lunedì 24 set
  • Me so’ mbriacata al Bar della Rabbia con un bicchiere di Mannarino

    Alessandro Mannarino
    (foto di Angelo Trani)

    Sul muro riflessa un’ombra. La sagoma di un cappello e dell’asta di un microfono disegnano il profilo di un artista tanto attuale quanto d’altri tempi: Alessandro Mannarino.
    Venerdì sera al Teatro Golden è andato in scena “uno di noi”.
    «Sii ‘u miegghiu» un leitmotiv, la platea gremita interagiva con un cantante che non è irraggiungibile come gli altri. Le ragazze non lanciavano peluche e reggiseni (grazie al cielo) ma si avvicinavano al palco per ascoltarlo meglio. Fra una canzone ed un’altra i ragazzi parlavano e gridavano cercando di stabilire un dialogo.
    Ho visto tanti concerti nella mia vita e per la prima volta non ho visto un pubblico succube, non ho visto un pubblico adorante.
    Ho visto palermitani fieri e con tanta voglia di ascoltare, ammirare e potersi raccontare davanti a caldi bicchieri di vino rosso, magari alla vucciria, con l’amico famoso che viene dal continente, ma che è pur sempre un amico.
    Poesia cantata, canzoni recitate come versi, presenza scenica, Mannarino rigorosamente vestito di nero come un attore del teatro nero di Praga, per più di due ore ha tenuto il palco e ha introdotto noi nel suo mondo.
    La sua voce graffiante dipinge una favola di ultimi, di emarginati, di pigri frequentatori di taverne fradici di vino.
    Un mondo dove il buio lo squarcia la magia ritrovata nel fondo di un bicchiere.
    Una magia pagana e fortemente umana: chiesa, preti e Dio vengono presi a calci di continuo fra accordi frenetici di chitarre.
    l’ironia fa lo sgambetto al malocchio e ai cattivi pensieri, le donne in un attimo da streghe sbocciano fate e l’amore, anche fugace e breve, salvano il senso di un’esistenza intera.
    L’ascoltatore assuefatto e stanco da parole semplici e canzonette orecchiabili sarà stato felice di riscoprire un vocabolario vario, richiami a poeti classici, entusiasti di trovare tracce del nobile De Andrè e del ricercato Capossela.
    Ma non si tratta di plagio, ma di colta citazione che fa bene al cuore, alla mente e alle orecchie.
    Che meraviglia non ricordarsi i testi perchè convulsi e non in rima, che meraviglia essere accolti comunque dal caro ritornello classico della canzone italiana.
    Ritrovare il dialetto, il romanesco madre lingua e un siciliano zoppicante che ha reso omaggio al pubblico e ad una terra che, parole sue, «nonostante gli innumerevoli attentati sembra non aver mai perso il suo amore per la vita».

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