Non è nella lista dei peccati capitali, non è neanche considerato un peccato a tutti gli effetti. È un vezzo, una necessità quasi. Chiamatelo “cancia bandiera”, o “quaquaraqua”, ma l’ipocrita è una persona che è sempre esistita e sempre esisterà. Sorridiamo quando vorremmo ringhiare, annuiamo quando vorremmo dare una testata, stringiamo mani quando vorremmo utilizzare un coltello. «Si deve lasciare profumo» diceva mia nonna e forse era un modo per inghiottire con ancora più tenacia i bocconi amari. C’è chi lo nasconde meglio degli altri, chi riesce ad ingannare persino lo specchio. Pepè Calafiura era uno di questi.
Geometra di vecchia scuola riusciva sempre ad essere sorridente. Con i clienti più simpatici ma anche con quelli insopportabili già scaricati da altri suoi colleghi e approdati nell’unico porto franco di Palermo che era il suo piccolo studiolo nel cuore della città vecchia a pochi passi dalle vie intricate di Ballarò. Per giungere nel suo piccolo regno Pepè passava davanti al panellaro «buongiorno – buongiorno», di fianco alla taverna «buongiorno – buongiorno», di fronte al tabacchino «buongiorno – buongiorno», apriva il pesante portone, saliva lungo le ampie e scivolose scale ed entrava nel suo ufficio. Una grande scrivania marrone, un paio di sedie rosse, qualche quadro della Palermo di una volta e un computer. Spento. Continua »
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