domenica 19 nov
  • Armature mentali

    È più tardi del solito, la fame me l’assicura. Dalla finestra del mio ufficio lancio un ultimo sguardo ai tetti di Palermo avvolta in una luce autunnale abbagliante. Prendo la borsa e via. L’ascensore mi si chiude alle spalle, ne gusto la penombra. Scorro mentalmente i piani, cinque, tre, uno. Livello zero. Rumori. Duomo uscita linea gialla. Sono la Tea, Miki mi ha parlato di te. Dove l’hai raccattato questo qui? Estasi neoshamaniche. Capanna sudatoria dei Lakota. Che caldo che fa, sembra estate. Respiro attento, cerco l’ossigeno tra le polveri sottili. Mi avvio verso la fermata dell’autobus.

    L’autunno è caldo e l’aria è fetida. Svesto la mia armatura. I pensieri mi avvolgono, li osservo fluttuare. Attraverso la strada. Le auto scivolano via con i sogni dei guidatori. Guadagno in fretta il marciapiede. I cassonetti tolgono spazio ai pedoni, sospinti dalla volontà di parcheggianti famelici. Le ultime novità sul marciapiede. Porte scassate, vecchie tapparelle. Le scanso. Uno specchio rotto. Calpesto frammenti di cielo, istintivamente guardo in alto. Balconi sbrecciati, ferro arruginito a vista. Cambio traiettoria. Mi sconcertano gli edifici che si sbriciolano in fretta, come la nostra società. Carta per terra, tanta. Piace ai cani. L’ortica cresce bene, come sui bordi della vanedda accanto alla saja. Mio nonno mi sorride. La grande guerra.

    L’effetto serra. Amazzonia. Silvia oggi si sposa, non posso andarci. Lei ricorda sempre il mio compleanno, io le sue foto. Ande peruviane, Chapas e Turkestan, donne in Tanzania. Una fitta al cuore, Milano è lontana. La fermata è dietro l’angolo, c’è già il 101. Salgo sull’autobus un attimo prima che le bussole si chiudano. Ripongo i miei pensieri, cerco in tasca il biglietto. Lo trovo e lo introduco nella fessura del validatore. Un uomo di pelle nera mi dice qualcosa. Non capisco. La macchina non timbra. La donna che gli sta accanto è nera anche lei, imponente nel suo fantastico vestito blu decorato con fantasie gialle e verdi. Mi porge un biglietto e mi sorride. Era per terra ed è valido, perché sprecarlo? I nostri sguardi s’incontrano per qualche istante. Il controllore si fa largo tra la gente. Sorrido anch’io, oblitero.

    Palermo
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