I vantaggi della locazione nella via di Cammarata…


Se il Festino è “in forse”, paralizzato dalla mancata approvazione del bilancio comunale, la manifestazione che fu simbolo del “cool” per eccellenza, Kals’art, è data parzialmente per dispersa. Se nulla è dato sapere del programma né della sua effettiva realizzazione (manca dall’estate del 2006) il brand Kals’art è però ricomparso nell’estate palermitana per delle serate. Ma chi controlla il brand Kals’art?
Ricapitoliamo aggiungendo e partendo con un colpo di scena. Il marchio è depositato dal 2004 e registrato dal 2008 (come si evince dal sito dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi). Per essere precisi è registrato «con le lettere kals poste sopra alle lettere art» e per la classe «organizzazione conduzione e promozione di manifestazioni e di eventi di vario genere ivi inclusi manifestazioni ed eventi artistici culturali scientifici sportivi e di intrattenimento». Titolare: Studio P. Priori & B. Pedetta (Milano). Studio: Bravi Alfredo (Peschiera Borromeo – MI). Mumble? A che titolo? Come mai non lo ha registrato il Comune? Continua »
L’esperienza americana volge al termine e ci sono ancora un paio di cose che vorrei raccontarvi.
Vi mostro uno dei bar più fotografati dai turisti italiani… 😀

Sui divieti qui non si scherza. Non è che non si può posteggiare sulla Quinta: non si può nemmeno PENSARE di farlo! 😀

Dopo il fenomeno Laura Scimone un’altra palermitana sta sbancando con i suoi video sexy e canterini… È Gemma del sud. Ancora una volta mi tocca consigliarveli. 😉
Ecco un esempio con tanto di karaoke che evidenzia l’aderenza del cantato al testo di Paparazzi.
E ora Alejandro!
(mi spiace sottrarre ore al lavoro di tanti dipendenti, soprattutto dopo il post di ieri) 😀
Il post che state per leggere è un post polemico, non provocatorio, e contiene alcune cose che spesso non ci si vuole sentire dire. Ma ci sono tante medicine amare come l’acquisire consapevolezza che non si è obbligati a prendere.
«A Palermo non c’è il lavoro». L’avete sentito dire tante volte, no? Non è vero. Non c’è molto lavoro regolare, non c’è molto lavoro ben retribuito, non ci sono più i tanto desiderati e ambiti “posti” (perché le banche si accorpano e la Regione prima o poi fallirà, anche se qualche altra infornata di lsu che diventeranno dirigenti e avranno le pensioni baby non mi sentirei di escluderla).
C’è invece un enorme spazio per chi ha voglia di fare e per l’imprenditoria, c’è poca concorrenza e se si è strategicamente brillanti si ha la possibilità di avere per molto tempo un oceano blu incontaminato in cui nuotare e profittare. In che campi? Nel turismo, ad esempio. Imprenditoria significa avere un’idea, portarla avanti e, ebbene sì, anche rischio. E cercare di guadagnare i soldi sul mercato con prodotti e servizi validi, non di fregarseli dalla 488, dallo Stato, dall’Ue o dalla Regione e di fare business zoppi o mascherati da qualcos’altro fin dalla nascita. Nel breve periodo funziona e sembra una gran furberia, nel lungo affondiamo tutti, voi e chi vi viene dietro. Capito? Non mi parlate di pizzo perché oggi non siamo negli anni ’80 grazie ad alcuni visionari come quelli di Addiopizzo, allo Stato, ai magistrati e alle forze dell’ordine. Vengano pure ‘sti esattori superstiti, così facciamo arrestare pure loro. Né ditemi che non si possa fare…se non dopo averci provato e avere fallito. Troppo comodo dirlo prima.
E adesso il punto più delicato: non c’è la voglia di lavorare. Ho sentito dire tante volte da amici imprenditori «li pagavo per riscaldare la sedia», riferendosi al periodo di prova o a dipendenti assunti che pensavano che il loro compito si dovesse limitare più o meno a quello. E si sentivano anche furbi per gli stipendi che erano riusciti a fregarsi lavorando il meno possibile. Ancora: Nel breve periodo funziona e sembra una gran furberia, nel lungo venite licenziati e diventerete carne da call center o da lavoro socialmente utile. Finché durerà. E non durerà per sempre. Capito?
Come già annunciato sono stato non a uno ma a due eventi dedicati allo yoga qui a New York. Il primo era Solstice in Times Square. Concentrandosi si riusciva a fare yoga tranquillamente, però devo ammettere che aprire gli occhi e vedere i cartelloni di Times Square faceva un effetto molto strano. È un’idea felice, anche se i puristi storceranno il naso per la conduzione della classe un po’ da party con vari «say yeah».

