sabato 19 ago
  • Considerazioni su Palermo e la famiglia Cutò da cui Procopio

    A Palermo la peste del 1575 è poco ricordata perché non si fece ricorso ai santi, ma semplicemente alla scienza medica. Era Protomedico del Regno il siciliano Gian Filippo Ingrassia, laureato a Padova e insegnante all’Università di Napoli, ritenuto da tutti il fondatore della medicina legale. Fu lui, inoltre, a scoprire la scarlattina. Fu questo uomo di scienza che si prodigò con ogni mezzo per salvare vite umane, creando i lazzaretti.
    Fu in quel momento di grande paura che furono “resi liberti” molti schiavi delle grandi Famiglie siciliane per “impetrare indulgenze divine”: per farlo quei poveracci dovevano essere battezzati giacché la Chiesa accettava la riduzione in schiavitù soltanto dei “non cristiani”.
    Nasceva il problema del cognome che generosamente fu offerto ai liberti: ecco, dunque, migliaia di poveracci con cognomi altisonanti come Alliata, Lanza, Butera, Belmonte, Altavilla, Aragona, Cutò… Questi ultimi antenati del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore de “Il Gattopardo”.
    Per i poveri ex schiavi, cui bene o male era assicurato vitto e alloggio, si pose il problema della sussistenza giacché la Sicilia era funestata da periodi di grande siccità che provocarono carestie per decenni. Vale la pena ricordare la nota di Paruta e Palmerino: “A 22 d’ottobre 1606 – Si buttò bando d’ordine del marchese di Ieraci e del Real Patrimonio, che per la scarsezza dei frumenti gli uomini non potessero portare né sverze né collari amidati, sotto pena di onze dieci; e le donne potessero portare ogni cosa”. Meraviglioso!
    Le donne, belle o brutte che fossero, si salvarono prostituendosi, mentre gli uomini trovarono lavoro come siggittieri detti popolarmente “vastasi”, cioè mettendosi un basto al collo per sollevare e trasportare le siggetti o “sedie volanti”, cioè le portantine, di chi se le poteva permettere.
    A due passi dalla chiesa di S. Onofrio c’è ancora la via Sedie volanti e la via dei Siggittieri: fabbricavano, vendevano, affittavano portantine con tanto di uomini robusti, da basto. In spagnolo la B si pronunzia V: ed ecco che da bastasi diventarono vastasi… Dal comportamento e dal linguaggio di questa categoria il termine è passato ad indicare persona il cui modo di fare non è certo da salotto!
    Sono portato a credere che Onofrio Cutò, o i suoi antenati, fossero poverissimi vastasi del Capo. Domenica Samarqa, o anche Samarque, la mamma, denuncia un cognome sefardita e proprio tanti sefarditi marranizzati abitavano ancora i vicoli del Capo e quelli del Giardinaccio. Era questa una zona acquitrinosa dell’antica Giudecca (tra via Maqueda e via Roma) non lontana da Palazzo Cutò, dove le donne invariabilmente intrecciavano giunchi per farne sedie o altri arredi. Cose che fanno ancora oggi poche donne di quella zona.
    Nell’attuale via Maqueda, al civico 26 sorge il maestoso Palazzo Filangeri di Cutò, costruito dal principe Alessandro Filangeri Gravina principe di Cutò. L’immenso palazzo fu costruito nella seconda metà del Settecento quando il grande architetto romano, il sacerdote Giacomo Amato, mise assieme diversi corpi di fabbrica risalenti ad alcuni secoli prima che occupano, ancora oggi, ben due isolati. Il prospetto è di 65 metri e, attraverso l’Arco di Cutò, permette di raggiungere l’antico mercato saraceno di Ballarò l’antico Suk al Ballarath: il mercato degli specchi o dei cristalli… Da qui il nome della trasmissione TV (Ruffini è palermitano) dove si tende a fare trasparenza, specchiare, le diversità d’opinione.
    Palazzo Cutò ha proporzioni gigantesche: per finire le decorazioni ci volle quasi un secolo! Tra casa, cucine, scuderie e rimesse, si è calcolato che ci lavorassero oltre 300 persone molte delle quali “sclavi pagati allo nigriero”.
    Il principe possedette una ricchissima biblioteca donata nel 1823 alla Biblioteca Comunale (di cui costituisce il nucleo più importante) e una vasta pinacoteca.
    E’ da ricordare che il famoso “santo nero” San Benedetto il Moro (noto in Sud America come San Benito de Palermo) era figlio di una coppia di schiavi etiopi liberati proprio nel XVI secolo.
    Il cognome Cutò, che si trova soltanto nel messinese, trae origine dal greco koutòs che sta per sciocco, stupido. Solo più tardi finì come toponimo per indicare il torrente Cutò, un torrentello che faceva tante sciocchezze e tanti danni in caso di piogge abbondanti. È chiaro che il feudo attraversato da questo torrente ne prese il nome: quel feudo appartenne ai Filangeri o anche Filingeri (filius Angerii = figlio d’Anger…) famiglia normanna giunta in Sicilia con gli Hauteville. Che diventarono Altavilla…
    Appuntino per Dacia Maraini che stimo molto. In “Marianna Ucrìa”, a un suo personaggio di metà Settecento, fa dire che l’inferno è come Palermo senza le pasticcerie.
    Purtroppo all’epoca non esistevano le pasticcerie che sono nate dopo l’unità d’Italia e la soppressione degli Ordini religiosi. I dolci nel Settecento erano solo monacali: le famose “piatte”, come si diceva. I nostri primi “Caffè” nacquero nei primi anni dell’Ottocento.

