Profilo e post di Antonio Carollo

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Biografia: Antonio Carollo è nato a Trabia (PA). Vive a Viareggio. Già segretario generale del Comune di Viareggio e, poi, della Provincia di Lucca. Ha pubblicato Mattinale, prefazione di Antonio Porta, Edizioni Tracce, Pescara, selezionato per la poesia al Premio Letterario Viareggio, 1985, Cenere e libro, prefazione di Stefano Verdino, Campanotto Editore Udine, 1989. Prossimamente uscirà La voce di una sera, edito dai Quaderni del Battello Ebbro. È incluso nelle antologie Conoscenza ed Evanescenza. Antologia di poeti degli anni Ottanta a cura di Franco Cavallo, Società Editrice Napoletana, 1986, Zeta, il nuovo in poesia a cura di Lamberto Pignotti, Campanotto Editore, 1986, La trasparenza della voce. Poesia italiana contemporanea a cura di Ubaldo Giacomucci, Edizioni Tracce, 1990, Dalla Torre Matilde alle Vette Apuane a cura di Angelo Gianni e Manrico Testi, 1996. Suoi testi sono apparsi sulle riviste Tam Tam, Offerta Speciale, Anterem, Altri termini, Tracce, Arenaria, Erba d'Arno, Sinopia. Ha pubblicato recensioni su libri di Vincenzo Pardini, Lorenzo Viani, Franco Galletti, Francesco Belluomini, Luigi Pirandello, Eduardo De Filippo, George Steiner, Roberto Saviano, Umberto Guidi. Suoi interventi compaiono su La Nazione, Europa. Girodivite.

Antonio Carollo
  • Palazzo Ajutamicristo

    Ajutamicristo, il palazzo dove soggiornò l’Imperatore Carlo V

    Dopo un acquazzone mi ritrovo, sempre a Palermo, in via Garibaldi, davanti al palazzo Ajutamicristo, una sontuosa dimora nobiliare di grandi dimensioni voluta dal ricco mercante e banchiere Guglielmo Ajutamicristo, progettata e costruita (per una prima parte) dal famoso architetto Matteo Carnalivari, e poi dal suo collaboratore Niccolò Grisafi, dal 1496 al 1501. Il portale, progettato da quest’ultimo, in pietra intagliata, con grande arco ribassato da modanature, è sormontato al centro da un rombo con lo stemma del proprietario. Nella facciata vi sono tre ordini di balconi, in sostituzione delle originarie finestre monofore, sostenuti da mensoloni in pietra di ispirazione barocca. Le opere di intaglio lapideo sono di Juan Casada, Nicolò Di Galizia, e Antioco De Cara, maestri majorchini. Di gran fattura è il portico interno a doppio loggiato sovrapposto con il primo ordine di archi ribassati con elementi aggettanti, mentre al secondo troviamo archi ogivali con modanature concentriche e colonnine di marmo contrassegnate ai capitelli dalle armi di Guglielmo Ajutamicristo. Continua »

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  • Leonardo Sciascia

    “Porte aperte” di Leonardo Sciascia: un racconto sull’iniquità del potere

    Racconto-saggio, con squarci di grande narrazione. Leonardo Sciascia parte da un fatto realmente accaduto, documentato dalla stampa quotidiana, accertato da una ricerca d’archivio; un fatto emblematico di un clima, di un modo di intendere la conduzione della cosa pubblica (qui l’amministrazione della giustizia), di un modo di intendere la condizione dell’individuo, del cittadino nei confronti dello Stato, o meglio, nei confronti di un sistema di potere volto esclusivamente a mantenersi e a durare.

    In questo racconto siamo nell’atmosfera pesante e totalizzante di un periodo in cui il fascismo trionfava, imponendo un suo stile di vita e di pensiero, in cui il sospetto e la sopraffazione avevano uno spazio molto largo, pur in presenza di qualche piccolo scricchiolio, che Sciascia argutamente individua, dopo i primi dubbi sulla giustezza della conquista d’Etiopia (si era nel 1937). Continua »

