mercoledì 24 ott
  • Quaderno di Palermo 3

    Certo che l’entusiasmo può accecare, ma cosa sarebbe il piacere senza questo delirio sacro appartenente a degli dei sconosciuti perché inesistenti? Delirio tra l’altro provocato non da un disturbo organico o da uno squilibrio psichico o, mettiamo il caso, dal consumo di droghe, ma occasionato dalla contemplazione di un luogo che ti rapisce, ti prende, ti assorbe. Così è stato per la vostra città appena sono sceso dal treno un tiepido pomeriggo di quella fine dicembre del 1995. Se avevo fatto di mia volontà questo lungo viaggio come ho già detto da Napoli – in realtà avevo preso il treno una sera a Gaeta, dove mi ero fermato per alcuni mesi da un amico, ma alla stazione centrale della città partenopea ho dovuto aspettare l’espresso che arrivava in ritardo da Roma per sei ore! -, c’era inevitabilmente una predisposizione a lasciarmi andare appena avessi messo piede a Palermo. E devo dire che in quel momento di svago che è durato tre giorni non sono mai stato deluso, anzi.
    Dopo tanti anni che sono passati, ho soltanto un vago ricordo in mente e una debole fiamma mai spenta delle tante sensazioni provate durante le circa 72 ore nelle quale ho girato, inebriandomi dai monumenti, dalla gente, dall’atmosfera in cui mi imbattevo. Perché senza badare alla geografia o ad alcuna topografia, io che sempre ho viaggiato senza mappa alcuna, qualunque direzione che prendessi ero continuamente incantato da quello che vedevo e che sentivo e che intuivo. Le tracce vissute delle case, le faccie cumulative delle persone, lo spazio dal quale tutto era circondato, questo insieme e altro ancora, si erano all’istante incrostato sulla mia pelle. Sì, c’era qualcosa che mi risultava familiare, o almeno conosciuto, o che in fin dei conti mi apparteneva –e cossa fosse l’avrei capito poi dopo con l’aiuto della distanza. Niente altro che il senso di appartenenza que ti piomba addosso perché da una parte nessuno se lo aspetta quando raggiunge un posto nuovo e in apparenza diverso, e dall’altra perché uno straniero che si sposta ha unicamente come compagnia la solitudine. E si sa che una persona sola è come se fosse disabitata dal mondo, allontanata dal suo rumore, separata dal suo contatto. Quindi, non è difficile immaginare come è stato questo incontro inatteso, ma con tutto ciò non mi riferisco a l’incontro con un popolo o una cultura che storicamente hanno avuto in comune una parte del loro passato – tutti voi non potete fare a meno di pensare ai borboni. Quello che intendo dire al lettore e a quell’uomo di tanti anni fa è che il fatto di incappare in un corpo vecchio e bello allo stesso tempo come è Palermo, perché pieno di memoria anticha, tu che in quel periodo eri ancora giovane ma pur gravido di ricordi che erano stati sempre lì dalla tua nascita, questo avvenimento di identificazione con l’altro ti ha semplicemente segnato.

    Riconoscimento.

    Ospiti
  • Un commento a “Quaderno di Palermo 3”

    1. Gli è che per gli spagnoli “borbone” è ancòra attuale, per gli italiani meridionali è lo sbiadito ricordo di “quelli che hanno perso la guerra coi piemontesi centocinquanta anni fa”.

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