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	<title>Palermo blog - Rosalio &#187; Lessico sicigliano</title>
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		<title>E come educazione</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2007 00:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Deborah Pirrera e Marco Pomar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lessico sicigliano]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Le giornate cominciano ad allungarsi e a farsi ancora più tiepide, la colonnina del termometro qui a Milano già da giorni oscilla di poco fra gli 15 e i 20 gradi; un clima davvero eccezionale per essere a Milano e a metà marzo. Fino a qui nulla di nuovo, in tutta Italia quest’inverno abbiamo sentito [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Le giornate cominciano ad allungarsi e a farsi ancora più tiepide, la colonnina del termometro qui a Milano già da giorni oscilla di poco fra gli 15 e i 20 gradi; un clima davvero eccezionale per essere a Milano e a metà marzo. Fino a qui nulla di nuovo, in tutta Italia quest’inverno abbiamo sentito parlare con toni più o meno allarmistici di temperature impazzite. Qualcosa di nuovo però mi è accaduto, ascoltando le parole di una donna rivolte all’amica che come me stava aspettando l’ennesimo autobus in una mattina assolata che faceva fatica a “decollare”. La donna, avrà avuto più o meno la mia età, carina, abbigliamento casual, capelli raccolti e due sacchetti della spesa in mano raccontava di trovarsi in un momento di difficoltà. Era una mamma single e diceva esattamente che era uno dei suoi tanti momenti di difficoltà economica, e con due figli a carico i suoi lavori precari non bastavano a pagare la bolletta. A quel punto ho sperato di cuore che l’arrivo del 56 fosse ancora lontano, oltre i 3 minuti rimanenti come segnava il display. Il suo compagno ormai si faceva sentire sempre più di rado, ma glielo perdonava, in fondo anche lui non aveva mai navigato in buone acque. Una situazione sempre più “normale” qui a Milano, con buona pace di quanti continuano a parlare di famiglie classiche in barba alle statistiche che ne indicano una presenza  minoritaria.<span id="more-1540"></span> Ma la parte più interessante del discorso doveva ancora arrivare. La donna era nonostante tutto serena; a darle quella serenità, diceva, erano i suoi figli che sempre più spesso si ritrovava ad avere come maestri da cui imparare. Erano stati educati a cavarsela da soli sin da piccoli, educati a sbrigare faccende di casa e compiti senza aiuti esterni, educati a chiedere il giusto, educati al rispetto della famiglia e delle sue dinamiche, educati al dialogo e all’ascolto, educati, in casi estremi, a guadagnarsi qualche lira. Questa educazione ora le tornava indietro sotto forma di serenità, tanto da potersi dire comunque contenti. Il 56 è arrivato, come annunciato dal display, e con lui una raffica di domande, che si ricollegavano tutte a una: “quanti anni di diseducazione o di educazione al nulla, alla violenza, al superfluo ci sono voluti perché fatti come quelli di Catania, e non solo, avvenissero?”</p>
<p align="right">Deborah</p>
<p>Un termine italiano per lo più mantiene un significato principale condiviso da tutti.<br />
La parola Educazione a Palermo no. A Palermo educazione ha un significato quando è riferita a se stessi ed un altro quando si parla del prossimo. Non è educato parcheggiare in seconda fila, ma io lo faccio solo per un attimo, non è educato suonare il clacson, ma se quelli sono addormentati in macchina che devo fare?, è maleducazione entrare negli autobus dalle porte centrali, ma è l’unica dove c’è un po’ di spazio; e che dire di quelli che rallentano per guardare gli incidenti?, beh, però se dio non voglia fosse uno che conosco? Non è giusto gettare l’immondizia fuori dall’orario consentito, ma io ho solo un sacchetto, cosa vuoi che sia?  Si, la coda va rispettata, ma mica posso essere l’unico scemo in fila?<br />