(foto scattata da asterix 611)
Sono da un mese negli Stati Uniti e la voglia di mare comincia a farsi sentire. So che mi manderete a quel paese ma mi avevano già detto questa cosa: quando l’orizzonte è costituito per un lungo periodo da palazzi, vetro e cemento un palermitano comincia a diventare malinconico e a cercare le colline dietro e il mare davanti. Per fortuna c’è il Central Park che permette di riprendere fiato.

I newyorchesi hanno avuto due fortune con i sindaci: non hanno avuto un Ciancimino che ha avallato la cementificazione selvaggia, con l’aggravante della distruzione delle ville Liberty, e senza pianificazione di parcheggi e verde e hanno avuto Rudy Giuliani che con la sua Zero tolerance dal 1994 al 2001 ha bonificato New York e l’ha resa sicura. Sono tornato a casa di notte in metropolitana e devo riconoscere che le città italiane sono meno sicure.
Dov’è in questo momento Diego Cammarata?
(sì, è quello che state pensando)
AGGIORNAMENTO: il commento di Gery Palazzotto e quello di Live Sicilia.
Come si esordisce per fare i simpatici quando si parla con uno che è andato in America? Chiamandolo American boy, come la canzone! Eppure quando lo fanno in dieci, venti, trenta, cento un po’ ti rompe le palle. Come potrei punire il prossimo che lo farà? Accettansi consigli sadici…
A Palermo nessuno si fa quelli propri, è notorio, ma francamente rimango perplesso nell’apprendere che tanti tra quelli che conosco si improvvisano detective e chiedono cose tipo: «Ma Tony Siino si è trasferito?»; «Ma Tony Siino è stato assunto da facebook?», «Ma Tony Siino che cosa fa a New York?», «Tutto ‘sto tempo? Sicuro c’ha una, vero?». No, non ve lo dico che cosa faccio qui. Almeno per ora. 😉 Provate a indovinare…
Ho sentito una parola che mi è piaciuta: neet. È un acronimo per Not in Employment, Education or Training (non lavora, non studia, non si aggiorna). Pare che definisca una nuova popolazione di nullafacenti. Purtroppo qui si usa spesso per certi italiani. Quanti neet conoscete?
Le newyorchesi sono carine ma…che scarpe hanno?!?! Vanno di moda prevalentemente certi calzari da antico romano o le infradito per cui da tempo combatto una campagna per il bando (non parliamo delle infradito per u-omo poi!). Varianti: ballerine e stivali da pompiere. Rare le ragazze con scarpe degne di tale nome (tipo quelle che mettono le italiane in patria). Se le hanno in genere sono bellissime ed eleganti.
Qui a New York alla radio passano sempre Need you now dei Lady Antebellum. Anche lì?
Alla prossima!
(crosspostato su Deeario)
Passeggiando per New York in Madison avenue si vedono parecchi negozi di moda italiani. Oltre agli stilisti c’è anche Camicissima, all’angolo con la 53esima. Camicissima è un marchio della storica camiceria Fenicia di Palermo, aperta nel 1931 dalla famiglia Candido. Nell’insegna c’è scritto Camicissima “Milano”. Mi chiedo, candidamente, se sia soltanto perché la sede aziendale è adesso a Milano. O Camicissima Palermo non avrebbe fatto un bell’effetto?