    Palermo
  • Teatro Massimo

    L’imponenza neoclassica del Teatro Massimo

    Un’ultima occhiata al Castello della Zisa che anche a distanza conserva il suo fascino medioevale, nella vastità dell’area a giardino miracolosamente salvata dall’urbanizzazione selvaggia.
    Il bus mi deposita in piazza Giuseppe Verdi, nel centro elegante di Palermo, dove sorge l’imponente Teatro Massimo Vittorio Emanuele, chiamato semplicemente Teatro Massimo, il terzo più grande teatro lirico d’Europa, dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. Al suo interno si svolge un’intensa vita artistica per mezzo di balletti, opere liriche, grandi concerti. Continua »

    Palermo
  • Casa Professa

    Le vertiginose bellezze di Casa Professa

    Lasciamo l’atmosfera rumorosa e incantatoria di Ballarò. Ci inoltriamo nel dedalo di viuzze, tra antichi palazzi, del quartiere dell’Albergheria, ed eccoci nel silenzio e nella pace della piazzetta che ospita un monumento unico al mondo. La Chiesa del Gesù, chiamata Casa Professa, inizio della costruzione per volere dei Gesuiti tra il 1564 e il 1578 su progetto di Giovanni Tristano, è un capolavoro assoluto del barocco, una meraviglia d’arte, imperdibile per un turista e per chiunque, uno dei monumenti più celebri, ricchi, splendenti d’arte, della Sicilia barocca. La facciata è quella tipica delle chiese barocche. Un cornicione orizzontale divide il prospetto in due parti, in quella inferiore tre portali, al centro una statua settecentesca della la Madonna della Grotta. Ai lati due nicchie con le statue di S. Ignazio e S. Francesco Saverio. Nella parte superiore una grande finestra centrale con timpano ad arco spezzato. Al vertice un altro grande timpano con lo stemma dei Gesuiti ”IHS”. Una facciata che, in definitiva, ti dà l’idea di una semplicità schematica. Continua »

    Palermo
  • La magica atmosfera di Ballarò

    La magica atmosfera di Ballarò

    In estate, quando torno a risiedere al mio paese, contrariamente ai propositi della vigilia, non ho mai voglia di muovermi dalla casa dove alloggio, posta in mezzo alla campagna, su una dolce collina, a due passi dal mare, per visitare altri luoghi. Faccio eccezione per Palermo: tre o quattro incursioni me le concedo; è la mia città, la mia capitale, la città dove ho trascorso gli anni dell’università, che mi stupiva ed emozionava da bambino mentre ne scorrevo le grandi vie del centro, con i suoi palazzi e i monumenti, in compagnia dei genitori in cerca di negozi.

    Di Palermo mi hanno sempre attirato, oltre che i monumenti, le opere d’arte, le dimore patrizie, i mercati pullulanti di venditori vocianti e di acquirenti, come Ballarò e la Vucciria. Quest’ultimo mercato, celebrato anche dal grande Guttuso, purtroppo è in via di ridimensionamento, forse perché stretto nella morsa dei diversi supermercati della zona. Ballarò invece risplende. Continua »

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  • Bene la campagna sulla violenza contro le donne, una vergogna quella per la morte di Riina

    Bene la campagna sulla violenza contro le donne, una vergogna quella per la morte di Riina

    «Il silenzio uccide» dice la presidente della Camera Boldrini. Sì, bisogna denunciare denunciare denunciare, con coraggio e senso della comunità. Il femminicidio, lo stupro, le molestie sessuali più o meno gravi, non possono passare sotto silenzio. Capisco le donne che prendono coraggio dopo vent’anni approfittando dell’attuale diluvio di denunce, ma non le giustifico: l’interesse immediato di conservare una certa posizione deve cedere il passo al dovere civico di smascherare i malfattori e al rispetto per la propria persona e per quella delle altre donne che domani dovessero trovarsi nelle stesse condizioni. Continua »

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  • Castello della Zisa

    Il fascino del Castello della Zisa

    Il Castello della Zisa, costruito da architetti arabi sotto i regni di Guglielmo I D’Altavilla e del figlio Guglielmo II D’Altavilla, nel XII secolo, era usato dai sovrani normanni come residenza estiva, essendo immerso in una rigogliosa campagna fuori delle mura della città.
    Adesso di fronte al castello si estende un vasto giardino con prati, alberi (pochi), brevi vasche rettangolari. In fondo la gradevole sagoma dello castello è preceduta da una sequenza di archi bassi, dipinti di bianco a tutto sesto, terminanti da ambo i lati con case di abitazione. I rimaneggiamenti storicamente sono stati tanti: nel Trecento fu abolita l’iscrizione araba e realizzata la merlatura; nel Seicento il nuovo proprietario Don Giovanni di Sandovan Sandoval appose sull’ingresso lo stemma dei due leoni e modificò diversi ambienti e le finestre sui prospetti. Il castello nel 1808 passò ai Notarbartolo che lo usarono fino al 1950, quando fu acquisito dalla Regione Sicilia. Continua »

