sabato 18 nov
  • Don Vicienzu

    Si chiamava Vincenzo, Don Vicienzu lo chiamavano tutti. Si diceva di lui che fosse “tintu”, facile alla collera, ma con un cuore d’oro. Chiunque si fosse mai rivolto a lui non se ne era mai tornato indietro a mani vuote. Ma dentro casa no. Con figli e moglie era burbero, arcigno, scontroso.
    Anni dopo uno dei suoi sei figli (avrebbero dovuto essere otto, ma una nascì morta e un altro morì di polmonite a du anni…Fortunato si chiamava) ebbe a definirlo spassu di fora e triulu i rintra.
    Ma Don Vicienzu era così, probabilmente gli piaceva dare di sé quell’immagine, era come tronfio di quella nomèa…i suoi stessi figli tremavano al suo cospetto, avevano paura di scatenare la sua collera per un nonnulla e la sera si facevano trovare coricati (spesso a menza panza) quando lui tornava dalle vigne o da qualche bevuta di troppo… Maria, la madre dei suoi figli lo aspettava alzata e incassava, muta, ogni colpo…allora così si usava, quello era il marito e a un marito non ci si poteva ribellare. E ingoiava lacrime e veleno, fiele e dolore fino a consumarsi di rabbia, a tal punto che venne più volte colta da misteriose intossicazioni che la costringevano a letto per giorni…però spesso rideva essa stessa quando Don Vicienzu la zittiva con uno dei suoi ritornelli preferiti, se per caso le scappava qualche sciocchezza, pi ‘gnoranti miricina un ci nnè.
    Ma il tempo passò e i figli, a uno a uno se ne andarono tutti (uno fino in Australia), nessuno volle continuare a zappare e Don Vicienzu, a sfregio, si vendette le vigne e le olive. A Peppino non gli scrisse per sei mesi, perché a militare s’era preso la patente per guidare i camion.
    Quante cose però mi insegnò Don Vicienzu…da piccolina avevo paura dei suoi rimproveri (sempre cu sti capiddi davanti l’occhi si?) e della fama di tintu che era arrivata pure a me…ma gli occhi gli ridevano quando mi vedeva, io gli davo del tu, era finita l’epoca del vossia… Mi viziava, a suo modo, Don Vicienzu mi diceva scimiusa
    Aveva fatto la guerra, ma era tornato. A piedi, dalla Jugoslavia, dopo sa Dio quanti mesi di camminare a piedi, sotto la neve, ma era tornato e aveva trovato il suo secondogenito già grandicello.
    Nelle notti senza luna, seduti sotto il cèvuso a respirare l’odore forte della terra io e lui… Quante volte mi è sembrato di toccarle quelle stelle che mi raccontava e di vederla scorrere giù quella lava che si manciava tutto: alberi, case, cristiani… Fumava assai, aveva le dita gialle per le troppe sigarette ma non volle smettere mai, credo che manco ci abbia mai pensato…gli trovarono una stecca di nazionali nell’armadietto dell’ospedale quando morì… Quante cose mi lasciò Don Vicienzu…mi lasciò ricca dei libri che lui stesso divorava, io nica nica a leggere d’estate Tolstoj e Turghenev. Se qualcuno gli chiedeva se non fosse troppo presto rispondeva lassala iri ca a testa c’è, con un tono che non ammetteva repliche. Del resto, chi mai potè replicare a Don Vicienzu? Aveva una vista eccellente e un cervello possente…si rammaricava di avere potuto studiare solo i suoi libri e di non essere potuto andare a scuola…e mi pigliava in giro, Don Vicienzu, quando andavo a trovarlo. Io venivo dal continente a quell’epoca a trascorrere la stasciuni a casa sua e mi mandava a prendergli una cichira di cafè o la bunaca perché aveva freddo…ma io non capivo e piangevo…allora mi prendeva la faccia tra quelle sue mani callose e gialle e mi diceva che fa chiangi? Babba! E mi spiegava le parole… Crescendo molte volte mi sono sentita dire, come un atto d’accusa si tali e quali a iddu, Don Vicienzu ‘n presenza, u stessu malu caratteri
    Ma Don Vicienzu una volta, forse fece un patto con chi conta davvero e non lo disse a nessuno… Se ne andò a poco più di 70 anni nel mese di agosto, proprio quando si seppe la notizia che alla sua unica figlia femmina i dottori avevano detto che, miracolosamente, il male incurabile che la stava rosicando, a 35 anni e coi figli ancora nicareddi era sparito… Don Vicienzu volle fare a cangio…se ne andò lui. E sulla sua lapide, sotto una castagnara, ci fece mettere una fotografia di lui ‘ncazzato, con lo sguardo torvo e con la barba che mai aveva portato e che si era fatto crescere appositamente per quell’occasione…un altro sfregio di Don Vicienzu questo…l’ultimo…
    Mi pare ancora di vederlo seduto sotto quel cèvuso, colle gambe accavallate, mentre fuma…resta là, nonno, ora ti porto la tua cichira di cafè e una bunaca…casomai senti freddo…