Sabato sono andato con Carmine, un ragazzo italiano che è qui, e Olivia, la sua ragazza, a una festa assurda dalle parti di Bushwich (Brooklyn). Sul divieto di alcol ai minori di 21 anni sono rigidissimi, sulle norme di sicurezza (uscite, solidità delle scale antincendio) e igieniche (bar) un po’ meno… Continua »
Buongiorno Upper East Side! Mi verrebbe da dire «Sono Gossip Girl, la vostra sola e unica fonte di notizie sulle vite scandalose dell’élite di Manhattan», citando appunto la misteriosa blogger della serie tv culto ambientata nel quartiere dove vivo ormai da una settimana (se torno vestito come i protagonisti uccidetemi). Ma finora non ho niente di scandaloso da raccontare. Questa parte di New York ha ospitato i set di moltissimi film (dallo storico Colazione da Tiffany ai più recenti Manhattan, L’avvocato del diavolo, Autumn in New York e Il diavolo veste Prada) e serie tv (impressionante: I Jefferson, Arnold, La tata, Sex and the City, Will & Grace…) e mi appare molto familiare. Questo è il mio studio:


Ieri ho ricevuto un’e-mail da Luigi Bellanca, uno sviluppatore palermitano che si dà molto da fare, che mi ha annunciato la disponibilità sull’App Store di Apple di un’applicazione gratuita per l’iPad per leggere i post di Rosalio comodamente sui gioielli tecnologici della Apple. I post possono essere letti in una finestra del browser dedicata che sfrutta tutta l’area dello schermo e che dà la possibilità di tornare comodamente alla lettura dell’articolo quando si è conclusa la navigazione esterna. Per ciascun post viene indicato il numero di commenti al post che possono essere visualizzati cliccando sul link.
Ci fate sapere come la vedete?
Mi fa molto piacere notare che anche la comunità internettiana locale che gira attorno al blog sia stata tanta volte, come questa, disposta a impiegare un po’ di tempo per contribuire a Rosalio e ringrazio Luigi.
Come ribadiamo periodicamente, potremmo sviluppare qualcosa insieme per il blog e/o per nuove sezioni. Scriveteci. 🙂
Ho sorvolato nuovamente coast to coast gli Stati Uniti, stavolta di notte, partendo lunedì per arrivare martedì. Al banco Delta a San Francisco mi hanno fottuto alla grande perché la signorina mi ha chiesto se volessi un posto vicino alle uscite d’emergenza e io ho risposto sì rimarcando il fatto che così le mie gambe (sono alto quasi un metro e 90) avrebbero avuto più spazio. Risultato: 44F, ultima fila. Ecco perché mi aveva guardato sorniona. Ricordarsi di rispondere «only if bulkhead» la prossima volta.
Guardare le luci dell’America di notte dall’alto mi fa riflettere ancora una volta. Mi impressiona vedere alcune cittadine con file di luci ordinate che si ripetono per isolati interi. Avevano tutto lo spazio che volevano e invece di espandersi come gli pareva hanno pianificato. Io, da palermitano, potrei impazzirne.
Per atterrare al JFK stavolta abbiamo sorvolato Manhattan e ho visto chiaramente i grattacieli, i ponti, “Lady Liberty” (la Statua della Libertà) ed Ellis Island, dove milioni di emigranti italiani approdarono fino al 1954. Tra questi c’era anche mio nonno, mio omonimo. Chissà che cosa gli passava per la testa guardando Ellis Island quel 4 settembre del 1921 dal ponte della Providence. Non poteva certamente immaginare che suo nipote avrebbe visto New York dal cielo per la prima volta.
Domenica sono stato ancora a San Francisco. Nella teoria socio-economica questa città, che ha pochi abitanti in più rispetto a Palermo, fa parte delle cosiddette global city, cioè città che contano nel sistema economico mondiale (la chiamano anche il gateway del Pacifico). In particolare è una beta city + (come Washington, Melbourne, Johannesburg, Atlanta, Barcelona, Manila, Bogotá, Tel Aviv, New Delhi, Dubai e Bucharest) e dovrebbe molto della sua posizione al capitale umano. Eppure ovunque, sia nel commercio che nell’imprenditoria, si leggono nomi italiani. La Bank of America, fondata a San Francisco, si chiamava prima Bank of Italy e il fondatore Amadeo Giannini era figlio di immigrati liguri. Senza gli italiani, insomma, né San Francisco né l’America sarebbero quelle che sono. Invece per gli italiani la Sicilia e l’Italia sono quelle che sono.
Il Golden Gate è certamente una delle meraviglie del mondo. Due chilometri e settantuno per collegare San Francisco alla County of Marin, un colore che col tramonto viene valorizzato e una fierezza che nemmeno la nebbia che sale nel pomeriggio dal Pacifico (che ho potuto osservare lunedì) può intaccare. Molti ci passeggiano sopra a piedi o in bici. Vale davvero la pena di vederlo.