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  • Palazzo Castrone-Santa Ninfa

    Una dimora patrizia: il Palazzo Castrone-Santa Ninfa

    Il Cassaro mi riserva una piacevole sorpresa: è riservato ai pedoni. Un “bravo” al sindaco Leoluca Orlando. Ho gli occhi fissi sulla imponente dimora patrizia che mi sta di fronte. Si tratta del superbo Palazzo Castrone-Santa Ninfa, a pochi passi dalla Cattedrale, costruito nel 1588 dall’architetto Giuseppe Giacalone, su commessa del Principe Cristoforo Castrone.
    Le particolarità artistico-architettoniche prebarocche della facciata non possono sfuggire ad un passante attento. I pilastri di sostegno, o paraste, impreziosiscono la facciata con sapienti giochi chiaroscurali. Il poderoso portale d’ingresso, riccamente adorno, spicca per le colonne bugnate che lo incorniciano; sul frontone lo stemma della famiglia Castrone (un leone passante su tre sbarre). I balconi in pietra, disposti geometricamente, sono sorretti da mensoloni con teste leonine. All’ultimo piano un balcone centrale con sopra un bella loggia; il piano poggia su sei mensole adorne di teste d’ariete e foglie d’acanto; ai lati due figure di marmo raffiguranti Romolo e la moglie Ersilia. Continua »

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  • Referendum, chi ha sconfitto Renzi?

    Impressionante a Palermo la valanga di no (il 72,3 per cento contro 27,7 per il sì) al referendum per la riforma della costituzione: Chi ha sconfitto Renzi? Sembra una domanda retorica. I quattro capi dell’opposizione, Grillo, Salvini, Berlusconi, Meloni, con l’aggiunta della mini galassia della sinistra dissidente e radicale, non hanno dubbi, i vincitori sono loro; basta vedere l’ondata di trionfalismo cui si sono abbandonati. I numeri sono lì, a dargli ragione, anche se gli elettori non hanno votato né per il M5S, né per la Lega, né per Forza Italia, né per Fratelli d’Italia e neanche per la sinistra (anzi c’è da dire che una percentuale dal 15 al 18 per cento dei loro rispettivi elettorati si è espressa per il sì). Hanno votato semplicemente per mandare a casa Renzi. Perché? Continua »

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  • “Carne mia”, l’ultimo romanzo di Roberto Alajmo

    Ho interrotto Confessioni di un italiano e Paese d’ombre per leggere, appena recapitatomi, Carne mia di Roberto Alaimo. Ebbene, l’ho letto tutto d’un fiato. Non intendo fare qui una recensione, altri, più bravi di me, ne stanno facendo, perché il libro per le sue qualità è destinato al successo. In proposito devo dire che nutro una certa allergia verso gran parte delle recensioni, le quali non fanno altro che raccontare la trama del romanzo, con qualche stanco commento, oppure sono mini-trattati dal sapore intellettualistico. Non m’interessa, sarà perché non ho lo sbocco della pubblicazione su un giornale cartaceo? Dirà maliziosamente qualcuno. Chissà, forse anche per questo. Il fatto è che i miei interessi sono concentrati sulla lettura e su qualche cimento di scrittura creativa. Continua »

    Palermo
  • Nel parco e al mare

    Mezzogiorno è l’ora giusta per una camminata. Marzo presenta un volto sorridente, si rifarà più avanti? Per il momento un sole splendente illumina il parco di una luce dorata. Sul viale i platani puntano al cielo i loro rami nudi. Mi fermo un attimo a leggere un foglio fissato ad un albero: avvisa di un cane smarrito, di colore marrone, taglia piccola, di nome Leo; gli è molto affezionata la bimba della padrona; non offre ricompensa; la speranza del ritrovamento è tutta riposta sul sentimento di tenerezza che può prendere il passante al pensiero di una bambina disperata privata del compagno dei suoi giochi. Il senso della perdita non ha riguardo dell’età, accompagna l’umano lungo il suo cammino.