Il palermitano è sempre pronto ad autoassolversi, senza per questo che la sua furia moralizzatrice ne venga attenuata. La città, fosse per lui, sarebbe perfetta: una specie di piccola svizzera. Peccato che ci sia sempre qualcun altro pronto a distruggere il suo sapiente e paziente lavoro di educazione civica.<br />
Discorso che vale anche per tutte le tornate elettorali. Palermo non cambia perché gli altri votano sempre per gli stessi latri e manciatari. Non come me che c’ho una persona di fiducia indicatami da mio cognato.<br />
Ah, se tutti fossero come me, questa città si che rivivrebbe una stagione di splendore!</p>
<p align="right">Marco</p>
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		<title>D come Denaro</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jan 2007 02:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Fabozzi e Deborah Pirrera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lessico sicigliano]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Possedere i mezzi per possedere. Questo è, ormai, l’essere ricco. In questa epoca le merci, come i denari, si sono smaterializzati. E così anche il possedere diviene immateriale e il possidente non sa più neanche cosa possiede. E anche a Palermo il denaro sembra tanto importante e “fumoso” che anche chi non ne ha (virtualità [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Possedere i mezzi per possedere. Questo è, ormai, l’essere ricco.<br />
In questa epoca le merci, come i denari, si sono smaterializzati. E così anche il possedere diviene immateriale e il possidente non sa più neanche cosa possiede.<br />
E anche a Palermo il denaro sembra tanto importante e “fumoso” che anche chi non ne ha (virtualità del bene) finge di averlo: tanto in tasca, pensa il malcapitato, io e il ricco abbiamo lo stesso Niente al massimo una piccola cartina di plastica.<br />
Il denaro non ha più peso e così si vedono paffuti posteggiatori chiedere 2 euro per un favore non dato (anch’esso virtuale) e i locali più chic pieni di poveri ma belli che capitalizzano i loro guadagni da call center in drink alla moda sperando che un piccolo impresario teatrale o di partito possa prenderli sotto la loro (virtuale) ala. E i ricchi e i poveri si mescolano non in virtù ma in promiscua vacuità.<span id="more-1185"></span><br />
Ma al ritorno a casa ognuno gratta la sua “rogna”: i ricchi, in ghetti luminosi e pieni di sistemi di sicurezza, i poveri nei quartieri meno brillanti con al massimo un cane che abbaia ininterrottamente tutta la notte, come allarme antifurto. Tutti parcheggiano la stessa macchina, tutti e due si spogliano degli stessi abiti, ma la differenza tra ricchi e poveri è nel sistema di allarme.<br />
La conclusione è infondo anche qui una specie di gioco di parole:<br />
nell’epoca della virtualizzazione crescente del possesso soltanto i mezzi di sicurezza adoperati per proteggere il denaro lo rendono ancora materiale.</p>
<p align="right">Luigi</p>
<p>Come convincere i lettori che il dio Denaro non impera nella società del 2007?<br />
A Palermo come a Milano, a Tokio o Berlino? Decido di non provarci affatto, di non raccontare che a Milano c’è chi rinuncia a lavori come insegnante o giornalista o cronista o redattore televisivo o quant’altro per andare a lavorare a tempo pieno in un panificio, lo dico con assoluto rispetto verso questo mestiere ma senza tacere la difficoltà che gli orari di un panificio comportano, per 200 euro in più? Allora vi invito solo a fare qualche riflessione. Dal fondo di una metropoli, quella milanese appunto, e di una società spesso malamente dominata dal dio Denaro, emergono spesso e comunque delle voci fuori dal coro che suonano come vere e proprie sirene d’allarme che costringono alla riflessione. Corsi di clownerie, di manipolazione dell’argilla, di volo degli aquiloni, di musicoterapica, di pet therapy; e ancora tecniche di rilassamento, tecniche di respirazione, tecniche di autocontrollo e, per condire, un Proliferare di animali domestici che affollano striminziti appartamenti, spesso costretti a rimanere a lungo da soli purché, al rientro a casa distrutti, ci riservino