sabato 18 nov
  • Fumo

    Quel pomeriggio con la mia ragazza era stato splendido, il mare di Mondello ci aveva saziato gli occhi con la sua bellezza, il verde caraibico del mare siciliano non aveva nulla da invidiare a quello delle isole che scoprì Colombo. Allora avevo 18 anni, era il 1977, e mi trovavo in compagnia di Maria, quella che oggi è diventata mia moglie, erano i primi approcci di un amore puro come lo era il mio cuore di allora, anche l’aria sapeva di fresca salsedine, di pulito. Così soddisfatti della giornata ci dirigemmo alla fermata di dell’autobus, quella in prossimità della piazza di Valdesi, il luogo che delimita il confine tra la località balneare e la Favorita, il parco di Palermo che divide la città dalla famosa località marina. L’attesa stranamente non fu molto lunga come al solito, erano circa le sei del pomeriggio, ed i bagnanti dei lidi, come noi, erano già sulla strada del ritorno, anzi molti si trovavano sull’autobus della linea Sei Bello per tornare in città. Gli autobus di allora non erano capienti come quelli di oggi, il prezzo da pagare naturalmente, sia all’andata che al ritorno, a parte il biglietto era quello di dovere viaggiare stipati come le sardine. Io come mio solito, per evitare troppi contatti, preferivo stare nella parte retrostante l’autobus, appoggiato con le spalle al vetro, così pure Maria vicino a me. Era un continuo guardarsi negli occhi per trovarci ed annullare tutto ciò che stava intorno, ma ad un certo punto quel nostro amoreggiare fu interrotto da un suono non familiare: non era il rumore del cambio, né quello della marmitta bucata, del mezzo, né quello giocoso dei bambini, né il civettare delle donne che continuavano il cuci e scuci che avevano iniziato nelle piazzole dei lidi, era il pianto, anzi no, era il lamento di un’anziana signora seduta vicino la bussola dell’apertura posta a metà del mezzo. Cercai di capire cosa stesse succedendo, ma non riuscivo a vedere bene. L’unica cosa che sentivo era: “Non ce la faccio più, staiu mureennuuu! Non respiro, aiuto! Pi’ favuri ‘a finissi ‘i fumare”. Guardando meglio mi accorsi che vicino alla signora c’era un giovane, una specie di bue, in canottiera e pantaloncini, che a me dava le spalle e che fumava tenendosi allo stesso tempo con il braccio agganciato ad un bastone di sostegno; lui portava con disinvoltura la sigaretta in bocca e dopo emetteva del fumo a suo piacimento: una volta sulla signora anziana seduta, una volta facendo anelli verso il soffitto, una volta nella direzione del finestrino aperto, come a voler misurare la velocità di crociera. Era un ciclo di azioni a caso che veniva stabilito istante per istante. Tutto ciò era una specie di meditazione Zen e allo stesso tempo una forma di piacere ludico e sadico, ed ancora uno studio del moto dei gas. Dopo qualche minuto dal primo lamento, la signora cominciò il secondo come il primo, però stavolta accompagnato da un pianto interrotto. Tutti i presenti per un istante si voltarono, ma dopo un attimo, facendo finta di niente ritornarono, come dire, ai loro passatempi; solo un giovane si fece avanti e chiese al tizio,che però era spalleggiato da altri due come lui, di smettere di fumare.

