stare tutti insieme senza aggaddarci ogni cinque minuti? Certo in chiesa tutti ci avevano raccontato i suoi guai, chi aveva malati, chi non aveva il pane, chi si aveva sciarriato con suo fratello, chi aveva un figlio che era dovuto partire. Ma perchè &#8211; pensavo &#8211; io non ce li ho pure i miei guai? Mio padre che non mi leva gli occhi d&#8217;incapo perché pensa che non sono tanto intelligente, mio fratello che non vede l&#8217;ora di mettersi al posto mio, quei pezzi di merda dei normanni che già sono arrivati a Siracusa e, chiamali che viene, arrivano a Baaria. Ma in quella notte io restavo affacciato alla finestra del castello e respiravo il profumo dei pipittoni. Magari c&#8217;era il cielo sereno e mi sentivo sereno pure io. E ci dicevo al mio Dio: Signore Misericordioso e Onnipotente, lo senti che pace che c&#8217;è? Non è bello se per una notte, una sola, non si sente lo scruscio del ferro ma solo il silenzio del Cielo che prima o poi sarà la grande casa di tutti? Certo Lui non è conto che mi rispondeva. Ma io lo sapevo che mi aveva sentito. Poi mi andavo a coricare. E per una notte i fantasmi non mi venivano a trovare. E dormivo. Allora che vi devo dire? Trattatelo bene a questo Picciriddu e cercatelo negli occhi puliti dei vostri picciriddi e in quelli di tutti i picciriddi del mondo. Se guardate bene, lo trovate. Buon natale.</p>
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		<title>Muharram (capodanno)</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2007 12:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi stavo facendo una passiata con mio cugino Eugenio (l&#8217;Emiro) e siamo passati dal Politeama dove hanno montato l&#8217;albero di Natale. Con tutto il rispetto. Per noi Gesù è stato un profeta. Ci crediamo pure noi. Mentre guardavamo tutti i brillantini che dice che sono costati mila e mila euri, intesi dire che quest&#8217;anno il [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi stavo facendo una passiata con mio cugino Eugenio (l&#8217;Emiro) e siamo passati dal Politeama dove hanno montato l&#8217;albero di Natale. Con tutto il rispetto. Per noi Gesù è stato un profeta. Ci crediamo pure noi. Mentre guardavamo tutti i brillantini che dice che sono costati mila e mila euri, intesi dire che quest&#8217;anno il capodanno a Palermo non lo fanno. Dice che l&#8217;Emiro Diego decise di prendere seicento mila euri e di spartiriccilli ai morti di fame. Tanto a morto di fame, viene, magari, un piatto di lasagne. Bravo Diego, disse mio cugino Eugenio. Ma io ci spiegai: aspetta Eugenio che qua non è conto che le cose sono sempre come sembrano. <span id="more-2798"></span>Come infatti appena si seppe la notizia tutti i chiesastri erano contenti perchè l&#8217;Emiro sparte i picciuli a loro e loro li spartono ai morti di fame. E diventano importanti. Poi magari, a ora di elezioni, l&#8217;Emiro Diego si presenta ai chiesastri e ci spiega che i voti ce li devono dare a lui che se acchianano i comunista poi per capodanno fanno un concerto coi Modena Citi Rambles (ma ku su?) e un pirito ai morti di fame.<br />
Insomma, come al solito, il fatto è uno e il discorso è un altro. Lo dicevo sempre, qualche anno fa, quando non ero solo spirito ma carne e ossa. Ma perché i palermitani devono essere nemici della contentezza? Un mio lontano cugino John Al Kafuri che sta all&#8217;America, mi contò che nel paese dove sta lui per capodanno mentono tanto l&#8217;uno, montano un amplificatore sparato, mentono la musica e si vedono nelle piazze e ballano sino alla matina. Questo non si poteva fare?<br />