parte delle loro effusioni consolatorie. Corsi di scrittura, recitazione, pittura e disegno, ricamo e tombolo; massaggi, shiatsu, terapeuti e terapisti, psicomaghi e pranoterapeuti. La società si è ammalata, la corsa al denaro necessario o accessorio ne é in parte colpevole e si cerca in ogni modo, soprattutto spendendone dell’altro, di guarire. Ma a mio avviso, mi si perdoni il termine poco felice; i “peggiori” sono i buddisti. Sciami, anzi orde, di buddisti qui a Milano in sette circoli o chiusi in casa. Ognuno con il suo sacro tempio domestico a recitare preghiere e a ricavarne, ne son certa, grande beneficio ma tutti o quasi tutti infinitamente insistenti nel convincerti a fare altrettanto. “vieni a pregare da me domani, ci conosciamo appena ma vorrei farti incontrare… “. No grazie, domani non posso e temo neanche dopodomani, per il buddismo non sono ancora pronta, scusa è il mio limite… mi sono ritrovata più volte a sostenere una discussione del genere, non me ne vogliano i buddisti sorridano, se possono, davanti all’ironia. Ma invito tutti a riflettere sull’equazione: meno denaro più tempo.</p>
<p align="right">Deborah</p>
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		<title>C come corpo</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 01:18:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Fabozzi e Deborah Pirrera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il corpo dei palermitani è il corpo delle contraddizioni. Nei palermitani DOC scorgi due tipologie di vis corporale: il segaligno e il corpulento. Il primo è così secco da far vedere i muscoli e i nervi, con una faccia scavata dal fumo tirato su dall’immancabile cicca di sigaretta penzolante. Sono sempre abbronzati, i segaligni, non [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il corpo dei palermitani è il corpo delle contraddizioni.<br />
Nei palermitani DOC scorgi due tipologie di vis corporale:<br />
il <em>segaligno</em> e il <em>corpulento</em>.<br />
Il primo è così secco da far vedere i muscoli e i nervi, con una faccia scavata dal fumo tirato su dall’immancabile cicca di sigaretta penzolante.<br />
Sono sempre abbronzati, i segaligni, non si sa come, né perché, e si capisce che anche se stessero sottoterra loro sarebbero sempre abbronzati (altra contraddizione).<br />
Il corpulento, il <em>gordo</em>, lo chiamerebbero in Spagna, lo vedi sempre vicino ad un fruttivendolo, o almeno è così che me li immagino io. Nella mia testa il <em>gordo</em> è sempre legato all’odore delle patate bollite, quelle che stanno ammollo da sempre.<br />
I corpulenti però battono in numero i segaligni.<br />
E qui non si capisce.<span id="more-1129"></span><br />
I corpulenti sembrano essere i più poveri tra le due fazioni e la domanda che mi sono sempre posto è come fanno.<br />
I segaligni me li spiego, non mangiando.<br />
Ma loro i <em>gordi</em>, che dividono con i segaligni la fame antica, sono sempre ben pasciuti, non più allegri, ma sicuramente pasciuti, tanto da non potersi guardare i piedi.<br />
Da piccolo domandavo a mia mamma: “mamma ma i grassi si mangiano i magri?” spiegandomi così di un colpo la minoranza etnica dei <em>sicchi</em> e lei mi rispondeva sempre: “con quelle ossa incatenate tra loro avrebbero poco da mangiare”.<br />
La domanda che pongo a tutti voi allora è: che c’è dentro la pancia dei <em>gordi</em>?</p>
<p align="right">Luigi</p>
<p>Ci capitano certe cose che ci colpiscono… so che questa non è proprio una frase d’effetto per cominciare, ma l’idea di mettere di seguito ben sette parole che cominciavano con la lettera “C” mi divertiva!<br />
Il corpo metafora del tempo.<br />
Dai corpi morbidi della classicità ad oggi la storia è lunga, ma è sull’oggi che mi piace soffermarmi. Corpi che si affollano, che rispettano la fila, che si ammassano sui mezzi, che si sfiorano, che si desiderano; ancora corpi che passano accanto ignorandosi, corpi che si toccano e “chiedono scusa”, corpi intirizziti dal freddo, corpi elegantemente avvolti. Corpi che si agitano in discoteca, corpi che sudano in palestra, corpi che si abbrustoliscono al sole o sotto una lampada abbronzante… dipende. La parola d’ordine è esserci comunque con il corpo, non necessariamente con anima e mente, e dal momento che ci si affanna per esserci tanto vale essere notati. E allora corpi snelli, scattanti, pronti all’uso. Lucidati, tirati, strizzati; corpi parlanti, a volte, ma sempre meno pensanti.<br />