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  • 31 commenti a “Considerazioni su Palermo e la famiglia Cutò da cui Procopio”

    1. Impressionante!
      Lei è troppo dieci! Troppo centodieci!

    2. interessanti sia gli spunti etimologici che la descrizione della crisi portata dalla peste del 1575; è curioso notare come sconvolgimenti simili anticamente portavano ad esiti quasi sempre uguali: proprio un’ora fa ho letto -per la prima volta nella mia breve vita- un componimento in versi scritto da un anonimo siciliano in occasione della presa degli Angioini delle più importanti città dell’Isola; grazie a questi versi sono giunto alla conclusione che ho espresso poc’anzi. ne riproduco qui due strofe: “[…] Eu vidi picchulilli pir li porti sidiri/ atornu ben da milli, gridandu: “pan!”, muriri;/ lu patri non à figli, videndu a sì piriri:/ vindiu infin a cavigli pir putir pani aviri./ Or audi malvistati! Poilu tu suffriri?/ Pulzelli isvirginati et homini alchidiri,/ li donni iscattivati pir li burdella giri;/ pirduta è honestitati, ancor tuttu saviri./ […]”

    3. lei è una fontana d’acqua buona.
      Grazie di dissetarmi.

    4. grazie di cuore.
      b.

    5. sempre piacevole leggerla…grazie

    6. Io abito a Palazzo Cutò… è straordinario. Confesso che ero all’oscuro di alcune cose. Grazie.

    7. Grazie professore Basile,
      sarebbe interessante riuscire a partecipare a delle serate di cultura o addirittura creare un festival della cultura palermitana e siciliana diretto da lei, perchè ho come l’impressione che tutto si stia perdendo.
      Non dico di essere del tutto contro la globalizzazione , ma credo che noi siciliani, abituati a tante conquiste e dominazioni che sono stati il nostro punto di forza, stiamo vivendo “LA DOMINAZIONE” ovvero quella perdita di identità del nostro popolo.Il risultato a differenza di prima non è il migliorare ed essere particolari ma di diventare come tutti insignificanti.
      Saluti

    8. Ch’è bello essiri allittrati comu a Lei, Prufissuri Basile. Ora sugnu cchiù “sazziu” e mi và fazzu ‘na passiata a Baddarò.

    9. Splendido contributo. In un solo post tre curiosità interessanti: sull’abbondanza di cognomi “altisonanti”, su “Ballarò” e sul termine “vastaso” di cui sconoscevo la genesi. Con contributi di così alto livello Rosalio si consacra come “luogo” davvero d’eccellenza nel panorama siciliano.

    10. Complimenti vivissimi.
      Auspico anch’io la nascita di un qualcosa che tenga vivo tutto quello che della Sicilia sta morendo

    11. un articolo davvero bello e interessante.

    12. grz ri cori, ri ficato e ri cirivieddo sia che lei scriva o che lei parli rimango sempre affascinata grzgrzassai

    13. Grazie prof. Basile, è un piacere conoscere sempre di più la nostra storia attraverso i suoi interventi.

    14. Caro Prof.,
      anche s Santa Margherita di Belice esiste il Palazzo Filangeri di Cutò altrettanto maestoso e bello prima che il terremoto e lìopera successiva degli uomini non lo devastassero completamente. Qualche notizia?

