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domenica 19 set
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    Ponte sullo Stretto: il dibattito pubblico più lungo della storia

    Il Ponte sullo Stretto di Messina suscita da sempre discussioni. Un dibattito pubblico che si trascina da oltre 50 anni, ovvero da quando si aprì quel famoso concorso di idee (1969) che portò alla individuazione delle principali soluzioni tecniche per l’attraversamento stabile, dando il via creazione della società concessionaria della sua costruzione, la Stretto di Messina s.p.a. (1981), e quindi alla scelta tipologica, già orientata decisamente verso il ponte a campata unica nel 1988. E così via fino all’epoca grillina ed all’attuale governo Draghi.

    Nonostante ciò, il Ministro per le infrastrutture e la mobilità sostenibile, Giovannini, ci ricorda, un giorno si e l’altro pure, cheoccorre urgentemente avviare un dibattito pubblico sull’opera. Non subito, per carità: occorrerà aspettare gli studi sulla soluzione da attuare conseguenti alla pubblicazione della relazione ministeriale dei 16 esperti, che ci hanno messo 9 mesi a valutare come più conveniente proprio l’ipotesi del ponte, ma aggiungendo un dettaglio di non poco conto: la riscoperta del ponte a più campate, ipotesi già sonoramente bocciata 30 anni fa (1990). Solo allora si potrà avviare il “dibattito pubblico, così come previsto dalla Legge”: così disse il Ministro. Parole che sono risuonate in Parlamento, sui giornali, in TV pressochè identiche, con frequenza a dir poco sospetta.

    Incuriosisce, infatti, che ci si auguri di non perdere tempo in inutili lungaggini burocratiche per la realizzazione di tutte le indifferibiliopere inserite nel Pnrr, delineando invece un percorso ad ostacoli per una delle pochissime opere già appaltate e finanziabile con i fondi europei del Recovery Fund. A dispetto dell’altra esternazione ripetuta come un mantra nelle ultime settimane, ovvero che il Ponte non vi rientri perché non ultimabile entro il 2026: la circostanza è stata puntualmente smentita da Pietro Salini, CEO di Webuild, impresa titolare del contratto di appalto.

    La Ue, intanto, ci fa sapere quello che i tecnici (ma anche tanti politici) sanno da tempo: che è pronta a finanziare l’opera, essendo la stessa inserita all’interno di un corridoio TEN-T, quello scandinavo-mediterraneo.

    Curioso questo nostro paese: non solo non si accontenta di 50 anni di discussioni per iniziare finalmente a realizzare un’opera essenziale per lo sviluppo del Paese (lo ha ribadito, ultimo di una lunga serie, proprio il Gruppo di Lavoro istituito dalla De Micheli presso il MIT) ma dice “no grazie” all’Europa che vuole finanziarla.

    Tornando al “dibattito pubblico”, con il quale il Ministro Giovannini continua ad annoiarci, non è assolutamente vero che sia previsto dalla Legge, nella specifica situazione del Ponte: il codice dei Contratti, infatti, prescrive il dibattito pubblico solo nella fase dello studio di fattibilità che, come ricordavamo sopra, si è conclusa nei primi anni Duemila.

    Conta altresì poco che la tipologia dell’opera di attraversamento sia stata incredibilmente rimessa in discussione dal Gruppo di Lavoro ministeriale, proprio per la pochezza di argomenti che hanno supportato l’ipotesi alternativa del ponte a più campate. Sperando che la stessa, sciaguratamente (per gli italiani, non per chi emetterà parcella…) non dia luogo ad altri lunghi anni di indagini e studi aggiuntivi, per i quali sono previsti, proprio da chi predica parsimonia, ben 50 milioni di euro, a cosa servirebbe un dibattito pubblico? A che titolo la casalinga di Voghera o il pescivendolo di Portopalo si potrebbero esprimere sul numero di campate del Ponte?

    Chi deve spaventarci, in realtà, non sono i comuni cittadini, ma alcuni dei loro più fantasiosi rappresentanti: i fanatici dell’ambiente da salotto, ad esempio, che hanno messo in dubbio persino la modesta relazione ministeriale, rea di aver ribadito la necessità dell’opera. O i sismologi televisivi, che, non avendo più armi al loro arco, terrorizzano la gente parlando di cimiteri sulle due sponde.

    Se è costoro che vuole tranquillizzare il Ministro, pensiamo che stia facendo male il suo mestiere. Che non è quello di accontentare tutti, ma di conseguire il superiore interesse della Nazione. Si chiama senso dello Stato: sappiamo che è fuori moda, ultimamente, ma sappiamo anche che, in tempi cosi difficili, certe antiche abitudini andrebbero riscoperte… Anche se non rientrano tra i parametri del carrierismo politico.

    (in collaborazione con Sicilia in Progress)

    Sicilia
  • 2 commenti a “Ponte sullo Stretto: il dibattito pubblico più lungo della storia”

    1. Pensassero piuttosto a sistemare tutte le strade della Sicilia, non questo ponte che si discute da una vita

    2. Chissà quando la smetteranno

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