Tratta il tuo corpo come un tempio.<br />
 Non ricordo chi l’abbia detto, ma rende l’idea. E il nostro tempio è rimpinzato di cibi chimici, gonfiato nei punti giusti, stressato, ma oleato, profumato, shampato e MAGRO. Sì… il corpo oggi lo si pretende magro,snello, sodo. Chi rientra in questi parametri, e in queste taglie, può trovare posto in società altrimenti… si storce il naso, si fa fatica, non si è del tutto accettati. Ci capitano certe cose che ci colpiscono, come trovarsi nella condizione di inviare una serie di curriculum per la necessità di trovare un posto di lavoro part time che ci permetta di pagare affitto e bolletta e di sentirsi rispondere, anche per andare a fare le pulizie o la commessa in un negozio di generi alimentari, “invii anche una sua foto”. Non c’è scampo, e i bagordi natalizi non aiutano.<br />
Dalla città della moda, Milano, è partita una campagna promossa dai maggiori stilisti e da quanti hanno voluto aderirvi: è un invito a lottare contro l’estetica del magro e bello ad ogni costo. Cacciate le quindicenni, apertura alle taglie 42 e 44 da tempo bandite. &#200; un segnale importante e allarmante allo stesso tempo, che ci deve far riflettere e riprendere ad amare una vita… più morbida.</p>
<p align="right">Deborah</p>
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		<title>(B)ene (e male)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jan 2007 23:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Fabozzi e Deborah Pirrera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lessico sicigliano]]></category>
		<category><![CDATA[bene]]></category>
		<category><![CDATA[male]]></category>

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		<description><![CDATA[In ognuno di noi esiste ed insiste un Adolf Buddha. Il bene e il male sono così fusi da diventare una persona sola, un’emulsione così indistinguibile da renderla un unicum. Un unico essere bicefalo che discorre tutto il giorno sul da farsi. La sua bocca è piena della mela della conoscenza e masticando tira avanti [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In ognuno di noi esiste ed insiste un Adolf Buddha.<br />
Il <em>bene</em> e il <em>male</em> sono così fusi da diventare una persona sola, un’emulsione così indistinguibile da renderla un unicum.<br />
Un unico essere bicefalo che discorre tutto il giorno sul da farsi.<br />
La sua bocca è piena della <em>mela della conoscenza</em> e masticando tira avanti per tutta la vita umana.<br />
Ma Adolf in realtà è la belva, forse la vera essenza umana, che viene ammaestrata da Buddha a non mangiare e a non mangiarsi.<br />
Adolf Buddha è tutto fuorché silente e soprattutto è così preso da sé da non riconoscersi negli altri e da non riconoscere la differenza che c’è negli altri.<br />
È così ignorante della sua stessa esistenza che cerca sempre di etichettare come <em>male assoluto</em> ciò che gli capita a tiro.<br />
Non esiste un <em>male assoluto</em>, lo dico e lo ripeto, forse sarò poco popolare, ma nessun male è assoluto. Il male, ahimé, è soggettivo.<span id="more-1076"></span><br />
Quando si arriva in mezzo ad una cultura di cui non si sa nulla, la prima cosa da chiedersi è: cos’è il bene e il male, qui? Sotto quali forme si manifesta?<br />
Prendiamo la mutilazione dei genitali femminili, cosa orribile secondo il nostro metro di giudizio, cosa benefica invece per chi la pratica.<br />
Se tutti la attuassero, intendo tutto il mondo, diverrebbe un male non farlo.<br />
Ergo, spesso e volentieri chiamiamo <strong>bene</strong> la <em>consuetudine</em>.<br />
Questo ragionamento può spingersi anche agli estremi, dove non voglio andare, per evitare ogni tipo di polemica.<br />
