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lunedì 23 set
  • C’era cauru

    C’era cauru. C’era un cauru così forte che scioglieva il ghiaccio che era nelle bottiglie di plastica.

    In quella casa vivevano così: col freddo riscaldavano le bottiglie per sopravvivere al gelo e col caldo chiedevano ai vicini di congelare qualche bottiglia d’acqua.

    In quella casa c’era un frigorifero, un frigorifero vecchissimo ma funzionante ancora.

    Di quei frigoriferi che borbottano e fanno rumore soprattutto di notte.

    Ma in quella casa non c’era la corrente eletttrica.

    L’Enel aveva staccato il contatore per morosità.

    E così i vicini avevano fatto il piacere di dare delle bottiglie d’acqua di plastica ghiacciate per attutire l’arsura e per consentire di potere refrigerarsi così, col ghiaccio che si scioglieva a contatto con la pelle bollente.

    ‘A picciridda aveva la febbre alta.

    E se ne stava immobile e con gli occhi chiusi.

    Ogni tanto li apriva e sua madre la accarezzava.

    Dotto’ ma che ha mia figlia? Perché la febbre non passa?

    Portatela subito in ospedale, signora, là le daranno l’aiuto che serve. Ma subito, non perdete più tempo.

    La picciridda aveva la febbre alta da una settimana e la Tachipirina non la faceva scendere quella febbre così alta.

    Da due giorni non mangiava più.

    I vicini allora avevano chiamato l’ambulanza, che era arrivata subito.

    ‘A picciridda aveva gli occhi chiusi e le mani fredde.

    Tremava. Batteva i denti così forte che non si riusciva a contenere.

    Sua madre era salita sull’ambulanza e le bagnava le labbra e le teneva forte le mani fredde.

    In ospedale l’avevano visitata subito e fatto le analisi.

    Broncopolmonite in fase acuta.

    L’avete portata troppo tardi. Faremo il possibile.

    ‘A picciridda era diventata ancora più fredda e non batteva più i denti. Respirava male. Il collo le si ingrossava e ad ogni respiro emanava come un rantolo.

    L’avevano intubata e portata in rianimazione.

    Sua madre la guardava attraverso la vetrata e si sarebbe bruciata la carne delle braccia per dare a se stessa un segno del suo dolore.

    Non riusciva a piangere.

    ‘A picciridda quasi non si vedeva in quel letto, dove sembrava sprofondata.

    Poi, dopo un’ora, un infermiere aveva chiamato i dottori. Che erano accorsi.

    Momenti di confusione e poi, poi dalla sala di rianimazione era uscito un dottore.

    Avevano fatto il possibile. Ma era troppo tardi. Era troppo tardi e ‘a picciridda se ne era andata.

    Non c’era più.

    E sua madre si era sentita la bocca asciutta e non riusciva più a parlare.

    Solo un urlo aveva emanato. Fortissimo, che si era sentito in tutto l’ospedale: «’A picciridda, ‘a picciridda mia!!».

    Poi era svenuta.

    E a chi era presente era sembrato di vedere la sagoma di un angelo accanto a lei.

    ‘A picciridda l’aveva accarezzata e abbracciata forte per salutarla.

    Per salutarla per l’ultima volta.

    Palermo
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