    Sicilia
  • 11 commenti a “Don Vicienzu”

    1. Si chiamava Pitrino , aveva le stesse dita ingiallite la stessa sventura alle spalle , ma un sorriso dolce .
      Se ne andò anche lui ad agosto senza dire una parola .. nel sonno non parlava mai .

    2. E’ stato molto bello leggere questa storia Maria…anche il mio nonno era un pò così…anche lei con le dita ingaillite, severo con i suoi figli ma una pasta d’angelo con i nipoti…anche lui aveva fatto la guerra ed era tornato a piedi…ma dalla germania…
      e anche lui se ne andò un luglio di qualche anno fa…dopo aver vinto tante battaglie ne ha persa una contro il male più brutto…
      la cosa più bella però è vedere quanto chi non c’è più possa rivivere attraverso i ricordi caldi e affettuosi delle persone che gli hanno voluto bene…
      grazie per questo post…è servito anche a me per ricordare…

    3. …Grazie Maria Pia…spero di incontrarti domenica!

    4. Sicuramente ci incontreremo Maria!

    5. grazie per questa lacrimuccia, davanti al monitor, in ufficio…

    6. Quello che hai scritto non fa altro ke konfermare kuello ke su kui avevo ancora dei dubbi.Cio’ e’, non fidarsi mai di quelli che come si dice in “SLANG” “TI ALLISCIANU E TI RRIRINU DI DAVANTI” e poi d’arreri “azzikkamento senza pieta’” KOME DICEVA ANKE MIO NONNO I ME FIGGHI M’ALLISCIU KUANNU DORMINU. Sai mentre leggevo il tuo rakkonto 6 riuscita a farmi raffigurare le scene della vekkia ma genuina Sicilia di una volta, piena di valori purtroppo in via di estinzione nel XXI sec.Ps.skusa gli errori grammaticali Siculi ma da buon Siciliano New Generation non so skrivere il mio dialetto ma x fortuna so mantenere i valori. Ciao Mari’! Raf!

    7. commovente..bellissimi ricordi sono affiorati del mio bisnonno CaLo’ che ad 89anni leggeva senza occhiali e con le callose mani sfogliava le pagine dei libri di piante officinali per intere giornate ,il giorno in cui li chiuse fu per sempre.Avevo venti anni e la sua perdita fu il mio primo grande dolore.

    8. intenso, commovente, verace, sincero, “siculo”…brava, sei riuscita nel tuo intento..ho davanti agli occhi, lucidi,le immagini penetranti e vive di questi luoghi..forse perchè li conosco?!!? :-)) Baci

    9. si chiamava carvalho…quantu nni castigò purtiera!!

    10. …mi ricorda mio padre… per gli estranei e per i miei nipoti… una persona meravigliosa! per me, quando ero piccola, un troglodita egoista, patriarcale, burbero e PREPOTENTE! 🙁

    11. Raf, veramente mancu sai scrivere in italiano con tutte quelle “k” da bimbominkia, altro che dialetto. Peccato che il tuo post è datato 2006…

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