Se comprendessimo che in noi c’è un Adolf, capace di nefandezze tali che il povero Buddha cerca, come un domatore circense, di rabbonire, forse scopriremmo il bene lontano dalla consuetudine.</p>
<p align="right">Luigi</p>
<p>Bene era una donna di origini meridionali, mora, non particolarmente bella… potremmo meglio dire di costituzione “solida”. Diplomata al Conservatorio insegnava canto in una scuola di Milano e presso un centro diurno per bambini non dotati; nel tempo libero improvvisava spettacoli e laboratori artistici che portava in giro nelle piazze della provincia lombarda. Con non poca fatica si era costruita un buon avvenire in cui “puntualità”, “professionalità”, “programmazione” erano le parole d’ordine. Aveva una voce  squillante e il tono fermo ma cordiale la aiutava a mostrarsi assolutamente sicura in tutto ciò che faceva. Come ogni buona femmina meridionale amava la cucina: il piatto che le riusciva meglio era la parmigiana, come le era stato insegnato dalla mamma. Gli uomini le interessavano poco, più che altro li considerava una perdita di tempo: la carriera prima di tutto! Così si trascinava stancamente in una relazione a distanza.<br />
Male era un ragazzo franco marocchino, era scappato da casa appena compiuti i quattordici anni; aveva girato il mondo lavorando per un circo, tre spettacoli a sera poi tirava fino all’alba bevendo e giocando a carte. Aveva avuto molte donne, nonostante fosse ancora giovane, e qualche figlio. Non aveva mai un soldo in tasca, li spendeva quasi tutti in vino… e in qualcos’altro. Lui di mestiere insegnava clownerie e si esibiva in spettacoli di strada, ma la strada a volte era troppo fredda e la gente sempre meno generosa.<br />
Bene e male si incontrarono a Praga, ad una festa. C’era la musica, c’era un sacco di gente, da uno schermo gigante venivano proiettati spezzoni di film noti e pittori riempivano tele di colori. Male la invitò a ballare e la abbracciò, anche quella sera aveva bevuto molto; poi le fece uno scherzo: fece finta di abbassarsi perché gli era caduto qualcosa dalla tasca e quando sollevò di nuovo lo sguardo indossava un naso rosso finto, da pagliaccio. Bene rise, rise di cuore, e fu Amore. Bene e Male si ritrovarono a vivere insieme a Milano, lei lo accolse in casa senza chiedergli nulla. A volte dormono insieme, a volte si perdono, altre si amano. Bene non ha smesso di vedere il suo vecchio amore e a volte lo raggiunge nei fine settimana; Male sta fuori più a lungo, certo non vuole passare per un cattivo genitore e di città ne deve girare almeno tre.  Fra pochi mesi nascerà la loro bambina, Bene e Male hanno deciso di chiamarla Gioia.<br />
(non è una storia inventata, di inventato ci sono solo i nomi… forse)</p>
<p align="right">Deborah</p>
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		<title>A come Agire</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Dec 2006 02:43:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Fabozzi e Deborah Pirrera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lessico sicigliano]]></category>
		<category><![CDATA[agire]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
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		<description><![CDATA[Ecco una parola con la quale, da buon siciliano, non avrei mai voluto cominciare. Inizio con il dire che il Fare non significa Agire e che quindi mangiare, urlare, gracchiare, non è Agire, neanche andare a prendere i dolci la domenica è Agire e neanche andare ai party “esclusivi”, da far ridere i polli, è [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco una parola con la quale, da buon siciliano, non avrei mai voluto cominciare.<br />
Inizio con il dire che il Fare non significa Agire e che quindi mangiare, urlare, gracchiare, non è Agire, neanche andare a prendere i dolci la domenica è Agire e neanche andare ai party “esclusivi”, da far ridere i polli, è Agire.<br />
E allora cosa cavolo è Agire?<br />
Chi si può considerare una persona attiva, cioè che agisce?<br />
Pensando a me e ai miei conterranei non riesco proprio a vedere qualcuno che agisce.<br />