    Non poteva essere, pensai, una giornata così bella, da ricordare negli anni avvenire, non poteva concludersi con quel pianto di dolore. Il mio orgoglio di giovane pieno di buoni propositi, fece scattare una molla dentro di me, che Maria aveva subito avvertito prima che pronunciassi queste parole: “Ora ci vado e lo faccio smettere!”. Allo stesso tempo avevo valutato che essendo il fumatore incallito ed i suoi amici tre ed io, essendo allora un bel ragazzone con fisico sportivo, dando manforte a quel giovane coraggioso avremmo avuto buone chance per far terminare quell’azione maleducata. Maria cercò di fermarmi, mi strinse la mano, ma non ci fu nulla da fare. Ero deciso così chiesi permesso e pian piano tra quella calca umana mi avvicinai, nel dondolio del viaggio, a quel delinquente. Richiamata la sua attenzione verso di me, toccandolo, lui si voltò verso di me e fumando mi disse: “’Unn’u viri ca ‘un po’ passari!”; e lentamente ritornò nella sua posizione iniziale, poi voltandosi verso la signora emise con soddisfazione una boccata di fumo, tipo motore scarburato. La signora, ormai, era rassegnata, riusciva a malapena a singhiozzare . Nuovamente allora toccai il tizio e questi disse: “Si po’ sapiri chi buooi?”. Ed io subito, in perfetto italiano: “Ma non lo vedi che questa povera vecchietta sta male? Che infastidisci sia lei che le persone che ti stanno vicino? Che insomma dovresti smettere di fumare?”. E lui: “E sicunno tia aiu ‘a ghiccari ‘na Malboro c’addumavu na ‘stu minutu, ma comu si’…..?”. Ed io: “Forse non sono stato chiaro, altrimenti….”; ciò detto alzando gli occhiali da sole e con gli occhi usciti di fuori dalle orbite. In quell’istante vi fu la moltiplicazione degli orchi. A causa della mia irruenza, non mi ero accorto dei passeggeri che erano seduti lì vicino che si alzarono di colpo. Il clan era completo, tutti e cinque erano ben messi con delle pance molto pronunciate che non potevano essere contenute dalle canottiere e che lasciavano intravedere degli enormi ombelichi. In quell’istante capii subito che i miei calcoli non erano stati fatti bene. Poi il fetore di vino cominciò ad arrivare alle mie narici: era come se si fosse aperta la porta dell’inferno. Cercai subito aiuto con gli occhi. Il giovane coraggioso si era dileguato, non lo vidi più, pensai che fosse sceso dall’autobus. Ero solo. L’autista che dallo specchietto retrovisore si era goduta la scena, continuò la sua guida tranquilla attraverso il parco, che in alcuni tratti sembra una galleria di foglie. Tutti i viaggiatori vicini rimasero indifferenti e non intervennero in mia difesa. Sentendomi veramente solo, il mio sguardo impacciato andò a Maria e con un sorriso forzato feci un gesto con la mano come per dire non ti muovere, stai tranquilla. Ma lei già piangeva a dirotto. La banda allora mi accerchiò ed il più magro dei grassi mi disse: “T’a firi a dillu arrieri? Che dici Paluzzu ‘i corna ci rumpemu cca o ‘u facemu scinniri e c’i rumpemu doppu?”. Immediatamente pensai che il mostro si combatte alla testa mi feci coraggio e mi diressi da Paluzzu, il capo dei capi, e questo, contemporaneamente, si avvicinò a me fino a portare il suo naso vicino al mio. Immediatamente sentendo il fetore di vino mi tornò in mente l’odore di zagara di Maria che incautamente avevo lasciato. Paluzzu allora disse: “Ora si si’ omo ‘a’ scinnniri!”. Io non mi feci intimorire. Capii che dovevo acquistare tempo. Allora risposi in siciliano: “Io ‘un mi scantu di vuatri, puru si vuatri fussivu ‘u duppiu, picchì sugnu sicuru ca prima ca moru mi n’e purtari appresso na para e ‘u primo si’ propriu tu”. Poi con aria bonaria da sacerdote nel momento della predica: “Ma dimmi ‘na cosa, Paluzzu, si ‘sta fimmina fussi to’ zia, to’ nonna o to’ matri, TU M’AVISSI ‘A VANTARE A NON CONTRASTARE. E poi dimmi ri unni si’?”. E l’altro spavaldamente disse: “R’u Buurgu”. Allora continuai: “Ti ricu ‘na cuosa, ca si scinno m’aviti ammazzari, picchì sinnò viegnu o’ Burgu comu ricu iu e poi viremu”. Questa reazione spiazzò il mio interlocutore. Lui era il capo. Quello che pensava per tutti. Quello che dava il via all’inizio della guerra. Ma sicuramente si pose una domanda: “Ma cu è chistu? Contro cu mi staiu mittennu? Pisci grosso mancia pisci nicu, ma mai pisci grossu”. Capita l’esitazione continuai: “‘Un pozzo scinniri n’o parco, prima aiu ‘a fare arrivare ‘dda picciuttedda ‘nPalermu e poi n’a putemu discurriri comu vulemo, vi darò completa soddisfazione”. Paluzzu guardò, non era un cretino, troppi testimoni, e accettò il patto con un movimento di testa. Poi fece cenno ai compari con il dito di accerchiarmi e di bloccarmi. Mi sentivo intrappolato, guardai Maria e feci capire con gesti delle mani che la prossima fermata dovevamo scendere a piazza Croci e che lei avrebbe dovuto andarsene di fretta. Ero rassegnato. Arrivati alla piazza un gran numero di passeggeri scese dall’autobus, così Maria che invece di allontanarsi si spostò una decina di metri sia per cercare aiuto che per vedere quello che stava per accadere. Gli energumeni mi spinsero da dietro e l’ultimo rimase Paluzzu, ma quando questo stava quasi per scendere disse ai suoi compari: “Piccio’…acchianati, scinnemo all’avutra, ca c’è ‘a tavierna”. Sull’asse delle bussole dell’autobus ancora aperte, allungai il mio braccio in segno non di pace ma di rispetto nei riguardi, come dire, in un pari grado, per rendere più veritiero il mio bluff. Lui alla stessa maniera rispose con la sua mano sudata come la mia del resto, e mi disse: “Quacchi autra vota n’a riscurremu miegghiu, roppu tuttu ‘stu cauro e ‘stu fumu aiu troppa siti”. Appena partì l’autobus Maria si butto al mio collo, felice. Io intontito, freddo e sudato al caldo di un pomeriggio d’estate dissi: “Che bella giornata e che culo!”.