    Una signora, snella, con pantaloni grigi e giaccone azzurro, mi sorpassa col suo passo sostenuto. Non l’ho vista in viso, le darei un quarantacinque cinquant’anni, a giudicare dai capelli grigi e dal passo ancora morbido. Il mio ritmo di marcia è leggermente più veloce, quindi la riprendo, mi volterò solo ad una certa distanza, non so perché; forse per imprimermi nella mente la sua sagoma come apparenza di una persona destinata a rimanermi sconosciuta, ma vicina per la comune vitalità, residua per me, che richiede movimento, sole, paesaggio, partecipazione al concerto dei viventi e delle cose. Continua »

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  • Sicilia, cambiare si può

    In uno scambio d’idee un amico siciliano si è scagliato contro coloro che vanno a votare solo per risolvere i propri problemi. L’indomani non potranno lamentarsi dei risultati, ha detto, dovranno tacere, perché il voto per loro è un semplice strumento al servizio di interessi particolari. Ha aggiunto che lui non voterà. Non ha tutti i torti, dico io, in Sicilia, questa del do ut des è una pratica diffusa. Non è il solo modo, diciamo deviato, adottato da politici senza scrupoli per ottenere consenso; il possesso di decine di canali televisivi e di tanti altri mass media è, ad esempio, un altro. È incivile il voto di scambio, è incivile la manipolazione a piacimento della formazione dell’opinione pubblica. Il rimedio suggerito, astenersi dal voto, mi sembra peggiore del male. Non votare significa privarsi dell’unica arma che si ha per tentare di modificare lo statu quo; significa cadere in un qualunquismo inconcludente che tanto ha contribuito all’incancrenirsi dei mali italiani.
    Dopo di che l’amico scontento ha piazzato il suo affondo: è inutile votare per uno Stato che occupa la Sicilia dal 1860 e che umilia il suo popolo; solo l’indipendenza potrà ridarci ciò che ci è stato tolto; lo Statuto non viene applicato, la disoccupazione e l’emigrazione sono a livelli di guardia. Continua »

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  • In fuga

    In gioventù Nonno Mariano era stato un uomo intraprendente. Oltre a curare la sua proprietà, in primavera-estate si dava da fare con una attività commerciale che da Trabia lo portava in paesi lontani fino a toccare l’altro mare, Cianciana, Bivona, Casteltermini, Ribera ecc. Vi trasportava soprattutto pesce. A quell’epoca c’era a Trabia una fiorente tonnara dei Principi Lanza. Sulla spiaggia sul lato Palermo del Castello sorgevano grandi casamenti adibiti a ricovero dei barconi della tonnara; a maggio venivano tirati fuori da nugoli di pescatori ed ammarati. Vedere queste operazioni era uno spettacolo: i barconi, lunghi una quindicina di metri e molto pesanti venivano spinti su degli appoggi di legno bene insaponati con movimenti cadenzati dalla voce del Rais, il capo della ciurma. Una volta in mare i barconi, sospinti da diecine di remi vigorosamente spinti dai pescatori scelti tra i più giovani, facevano la spola tra la riva e il punto scelto per calare a mare le camere di reti per la cattura dei tonni. Continua »

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  • Una mattina

    Mi alzai con gli occhi ancora pieni di sonno. Dalla finestrella vedevo gli ulivi sulla collina dietro casa già illuminati dalla luce del sole del mattino, sullo sfondo le montagne verdi di boschi. La voce della mamma: «Dormiglione, vestiti, lavati la faccia e vai a prendere il latte». Quell’incombenza toccava a me: non mi dispiaceva stare per un po’ in mezzo agli animali; noi avevamo solo il mulo e la cagna Gemma. Il podere di zu’ Ninu, dove andavo per il latte, oltre alla vecchia casa, c’erano una grande stalla, il fienile, una piccola costruzione cadente e dei recinti con mucche, vitelli, conigli, galli, galline, oche, capre, un branco di cani, anche un cavallo panciuto e tranquillo. Un mondo per me diverso e affascinante. Feci presto, indossai in un attimo pantaloncini e zoccoli di legno. Passai alla stanza d’ingresso adibita a soggiorno e cucina. Diedi un’occhiata alla cartolina fissata sopra la cornice di uno specchio a muro, riproduceva un treno in corsa coi soldati affacciati ai finestrini e stipati anche sui tetti delle vetture, tutti festanti; al margine della foto la scritta: «Macchina avanti a tutto vapore a casa ritorniamo dal nostro amore», ce l’aveva inviata zio Manè dal fronte albanese. Degli zii Gioacchino e Santo non avevamo notizie; zio Pinù era disperso in Russia. La stanza, come al solito, era in perfetto ordine, il tavolo ricoperto da una tovaglia a fiori, la cucina lustra, la pentola di rame, sul fornello a legna, luccicante, gli altri due fornelli ripuliti dal carbone e dalla cenere. La mamma era una fanatica dell’ordine e della pulizia; non sopportava neanche uno sportello della credenza lasciato aperto. Continua »