In un conato di sicilianità, direi che,  forse l’Etna agisce. Sì lui sì. Perché “espolde fregandosene”, senza essere pagato, e una volta che ha creato rimane il segno.<br />
Ma poi ricade la neve, direte voi, e tutto sembra ritornato come prima.<br />
È vero. Quindi, anche chi agisce dopo un po’ viene coperto dalla “neve”. E tutto ritorna come prima.<br />
Agire, agire. Andiamo al contrario chi non agisce è passivo, no? Soffoca l’istinto all’Agire e questo soffocare crea tensioni, delusioni, lacerazioni. E allora vuoi vedere che le facce contorte e ritorte di Palermo sono attorcigliate dall’azione sempre negata?<span id="more-1050"></span><br />
Come una forma di clausura sessuale che porta a torbide storie clericali?<br />
Questo però è vero se alla base mettiamo che l’istinto di un essere umano, e il palermitano lo è (no?), sia la naturale pulsione all’atto.<br />
Quindi la domanda nasce spontanea:<br />
ma i palermitani soffocano l’istinto all’agire o sono passivi liberi dall’esigenza di agire?<br />
Non lo so! So solo che guardando la popolazione dei caffè, degli aperitivi, che lentamente sorseggia il daiquiri, o qualche frozen, non sento un grande sollievo. Mi appaiono come tanti bradipi in vacanza che sperano sempre che ci sia qualcun altro a fare il “travaglio”.<br />
Ma non mi solleva neanche l’iperattività dei manager che “iperattivamente” portano borsette di cuoio nei loro scooteroni.<br />
La mia paura è che i nuovi siciliani passino dal <em>nullafare</em> alla fittizia <em>iperattività</em>, che come disse qualcuno è l’impasse e la sofferenza verso cui ci conduce l’incapacità d’agire. Una attività illusoria che riempie le nostre vite.</p>
<p align="right">Luigi</p>
<p>Comincerei subito con lo sfatare un luogo comune sui milanesi: i milanesi non agiscono, direttamente…si agitano. Avviluppati dal tran tran quotidiano dove tutto viene cronometrato al secondo, persino il tempo del cappuccino, se qualcosa va storto nella loro tabella di marcia, con il terribile rischio di fargli perdere tempo e denaro, agiscono agitandosi. La vecchietta in attesa alla fermata dei tram appena vede saltare una corsa, non un autobus ogni tre minuti come annunciato nel display elettronico ma l’attesa prolungata addirittura sino a sei, agisce chiamando il numero verde, 80080…, e chiede subito spiegazioni. Se un uomo, in apparente perfetta forma, vede occupato il suo posto esibisce prontamente il tesserino di invalido civile chiedendo al malcapitato profittatore di cederglielo immediatamente. Al corso per diventare manager improbabile dell’ancora più improbabile azienda che si occupa di scritture aerospaziali non figura il tuo nome sulla lista? Lì il milanese agisce improvvisando una sommossa popolare: nomina due rappresentanti, chiede il numero di telefono e la mail dell’organizzatore del corso, non contento si informa su luogo e orari di ricevimento ed è pure capace di andare di persona così che, alla lezione successiva, stai pur certo che il suo nome su quella lista ci sarà, magari scritto a penna e aggiunto in calce ma, perdio, ci sarà! Il milanese dice le cose in faccia, le buone e le cattive, più le cattive a dire il vero. E reagisce. Se ti becca a gettare una cicca fuori posto, la biancheria stesa ancora timidamente gocciolante, imbambolato davanti la porta della metropolitana quando è il momento di scendere, il tuo cane che defeca sornione su un marciapiede, osare saltare il turno in una fila al mercato, il cazziatone non te lo risparmia nessuno; ma la volta successiva magari ti incontra per le scale e ti saluta cordialmente. Non fa finta di niente, per lui davvero niente è accaduto. Forse avremmo tutti qualcosa da imparare, agire e reagire non sono cose sbagliate e di spunti per farlo la nostra amata terra qualcuno ce lo offre. Ma agitarsi, quello no, che fa male alla digestione.</p>
<p align="right">Deborah</p>
<br /><p><b>Post (forse) correlati:</b><br />Non sembra che ci siano post correlati.]]></content:encoded>
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