Per noi islamici è diverso. Intanto il capodanno arriva a sorpresa. Si chiama Muharram e capita secondo come si muove la Luna. Quest&#8217;annata, tanto per dire, cade il 9 gennaio. Ma non è che dura una notte. Dura quasi una mesata visto che finisce l&#8217;otto febbraio. Il giorno più importante è il 19. Ma per noi è una cosa religiosa di cui non pensiamo a divertirci. Quando ero capo a Palermo per capodanno facevo chiudere tutte le taverne perché lo sapete, noi col vino non siamo tanto parenti stretti. Noi nel muharram preghiamo. Anzi addirittura non è tanto bella fare vedere che uno si diverte, che uno fa &#8220;festa&#8221;. Ma quando arrivavi a Palermo capivi subito che la fistilitudine ai palermitani non ce la potevo levare, che si dovevano diverrtire. E quale modo migliore? Un capodanno il 31 dicembre e l&#8217;altro, secondo com&#8217;era il fattore della luna, per il Muharram. E un palermitano se vuole una festa e tu ce ne dai due, è felice.<br />
L&#8217;Emiro Cammarata, invece, non ce ne dà manco una anzi, si mette la cenere sopra i capelli e ci spiega a tutti che il pidocchio ha una bronchite cronica. Va bene per i morti di fame (Speriamo che questi soldi ci arrivano propriamente a loro&#8230;) ma forse si ci doveva pensare pure prima  o no? Ai tempi miei, quando c&#8217;era abbondanza, noi ci spartivamo le cose di mangiare ai morti di fame: d&#8217;inverno, d&#8217;estate, sempre. Quando siamo arrivati qui abbiamo costruito moschee ma pure giardini, venivano imam ma pure scinziati, lavoravamo in campagna, facevamo costruzioni e la burocrazia funzionava. Vero è che abbiamo qualche pobblema col vino. Ma l&#8217;acqua non mancava. E mentre passio con mio cugino sopra questa città che batte nel mio petto come un cuore, penso che quando ce ne siamo dovuti andare, forse non erano tutti contenti. Visto chi arrivava al posto  nostro.<br />
Fedeli, infedeli: tutte minchiate, con rispetto parlando. Qui il pobblema è stare bene o stare male.<br />
Ora mi dicono che quest&#8217;anno i palermitani non hanno tanto splendore di sacchetta. Dice che le tredicesime hanno fatto la dieta &#8220;sette chili in sette giorni&#8221;, che alla fine dell&#8217;anno si presentano tutti quelli che uno ci deve dare i soldi: tasse, mutui, bollette. E si presentò pure l&#8217;Emiro Cammarata, con le tasse sopra la munnizza. Insomma ce ne sono motivi per essere siddiati. Ora l&#8217;Emiro Diego ci mise il carrico. Allora ci dissi a mio cugino: Eugenio, facciamoci un giro case case e convinciamo tutti i palermitani a trovarsi al Politeama. In un angolo armiamo un karaoke, nell&#8217;altro di portiamo tutte le commesse delle putie di via Ruggero Settimo con le cosce di fuori, nell&#8217;altro chiamiamo stigghiolari, quarume e spincione (che carne di porco non ne trattano). E poi una fontana finta che spruzza aranciate e succo di ananas. Poi magari invitiamo gente che conta cose che fanno fottere dalle risate. Ficarra e Picone no perché se ne sono saliti e manco ci calcolano. Ma se ce lo diciamo a Civiletti, a Gino Carista, a Toti e Totino, tanto per dire, tu che dici che non si presentano? Così ci divertiamo lo stesso e una lira ai morti di fame non ce la leviamo. Anzi li chiamiamo tutti al Politeama. Pure a loro. Tu che dici che uno di Biagio Conte al karaoke non se la spiruglia?</p>
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		<title>Targhe alterne</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 11:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Billitteri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando me la colsi nel castello di Maredolce, al grandissimo Onnipotente ce lo feci per patto. Rinuncio &#8211; gli dissi &#8211; a metà delle settanta vergini che mi toccano ma tu, oh Luce Perpetua, mi devi lasciare a Balarm per sempre. Lui mi disse che si poteva fare e così mi passo il tempo a [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando me la colsi nel castello di Maredolce, al grandissimo Onnipotente ce lo feci per patto. Rinuncio &#8211; gli dissi &#8211; a metà delle settanta vergini che mi toccano ma tu, oh Luce Perpetua, mi devi lasciare a Balarm per sempre. Lui mi disse che si poteva fare e così mi passo il tempo a guardare quello che succede, io l&#8217;Emiro Giafar, ultima Spada dell&#8217;Islam in Sicilia. E non sono solo visto che, quando non è in giro a spirugghiare faccende, c&#8217;è pure mio cugino Eugenio. Eugenio l&#8217;Emiro, per intenderci.<span id="more-2774"></span><br />
