giovedì 24 ago
  • Grandi superfici, piccole polemiche

    Quando in Sicilia ci si riferisce comunemente alle Grandi Superfici Commerciali o, peggio, agli Outlet, in genere si ha un’idea molto confusa di queste realtà ancora marginalmente presenti sull’Isola, tanto da aver attirato in passato le censure del Garante per la concorrenza. Le polemiche sollevate in questi giorni, anche su Rosalio, in merito all’annunciata realizzazione di un centro commerciale a fondo Raffo, mentre possono essere ritenute anche legittime con riguardo alla scelta della localizzazione oppure alla valutazione della congruità della contropartita (infrastrutture sociali e sportive per il quartiere ZEN) offerta da Zamparini agli enti proprietari dei terreni e al Comune in cambio della concessione, sembrano invece, a mio parere, in gran parte interessate al mantenimento di uno status quo che, se può convenire a qualcuno, di certo non conviene né ai consumatori, né ai tanti giovani disoccupati.

    In questo momento in una regione come la Sicilia, con i suoi 5 milioni di abitanti, sono operanti due sole grandi superfici di vendita: una a Melilli (SR) e l’altra, Etnapòlis, a Belpasso (CT). Quest’ultima, progettata con il contributo di Massimiliano Fuksas, con gli oltre 100.000 mq. di superficie coperta, è una delle maggiori in Italia. Sono strutture che creano – ciascuna – parecchie centinaia di posti di lavoro regolari e dove si trasmette una moderna cultura e organizzazione del lavoro. Tra gli argomenti, non sempre del tutto coerenti e disinteressati, usati per bloccarne lo sviluppo c’è quello secondo cui “cannibalizzerebbero il commercio al dettaglio con la perdita di tanti posti di lavoro nei piccoli esercizi”, ma quanti dei lavoratori che potrebbero perdere il posto per l’arrivo degli ipermercati sono messi in regola dai piccoli commercianti?

    La grande distribuzione organizzata (GDO) nasce da un processo di razionalizzazione del commercio di prodotti industriali e agroindustriali. La nostra, piaccia o meno, è una società culturalmente ed economicamente fondata sui consumi e sulle regole del mercato e della concorrenza. La comodità e la convenienza per il consumatore offerto dalla grande distribuzione (e che ora, con le recenti liberalizzazioni, si apprezzerà anche con i farmaci e i carburanti) è fuori discussione e la sua affermazione, quindi, inarrestabile, ma anche il commercio al dettaglio può -anzi, deve- giocare in questo contesto più articolato di operatori commerciali un ruolo indubbio, a patto di non voler competere solamente nella vendita di prodotti di marca industriale.

    Pensiamo al settore alimentare, ma non solo. Se un territorio come la Sicilia si impegnasse seriamente nella promozione e conservazione della identità di sapori, di prodotti tipici (alimentari e artigianali), di prodotti stagionali del suo territorio, avrebbe bisogno di negozi a portata di mano dove il rapporto tra il produttore, l’artigiano, il contadino, l’allevatore, ecc. (di olio, vino, pasta, formaggi, uova, frutta, verdura, ecc.) e il commerciante non potrebbe che essere ravvicinato con grande beneficio, non solo per i residenti, ma anche per il turismo di qualità.

    Nel suo ultimo libro (“Buono, pulito e giusto”) Carlo Petrini, il fondatore di “Slow food”, ricorda che mangiare è anche un ”atto agricolo” perché selezionando e pretendendo cibi di buona qualità, prodotti con lavorazioni e criteri che rispettino l’ambiente, il ciclo delle stagioni e le tradizioni locali, favoriamo la biodiversità e un’agricoltura equa e sostenibile. Tocca al commercio al dettaglio mantenere il legame con la produzione locale e il circuito del fresco. In questo modo tale comparto non sarà mai in sovrapposizione con la grande distribuzione, condividendo adeguati margini con il piccolo produttore che avrebbe tutto da guadagnare dal contatto diretto con il consumatore finale, contratto diretto che, in prospettiva, offrirà l’e-commerce. Chi punterà sul servizio al cliente e sulla qualità dei prodotti legati al territorio e al ciclo delle stagioni, non avrà nulla da temere dalla modernizzazione del sistema distributivo e si guadagnerà il consumatore culturalmente più avveduto e consapevole. E in questo modo, peraltro, qualche sapore “eccellente” da ricordare con piacere, in un mondo dai sapori industrialmente omologati, resterà anche nella memoria di chi si trovasse in Sicilia come semplice viaggiatore.

    Purtroppo nel commercio al dettaglio si continua pensare, molto spesso, solo in termini di rendita di posizione delle vetrine fronte strada e di insofferenza verso limiti o divieti del traffico o del parcheggio di autovetture. Certe polemiche ricordano i luddisti che, due secoli fa, avversavano la rivoluzione industriale: assaltavano le prime fabbriche distruggendo le macchine che erano il simbolo della fine del sistema produttivo agricolo-mercantile e dell’inizio dell’era industriale. Vedevano con timore la fine di un mondo cui erano abituati e difendevano quello che per loro era l’unico modello di produzione possibile. Contrastare la modernità non è mai lungimirante: fa perdere solo tempo e risorse preziose. Se Catania, nella grande distribuzione, è ormai al passo coi tempi mentre Palermo ancora arranca, ciò va a merito di Catania e del suo tessuto imprenditoriale e non può certo divenire un pretesto per tenere basso il livello della competizione così come i rappresentanti (palermitani) delle organizzazioni dei commercianti pretendevano osteggiando sia la GDO (che pure deve riservare loro per legge ampi spazi per i c.d. esercizi di vicinato), che la chiusura al traffico del centro storico, al grido: “meglio morire di smog che di fame”.

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  • 4 commenti a “Grandi superfici, piccole polemiche”

    1. Ragazzi ma siamo nel 2007 non siamo più negli anni 80………..é possibile che Palermo sia l’unica città senza un centro commerciale???????????I centri commerciali portano sviluppo e occupazione che a Palermo nn c’è……….

    2. E’ da vedere…ci sono risvolti anche negativi.

    3. Non lo metto in dubbio ma questi risvolti non saranno a Palermo che la grande distribuzione non esiste…..

    4. Palermo è l’unica grande città senza un centro commerciale, se si dovevano fare polemiche, queste dovevano essere affrontate in contemporanea con l’Italia, ma siccome non siamo più negli anni 80, ma nel 2007, non c’è più il tempo materiale per fare polemiche. Si è perso troppo tempo, ancora nel 2007 Palermo è ancora inditro in tema di commercio, che non è solo la piccola bottega, ma anche il grande negozio.

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