venerdì 17 ago
  • Esami universitari in strada ad Agraria

    Un gruppo di docenti della Facoltà di Agraria ha convocato la sessione di esami di oggi in strada in viale delle Scienze (da via Brasa al primo ingresso da via Basile) per fare sentire la loro voce contro la riforma Gelmini.

    Il rettore Roberto Lagalla e il Senato accademico hanno reso noto un documento in cui esprimono solidarietà a professori e ricercatori, fanno appello al ministro Gelmini perché riveda le politiche in materia di Università, si impegnano a garanzia dello svolgimento regolare di esami e di sessioni di laurea, in virtù «della inviolabilità di quel patto con gli studenti e con le loro famiglie che costituisce, insieme con l’attività di ricerca, una delle ragioni di esistenza della istituzione universitaria».

    Palermo
  • 2 commenti a “Esami universitari in strada ad Agraria”

    1. la riforma Gelmini (anche se non è corretto usare il nome del ministro che meno sa di cosa tratti questa riforma) rappresenta il punto di arrivo di un processo iniziato qualche anno fa per smantellare l’Università pubblica.

      Negli ultimi anni il fondo di finanziamento ordinario è stato ridotto e a seguito di questo molte attività ordinarie sono entrate in crisi: in alcuni dipartimenti non ci sono i soldi per pagare le fotocopie e poi è pure saltato l’ultimo ciclo di Dottorato di Ricerca.

      La manifestazione di oggi aveva lo scopo di sensibilizzare le famiglie palermitane nei confronti della grave situazione economica in cui versa il nostro ateneo.

      Se l’opinione pubblica non sosterrà la battaglia intrapresa da molti docenti nei confronti di una riforma punitiva verso un corpo dello Stato che ha sempre con fierezza mantenuto una posizione indipendente dai governi che si sono susseguiti, l’Università, non perfetta ma viva e piena di passione, sarà costretta ad una decrescita nel personale, nella sua cultura e nella sua autonomia, che potrà portarla ad una sostanziale paralisi.

      In questo momento abbiamo tutti contro, lo schieramento dei nemici delle Università statali è forte, compatto e trasversale. Le critiche arrivano da uomini di destra come da uomini di sinistra, ma i politici non sono gli unici che vogliono sconfiggere questo corpo che non possono domare, anche la Confindustria è interessata alla demolizione dell’istruzione pubblica, a cui vuole sostituire il business di quella privata.

      Vi prego di non credere alle favolette dei professori universitari che non fanno nulla e sono molto remunerati, la maggior parte dei corsi della nostra Università è svolta da docenti stabilizzati o precari che non sono professori di ruolo, molti di questi corsi sono anche svolti a titolo gratuito da ricercatori e da professori associati e ordinari, che lo fanno per passione, non per tornaconti economici. Sono stati svolti per anni per consentire ai nostri figli di avere una vasta scelta d’indirizzi per decidere quale deve essere il loro futuro. Se il disegno scellerato di legge sarà approvato, molti corsi scompariranno e con loro la stessa cultura che essi si proponevano di trasferire ai nostri ragazzi. Con la scomparsa progressiva di corsi, l’accesso all’Università sarà garantito a un sempre minor numero di studenti, sia per la limitata offerta formativa (pochi corsi a numero chiuso/programmato) sia per le forti tasse dovute alla crisi del finanziamento statale.

      Per anni abbiamo contribuito a formare laureati che si sono distinti nel mondo, ragazzi in gamba non mancano alla nostra città, ma tra poco mancheranno i mezzi per dare a loro una possibilità di successo e riscatto provenendo da un contesto che non favorisce molti sbocchi lavorativi.

    2. Fabio, il sistema universitario ha acquisito autonomia ma non si è auto-riformato, questo è il punto dolente, l’imprevidenza. La crisi era incipiente, la tendenza negativa del FFO ha una storia decennale. E’ vero che gli atenei non sono stati dotati di una vera autonomia e adesso la “riforma” vuole introdurre i privati nel CdA, in virtù di quale merito non si sa, dato che non porterebbero capitale e che di capitale, per comprarsi un ateneo, ce ne vuole davvero tanto e il ritorno dell’investimento non credo sia conveniente nel breve-medio termine. Gli atenei sono già al servizio delle imprese, per esempio con il conto terzi, sarebbe stato sufficiente regolare le modalità di relazione pubblico-privato in ambito dipartimentale per renderla più feconda. I corsi di studio in topologia della frittella certo sono tanti e ciò rappresenta un problema, risolvibile e risolto, non si può certo dire che l’università è in crisi per questa ragione. Il personale già paga il suo prezzo, con il blocco del turnover, dei contratti e degli stipendi, tra i più bassi di tutta la pubblica amministrazione, con infrastrutture infotelematiche inadeguate rispetto alla nuova organizzazione del lavoro. Certo ci sono luci e ombre, efficienza e inefficienza, come se ne trovano dapertutto. A vederla con occhio spietato sembrerebbe una svendita.

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