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  • Sciopero sì, selvaggio no

    Ho questa impressione: in Italia, specie in Sicilia, si è passati dal pecorume del niente sciopero, per paura della dittatura fascista, alla sfrenata libertà dello sciopero selvaggio. Non alla protesta espressa mediante lo sciopero esercitato con la semplice astensione dal lavoro.
    Come dovrebbe essere. Gli autotrasportatori non si limitano a fermare i loro automezzi, assolutamente no, devono impedire per forza la circolazione stradale all’intera popolazione. Lo stesso può dirsi per tutte le altre categorie, con qualche eccezione naturalmente. Io non discuto le ragioni della rivolta dei cosiddetti forconi in Sicilia.
    Sono sacrosante. Sono la prova della inadeguatezza della classe politica che ci governa, dedita soltanto a raccattare consenso attraverso le più stridenti forme di clientelismo, a danno dei veri diritti dei cittadini. Ma la giustificazione dello sciopero non può sfociare nel blocco totale della vita economica e sociale di una città o di un territorio. Selvaggio è qualcosa di più che incivile. È violenza e sospensione dei naturali diritti di libertà dei cittadini. Continua »

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  • Nel mare delle ottusità

    Nell’Abside del Duomo di Monreale ci piove. Il mosaico del Cristo Pantocratore è in pericolo. Però non s’interviene. Il finanziamento della spesa è già pronto ma i tempi burocratici sono lunghi; bisogna fare delle gare con le solite infinite trafile. Sembra che gli adempimenti di rito si prenderanno non meno di sei mesi. Qualcuno ironicamente ha proposto di imbastire un caso del Cristo che lacrima in modo da non perdere nel frattempo il flusso dei turisti (sarebbero attirati dal fenomeno come per una Madonna delle lacrime). In quest’idea c’è, ovvio, un pizzico di umorismo dissacratorio. Ma questa è una colpa minima, di riflesso, direi, a confronto con la insopportabile farragine burocratica. I numerosi passaggi sono costruiti sul principio di diffidenza verso il cittadino. Gli inventori di tali complessi procedimenti non hanno tutti i torti, beninteso: c’è da diffidare veramente del cittadino italiano, e delle sue imprese. Possiamo dire, come per i politici, che abbiamo i burocrati che ci meritiamo. Però si esagera. Continua »

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  • In campagna

    «Mamà, ho visto due corvi grossi grossi», dissi arrotolando tra le mani un pezzetto di morbida pasta. La mamma si fermò un attimo, stava impastando la farina per fare il pane: «I corvi sono schifosi: mangiano le carogne degli animali; non ti avvicinare a quegli uccellacci del malaugurio». Li avevo visti davvero; stavo sui massi del Cozzo Corvo, loro laggiù nel piano; davano delle beccate, tiravano e inghiottivano; si muovevano tranquilli, quasi danzando. Di solito volavano alto, a coppie, scendevano dalla montagna di San Miceli; i loro lugubri versi cadenzati risuonavano per la campagna. Io lasciavo i miei giochi e seguivo i loro voli nella luce incandescente del giorno.
    Nella casa di campagna passavamo l’estate. Continua »

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  • In mare e sulla spiaggia

