Rubato al semisconosciuto futurista Crescenzo Cane ma, anche, nobilitato e veicolato per il grande pubblico dalla prosa secca e tagliente di Leonardo Sciascia, il termine “Sicilitudine”, appare speculare a quello di “Sicilianismo”. Sicilitudine, espressione emozionale che, anche nella sua declinazione fonica, richiama sentimenti e passioni intime legate ad un’identità o nostalgie di una terra che incanta e dalla quale, nonostante disagi e dissensi, non ci si vorrebbe mai staccare. Una sorta di “negride” in salsa mediterranea. Sicilitudine,dunque, come espressione di un sentire specifico del siciliano, sentimento pacato e non gridato, in questo caso – l’esatto contrario appunto di dell’esternazione sicilianista – scevro da esagerazioni ed esasperazioni. Espressione, in un certo qual senso, di natura bifide. In un caso, positiva, perché nel disincanto e nel distacco dalle vicende e nell’abbandono contemplativo la riflessione seria trova sempre il migliore terreno di coltura. Ma, ed è l’altra faccia, ad un tempo, stigma del disimpegno che sostiene l’assenza in quanto si crogiola in una rassegnata constatazione dell’immodificabilità della storia, personale e generale, della quale il grande manovratore è il fato, “ed è subito sera”; un destino che rende inutili gli sforzi, il “fare” che il Lampedusa richiama come eterna maledizione del siciliano. D’altra parte non è “di diavoli di angeli” l’immagine che gli isolani restituiscono a Maupassant nel suo peregrinare siciliano. Continua »
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