    P.s.: una storia vera liberamente tratta da un racconto di un mio amico.

    Ospiti
  • 10 commenti a “Fumo”

    1. Ammirevole il coraggio e l’iniziativa del giovane di fronte a questa situazione. Deplorevole invece l’atteggiamento di coloro che si son dileguati senza sostenere il giovane che alla fine si ritrovò da solo a fronteggiare quegli energumeni.

    2. complimenti per la storia e per il modo in cui l’ha raccontata

    3. che culo!

    4. E’ stato fortunato, poteva finire davvero male! Quello che mi colpisce però, è la solita indifferenza ed omertà, nessuno interviene, nessuno cerca di evitare una tragedia annunciata.

    5. ed era il 77? wow, che coraggio!

    6. complimenti al coraggio di questo Anonimo Palermitano

    7. La fortuna aiuta sempre gli audaci!!

      …e quanto si tratta di tutelere i nostri diritti dovremmo essere tutti più audaci!
      Anche se non è facile.

    8. Bah…a me sembra davvero patetica!! Una storielluccia noiosa,banale e che di reale non ha nulla neanche nel 1977…per il resto questo saluto che viene dato alla fine di rispetto (per un maiale del genere) che per parigrado non ti avrà mai preso ( perchè la gente della strada ha un sesto senso e capisce subito che stavi bluffando …te o il tuo amico protagonista ) è davvero la ciliegina in questa mal riuscita torta…

    9. @pipino
      la mia unica soddisfazione è che hai letto la storia e sono contento che non ti è piaciuta perché il mondo è bello quando ci sono persone che la pensano diversamente da te, la storia mi è stata raccontata e penso che al 99,9999 periodico è vera, poi il titolo completo era:
      FUMO
      una storia di ordinaria indifferenza e vigliaccheria palermitana
      questo perché con questa storia, forse banale, ho cercato di evidenziare questi cattivi aspetti della mentalità palermitana che nei secoli sono rimasti immutati
      cordialmente
      salvatore.

    10. Penso che questa scenetta di terrore puro l’abbiamo passata in molti come una specie di comunione con la città!!

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