    Faccio il bagno sulla spiaggia di Trabia, nel punto meno affollato del tratto Pilieri-Vetrana. Spiaggia splendida, sabbia dorata, fondali bassi fino a considerevole distanza dalla battima, acqua trasparente e tiepida. Vedo la mia ombra muoversi sul fondo della sabbia nelle movenze che il capriccio e l’estro del momento mi suggeriscono. Posso seguire anche il riflesso di un grumo di schiuma negli istanti del suo formarsi ed apparire. Qua e là un pesciolino colorato guizza come un pensiero improvviso che si perde nel fluire delle immaginazioni. Un legnetto viaggia sul pelo dell’acqua con moto lento, il piccolo segno d’ombra è lì, sulla sabbia morbida, che segue silenziosa. L’ombra è un nulla che segna una presenza, non attenua una solitudine, seppure densa di memoria, di immagini, di desideri.
    Alzo gli occhi sulla superficie del mare su cui si posa il luccichio dei raggi di un sole che indugia sulle cime della catena di Monte San Miceli. Tre adolescenti giocano in acqua a palla con i loro corpi lisci e snelli, i visi delicati dell’età più bella, i movimenti sciolti e scattanti; le loro voci sono ruscelletti di suoni che svolano nell’aria tersa, cessano e rivivono, nella varietà di timbri e di toni, freschi e frizzanti. Più in là un parlottio di giovani, ragazze e ragazze, seduti in circolo sulla sabbia; una di loro disegna ghirigori col suo tenero dito sui granelli biondi: sembra inseguire una fantasia o una melodia coagulata in un ritmo appena percepibile. Continua »

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  • Rusidda Ciuriddu

    Sentimmo un leggero bussare sulla persiana. La mamma stava asciugandomi il viso sudato con un fazzoletto. Mi stava dicendo: «Vedi come ti sei conciato? Tutto sudato e sporco di polvere. Non puoi giocare più calmo?, senza fare le corse? Ora ti devo lavare di nuovo la faccia e le gambe, e fra poco ti sporchi ancora, vero!». Ero rientrato in casa per bere, trafelato; non ricordo se il gioco che avevo interrotto fosse una gara di corsa o il correre a scapicollo dietro un cerchione di bicicletta; la mamma mi aveva beccato mentre bevevo avidamente dal rubinetto di cucina, cioè proprio nel momento di maggiore esposizione al pericolo, perché con lei in giro bisognava entrare sempre con circospezione, non fare rumori di sorta, approfittare dei momenti di sue assenze temporanee dal soggiorno e dalla cucina, altrimenti, zac!, mi afferrava per un braccio, mi asciugava il viso e me lo metteva sotto il rubinetto strofinandomelo con una mano, che non era tanto morbida, poi mi spolverava pantaloncini e camicia per finire col pulirmi le gambe con un asciugamano bagnato facendomi gridare spesso dal dolore per le ginocchia quasi sempre sbucciate.
    Quei colpetti le fecero girare il capo verso la porta. Lasciò in pace il mio viso. Aprì la porta. Apparve la figura ben conosciuta di Rusidda Ciuriddu: due occhi grandi e liquidi contornati da una fitta ragnatela di rughe, la stretta fronte rugosa sormontata da una selva disordinata di capelli grigi, il naso piccolo, la bocca vizza e sdentata, un cappellino di stoffa a fiori simile a quelli dei bambini di pochi mesi, una vestina lunga fino ai piedi, spiegazzata e disegnata anch’essa a fiori, ultimo strato di un infagottamento formato da sottane e altre vecchie vesti; dal braccio sinistro le pendeva un cestello di paglia rotto in più punti. Continua »

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  • Giornalisti, uffici stampa e questioni irrisolte

    Per più giorni ha tenuto banco nelle cronache siciliane il caso dei ventuno giornalisti dell’ufficio stampa del governatore che accettano supinamente di cassare le critiche negative dalla loro rassegna stampa quotidiana. Giornali di carta e online, blog e network hanno sceverato molti aspetti e conseguenze di quanto è accaduto. Mi faccio una domanda: è compatibile la posizione di questi signori con la carta dei doveri dei giornalisti? Far parte di un ufficio stampa significa eseguire gli ordini del proprio datore di lavoro. La cosa risalta ancor di più se questi è un esponente politico che detiene il massimo di potere nell’ambito territoriale di competenza. Dove è andata a finire l’immagine del giornalista sotto forma di cane che morde il potere? Nel calderone delle cose che non vanno metterei anche i casi di certi giornalisti adusi programmaticamente a travisare o a ignorare fatti e notizie, proni soltanto dinanzi al verbo della propria parte politica. Queste sono solo due delle questioni in campo. Continua »

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