Sabato sono stato a San Jose, trascinato da alcuni adolescenti californiani, alla FanimeCon, convention di anime e cosplay. Anche a Palermo il fenomeno esiste, ne abbiamo parlato. Che io sappia in Italia non ci sono convention così grandi (dura tre giorni, con un’area espositiva enorme e con una serie di proiezioni e ospiti lunghissima). Sembra fondamentalmente un fenomeno per adolescenti, anche se tra gli otaku ci si trova di tutto.

I problemi nascono quando, da buone americane mangione, ti ci ritrovi queste ragazze sovrappeso che si mettono l’uniforme da scolaretta giapponese…

A poco più di una settimana sul suolo statunitense provo a parlare di un po’ di cose che si dicono sugli Stati Uniti (e se sono vere). Continua »
Ieri ho attraversato la Silicon Valley verso sud per finire a passeggio a Santa Cruz. Credo che sia chiaro che io nella Silicon Valley, dove si concentrano i quartier generali delle più importanti società di Information and Communication Technology, ero come un bambino in un negozio di caramelle. 🙂
Ho avuto l’opportunità di pranzare nella sede di facebook a Palo Alto con Cameron Marlow che dirige il Data Science team. È stata una chiacchierata molto interessante di cui parlerò su Deeario. Alla mensa di facebook fanno bene la pasta e la pizza…e anche il riso pilaf. Immancabili i frigo e i dispenser per le bevande e i dolciumi. Abbiamo fatto un tour e gli uffici sono degli open space, senza i cubicle che caratterizzano molte società tecnologiche. Mi ha divertito la nomenclatura delle sale riunioni che ha almeno tre tipologie: gruppi musicali (per esempio Depeche Mode), inventori cruciali per le comunicazioni (tra cui hanno anche messo Al Gore…immagino ironicamente e con riferimento a una famosa intervista in cui si attribuì sostanzialmente l’invenzione di Internet…) e incroci tra nomi di videogiochi e condimenti (quest’ultima è l’area degli ingegneri…). L’ambiente è giovane, c’è gente che viene da ovunque, con prevalente formazione tecnica. L’atmosfera è comunque abbastanza spartana. Se siete curiosi le foto sono qui e c’è anche un video.

Una delle cose che ti colpisce nella San Francisco Bay è la presenza un po’ ovunque di pompieri. Un europeo pensa che questi sono fissati col fuoco. Poi si capisce che hanno le loro ragioni, dato che dopo il terremotone del 1906 scoppiò un incendio estremamente distruttivo che rase praticamente al suolo la città: pare che quasi 300 mila su 400 mila abitanti persero l’alloggio. Eppure molte case ancora oggi sono in legno.

