lunedì 22 ott
  • Alfio

    Avia ‘nu sciaccareddu, ma veru sapuritu, a mia mi l’ammazzaru, poveru sceccu miu. Chi bedda vuci avia, paria nu gran tenuri, sciccareddu di lu me cori, comu io t’haiu ‘a scurdari. E quannu cantava facia iho, iho, iho, sciccareddu di lu me cori, comu io t’haiu ‘a scurdari.

    Provava a farsi forza cantando sempre più forte, ma sentiva che se si fosse fermato anche solo un minuto il groppo che aveva in gola e che teneva fermo cantando si sarebbe sciolto e avrebbe pianto ancora. Cantava per non piangere e per non sentire le campane nella testa. Ma non finiscono mai le lacrime si domandava mai? Come può essere? E allora smesso un ritornello ne attaccava subito un altro. Haiu nu cappidduzzu, ch’è veru sapuritu. Quannu ti l’hai a mettiri ? Quannu mi fazzu zitu. E scinnu di lu Cassiru, scinnu cu dui banneri, e tutti mi salutanu: bongiornu, cavaleri! Alla parola zitu le prime lacrime avevano cominciato a scendere e Alfio aveva ceduto di nuovo. Affossava la testa nelle spalle e si abbandonava a un singhiozzo che manco pareva provenire da lui. La sera si buttava nel letto, vestito, con dei calzonacci di velluto suciti e ogni tanto gli calava il sonno ma si ‘nzunnava sempre a Ancilina sua. Certe volte gli pareva di sentirla trafficare ancora in cucina, sentiva i rumori, si svegliava di soprassalto e ricominciava a piangere. Appena vedeva la prima luce del giorno si alzava, metteva in moto la lapa scancarata che un tempo gli era servita per andare in campagna e l’andava a trovare. Sotto la castagnara. Stava seduto sotto il sole, sotto la pioggia, sotto la grandine e ci parlava. Ancilina, bedda, mi lassasti sulu. Come devo fare ora io ah? Me lo dici tu? Che ci campo a fare? Lisciava e puliva la fotografia inghiottendo lacrime e una volta lo trovarono pure addummisciuto sul marmo freddo che ormai si stava facendo notte e gli trovarono pure una cuddura e un pugno di olive, segno che si era portato appresso la cena.

    I parenti e i conoscenti avevano provato a consolarlo a farlo ragionare, ma non ci poteva niente, per lui il tempo sembrava non passare e pareva essersi ‘ncantato a quel giorno maledetto in cui Ancilina aveva chiuso gli occhi per sempre. Non ci voleva credere, Alfio. Non poteva essere. Lui l’aveva curata, aveva fatto tutto quello che i dottori avevano detto di fare, dopo il parto. Tre giorni e tre notti con le pezze bagnate sulla fronte, senza chiudere occhio e con l’orecchio che di tanto in tanto si avvicinava alla bocca per sentirla respirare. Era stato contento di avere avuto un figlio masculu, aveva voluto lui stesso buttare l’acqua della prima lavata davanti la porta perché da grande fosse libero e forte. Ma che le cose erano impirugghiate l’aveva capito quando aveva sentito le femmine recitare invocazioni alla Madonna, da dietro la porta

    «Santa Margherita, libera e sbroglia
    chist’animuzza cu ‘n’atra doglia;
    Virgini di li celi capitana,
    nun faciti ca sona la campana.
    Nun passa mumentu, quartu o ura
    e sarà libira ‘sta criatura».

    E invece ‘dda maliditta campana aveva suonato. Tre volte. La sentiva ancora nella sua testa e se ne andava solo se cantava. La campana della malasorte era.

    Pari un cifiru, con questi occhi rossi. Riposati un poco gli diceva la vicina che passava di tanto in tanto a vedere come andava una situazione che già tutti sapevano come doveva andare. Ma Alfio non ci sentiva. Il bambino era stato portato da una cugina lontana a Palagonia e là era rimasto. Scordato da tutti e pure da Alfio che non lo voleva manco sentire nominare. Una volta gli scappò detto che era colpa sua, che se non nasceva era meglio assai perché Ancilina sua sarebbe stata ancora viva. Al funerale c’era tutto il paese che murmuriava e la voce era unanime le buttane pure dopo morte hanno fortuna. Tutti lo sanno che ‘u picciriddu non è di Alfio. E ‘u scimunito si strazza tuttu e si batte il petto per quella buttanazza. Aveva bestemmiato Dio e tutti i santi quando si era dovuto arrendere all’evidenza, quando avevano chiuso la cascia. Lo stesso Dio e tutti i Santi a cui per anni aveva acceso ceri per ricevere la grazia di un figlio. Uno solo, diceva pregando, e poi basta non ti chiedo più niente. Ancilina gli diceva che andava a farsi fare certi medicamenti dalla mammana per restare incinta e lui si precipitava in chiesa a recitare rosari. E per quasi cinque anni niente. Poi un giorno di novembre tutto contento andava offrendo il vino nuovo a tutti quelli che conosceva perché la Madonna gli aveva fatto la grazia.

    La grazia, certo. ‘U babbu ca è. La grazia a Ancilina ci la fici so cumpari Santinu. E le battute si chiudevano con risatedde alle sue spalle. Ma Alfio era troppo priato per sentirle e Ancilina l’aveva stampata nel cuore da quando l’aveva vista farsi fimmina che portava ancora le trecce lunghe.

    Angela eri e tra gli angeli sei ritornata aveva fatto scrivere sulla lapide. Liscia, lucida e pulita, estate e inverno fino alla fine dei giorni di Alfio che se ne andò una mattina di agosto, mentre le campane suonavano per la festa del Santissimo Salvatore. Faceva caldo, ma lui aveva ancora addosso i pantaloni di velluto e la cuddura e un pezzo di formaggio preparati sul tavolo.

    Sicilia
  • 9 commenti a “Alfio”

    1. Sempre bravissima, ma che tristezza!

    2. maria ho saputo ho saputo.. scioccato sono, contento però
      a.p.

    3. Haiu UN cappidduzzu, ch’è veru sapuritu. Quannu Mi l’haiU a mettiri ? Quannu mi fazzu zitu. Scinnu PI lu CassAru, VOTU PI LA bannerA, e tutti CA MI DICINU: bongiornu, cavalerA!

    4. Cara Maria, è sempre un piacere leggerti. Hai il grande dono di rendere ciò che racconti alla portata di tutti, con semplicità, riuscendo a toccare il cuore di tutti.
      P.S. ho saputo anch’io…da fonti familiari e contenta sono!

    5. … anch’io sono contenta. 😉

    6. Maria, complimenti: è un bel racconto in cui il siciliano si ci vede dentro. Se mi è consentito un accostamento mi ricorda un poco la Torregrossa con il suo “L’assaggiatrice”. Comunque il tuo siciliano è perfetto. Brava!. Quando mi fai leggere qualche altra cosa? Se me lo consenti, un caro abbraccio. Ciao

    7. Maledette malelingue 😉 complimenti Maria .

    8. …ma io femmina di panza sono 😉

    9. lo so,lo so..io pensavo al povero carusu Affio;-)

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