Ora mentre mi allumavo la situazione ho seguito questa cosa delle targhe alterne e pensando a come sono i palermitani, quasi mi affogavo col narghilè. Allora, come dicono nelle pubblicità, alcuni esempi.<br />
1) &#8211; Caso delle famiglia dove ci sono tre macchine, una pari e una spari, e un motorino. Conseguenza è che si esce a turno. Il marito sta a casa e esce la moglie. L&#8217;indomani al contrario. Ma questo è il caso meno complicato perché alla fine uno si accorda e pace. Il problema nasce quando si decide che una delle due macchine, a turno, diventa un tassì. Allora il marito esce per andare all&#8217;ufficio ma prima deve accompagnare la moglie. E qua ci sono le prime questioni: Maria arriminati che arrivo tardi. Seeee, e quanto te ne freghi di arrivare tardi quando perdi tempo al bar per ammuccarti una ines e un cappuccino? Che sono meno importante della ines. Ora, anche se magari la moglie è un&#8217;arancina coi piedi sopravvissuta alla strage di Santa Lucia, il fattore è che ogni mattina c&#8217;è il dramma davanti all&#8217;armadio che si conclude così: Io non ci vado all&#8217;officio oggi. Perché, ti senti male? No, non ho niente di mettermi. E certo, ingrassasti quindici  chili e non ti entra più niente&#8230; Insomma, alla fine qualche cosa si trova ma già è tardi. E il traffico è terribile come sempre. Oppure la macchina la prende lei e lui, dopo avere a lungo meditato per l&#8217;intera notte sul suo buon proposito di prendere l&#8217;autobus, alla fine, tazzina di caffè in mano e occhi sbattuti, se ne esce al naturale: lo sai che faccio? Mi do malato.<br />
2) &#8211; Caso della famiglia monoreddito, monoauto, monopattino. E&#8217; una vera tragedia. Non resta che la 101, il corpo a corpo con i ragazzini &#8220;doppi&#8221; (1ragazzino + 1 zaino enorme), e con i colf filippini. Unica alternativa rivisitare la propria perizia di costruttori di &#8220;pattine&#8221;, procurarsi per tempo assi di legno e ruote a pallini, omologare il mezzo dopo una prova nel corridoio, inaugurarlo nel tragitto casa-ufficio dove scopri che il posteggio è pieno perché già ci ha pensato pure qualcun altro.<br />
3) &#8211; Caso del condominio sfortunato. Dove tutti hanno la stessa targa: tutti pari o tutti dispari. Tranne uno: il cavaliere Matranga, ipovedente con accompagnamento. Quello che quando siete con lui in ascensore neanche gli fate il piacere di ammaccare il tasto del piano giusto e lui vi porta all&#8217;attico perché non vede una mazza. Quello che se esce sul pianerottolo e vi sbatte di sopra voi ci dire: cavaliere,  ma che fa non mi ha visto? Ebbene improvvisamente, per tre giorni alla settimana, diventa San Matranga e davanti alla porta di casa sua c&#8217;è la fila: Cavaliere, ci serve aiuto? Deve andare in qualche posto? L&#8217;accompagno io. La spesa già la fece? Ce la faccio io. Insomma l&#8217;obiettivo è fottergli la macchina col prezioso contrassegno che apre tutti i blocchi e disarma tutti i puntunieri. Si creano pure alle4anze e la Punto del Cavaliere diventa un tassì. Il signor Pino del terzo piano, stesso pianerottolo del Cavaliere, è sempre il primo, riesce a conquistare la Punto e chi vuole un passaggio ci deve dare tre euro ad andare e tre euro a tornare perché Pino è cassintegrato, lui a lavorare ci deve andare ma il fatto che lavorate voi diventa un lavoro per lui. Non so se mi spiego.<br />
Mio cugino Eugenio mi ricorda quando scendevamo da Maredolce sino al Kemonia a cavallo. Altri tempi: quando dalle marmitte usciva solo concime.</p>
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