(foto di Kris Taeleman)
Ieri ho fatto un giro nella parte un po’ più interna della Bay Area, a Walnut Creek. Basta guidare per poco più di 20 chilometri e sei nell’entroterra, tra villette ordinate e tranquille, empori e foreste. Un tunnel permette di attraversare le colline che portano a Walnut Creek, sia in auto che con il BART (il trenino rapido di questa zona che è un po’ quello che vorrebbero fare da Palermo verso l’aeroporto): si chiama Caldecott Tunnel (fonetica: ˈkɔːl.d.kɒt). I feroci San Franciscans lo hanno ribattezzato “Culture stop” (fonetica: ˈkʌl.tʃər stɒp) per indicare che passato il tunnel sarebbero ‘gnuranti. 😀 E meno male che sono politically correct! Continua »
Ieri sono tornato a San Francisco con l’ormai noto (a chi ha letto i post precedenti) parente-di-parente-che-a-me-non-viene-niente. Praticamente questo tipo (prego solo che non legga questo blog) è un cugino di un cugino di un cugino di un cugino…vabbe’, ci siamo capiti. Avevamo cenato insieme domenica e a tavola voleva fare il simpaticone. Faccio un esempio della simpatia estrema: mi si è aperto lo shampoo in valigia e questo fa il battutone «ma non era mica necessario che te lo portavi, qui in America abbiamo lo shampoo!»… Un altro esempio: siccome gli ho raccontato che sono combattuto tra il rimanere in Sicilia come mi dice il cuore e andare in un posto più in linea con i miei interessi lavorativi mi ha detto «you need therapy»… Prima di uscirci lo consideravo alla stregua di una ragade. Poi sono stato investito dalla perplessità estrema quando mi ha proposto la sua visione della città attraverso il “turismo alberghiero”! Sostanzialmente mi ha portato a vedere degli alberghi (ma non soltanto)! Poi però uno vede un albergo così e quasi gli dà ragione…

Alla fine, comunque, non era tanto male: mi ha detto un sacco di cose interessanti. Ricordarsi di sospendere il giudizio.
A Berkeley uno degli animaletti più comuni è lo scoiattolo marrone (Sciurus niger). Infestatore di giardinetti sul retro, molestatore di passanti per il cibo persino nel campus, amante delle scoiattole tanto da creare (e crearsi) problemi di sovrappopolazione e emigrante anch’esso come i tanti siciliani di California: in origine era nella parte est degli Stati Uniti e in Canada…ora è anche qui.

Sto incontrando anche alcuni siciliani qui, di seconda e terza generazione. In particolare ho avuto a che fare con avvocati che si occupano di proprietà intellettuale (legata all’Information and Communication Technology). Uno di loro, nipote di abitanti di Isola delle Femmine approdati a Pittsburg e ora consulente per una potente famiglia americana, mi ha parlato con orgoglio e lucidità degli italiani approdati negli Stati Uniti che ce l’hanno fatta malgrado il fatto che fossero sul “two strikes” quando sono arrivati. Il termine è preso in prestito dal baseball: al terzo strike (“punto” del lanciatore) il giocatore in battuta viene eliminato. I due strike che pagavano gli emigranti italiani erano la povertà e il non conoscere l’inglese. Molti siciliani sono oggi in ruoli chiave
Ho dimenticato di parlare di una cosa relativa alle turbolenze in volo. Le volte che mi sono capitati voli “bumpy” in Italia ho sentito gridolini/urla/lamentele e ho visto gente attaccata al sedile. Gli americani si comportano diversamente: durante la turbolenza dormono, mangiano e, se proprio devono manifestare qualcosa…si divertono! ‘Sti due disgraziati mentre cominciavo a pensare di fare testamento facevano gridolini tipo ottovolante e ridevano. Ricordarsi di fare finta di niente anche se stai dentro allo shaker (oltre al classico “non applaudire all’atterraggio”).
Dormo nella stanza di un teenager americano tipico. Ha la batteria, un poster dei Led Zeppelin, dipinge, ha dei libri, un Mac, ama i videogiochi e ha una passione per le magic card. Pare che qui tirino gli zainetti JenSport e di Eastpak che riempiono le nostre classi finora neanche l’ombra.
Dicono che le californiane siano belle ragazze. Il problema è trovarle, visto che finora ho visto soltanto asiatiche!
Ci sono dei cartelloni pubblicitari animati fighissimi…praticamente i 6×3 nostri in versione wide ma con la pubblicità che cambia…no, non come quelli di Palermo…hanno un display a contrasto elevato.
Domenica sono stato a Fisherman’s Wharf, la zona del porticciolo dei pescatori dove si mangiano frutti di mare. Mi ha ricordato molto Mondello (e ciò che Mondello potrebbe essere). Continua »
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