      Grazie

    15. Ed io che pensavo che avevamo una “via sedie volanti” perchè eravamo troppo poveri per permetterci i tappeti dei cugini arabi

    16. Gaetano Basile non può essere ospite di questo sito….deve essere nominato subito, “coram populo”, Autore di questo sito.
      E’ un bene prezioso per la cultura palermitana, e siciliana in genere.
      Leggo tra i post il concetto di identità del nostro popolo che non vedo in contraddizione con la cosiddetta globalizzazione.
      Si può avere una cultura europea, universale, parlare inglese o conoscere il sanscrito, ma avere il rispetto sacro della propria madrelingua e chi scrive vanta quella palermitana nella variante burighitana.
      Nella terra in cui vivo, in Sardegna, “sa limba” si insegna nelle scuole elementari e medie in tante realtà locali,nel quotidiano locale capita di leggere interventi in “limba”, la Provincia di Cagliari redige atti in Italiano e in Campidanese, la variante di Cagliari del Sardo.
      Una riscoperta delle tradizioni, del nostro bel dialetto palermitano, della nostra storia non può che magnificare ancora di più la nostra splendida Città in tutti i suoi aspetti.
      Grazie Gaetano, ” a zent’annus e prusu”.

    17. Autore subito, a furor di popolo!

    18. Appuntini per Gaetano basile che stimo molto. In realtà durante la peste del 1575 furono invocati santi a volontà, non Santa Rosalia che ancora non era stata “scoperta” ma San Sebastiano e San Rocco, protettori contro la peste. Si fece anche una processione con il Crocifisso Chiaramonte della Cattedrale che era come affidarsi all’ultima istanza.
      Giacomo Amato non era romano ma palermitano, a Roma si formò come architetto.

    19. Caro Sig. Basile non disdegno i suoi post principalmente perchè suscitano la curiosità di quei lettori poco adusi alle letture sulla storia della città di Palermo o danno modo comunque di rinverdire le conoscenze di chi come me molte curiosità in merito ha già soddisfatto.
      Ho comprato uno dei suoi libri e posso dire di averlo trovato pure interessante ma solo nella parte in cui l’autore si limita ad esporre fatti e personaggi di un tempo che fu, molto meno nelle “note dell’autore” espressione di un ruolo che poco le si addice, l’interprete ironico che deve per forza di cose far sorridere il lettore.
      Ho letto la sua Palermo quasi felicissima e ne consiglio la lettura a parte il capitolo che tratta di ragazze poco igieniche sull’autobus, un ci trasi nienti.
      Personalmente ho letto una Palermo felicissima di un suo quasi omonimo, li tengo, sono tre libri, gelosamente custoditi nella mia libreria, anche di questi consiglio la lettura.
      Per chi volesse continuare a soddisfare la propria curiosità allora invito a leggere, per esempio, La Città Perduta di Rosario La Duca, Dio l’abbia in gloria, a cuncurrienza, ma anche il Sig. Basile vorrà significare quanto ne valga la pena la lettura.

    20. A volte il confine tra commento fuori tema e comunicazione che andrebbe fatta per e-mail all’autore è molto sottile.

    21. A volte, dici bene. Ma quì trattasi di post di ospite sopraffino e i commenti fioccano festanti….

    22. grazie, i suoi post sono bellissimi.Ne scriva tanti altri,potremmo così distrarci un poco dai guai quotidiani, con una lettura sana, intelligente, scorrevole ed educativa; ne abbiamo bisogno.GRAZIE

    23. Grazie Basile ma cent’anni di salute è possibile
      clonarla ???? Grazie ancora.

    24. Spero di leggere molti altri suoi post.

    25. io mi chiamo Elio Amato mio nono e nato a misilmeri in italia vorrei di conocher alcune di mia famiglia per me cunrespondere sono brasiliano nato pero amo italia io sono citadino italiano miei 4 nono zono loro italiani mi escuse perque non parlo molto bene italiano grazzi

    26. Elio ti invito a rimanere in tema. Grazie.

    27. carissimo professore seguo sempre con interesse i suoi post, mi interessa la storia miti e leggende della nostra terra che lei ben conosce. le chiedo perchè non costruisce un blog punto di incontro per tutti noi appassionati…chi meglio di lei?

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