lunedì 20 nov
  • A Norman Zarcone…no, a noi

    Questo post comincia con una ricerca. Ho cercato “Norman Zarcone” sul sito di Rosalio.it grazie alla funzione “ricerca avanzata” e ho trovato il suo nome soltanto nei commenti. Perché il blog che adoro non ne ha parlato?
    Premessa: io odio la retorica della lacrima isterica da C’è posta per te imperante in certa stampa. Dunque, ho pensato, la scelta del silenzio è magari dovuta a questo, al non voler cavalcare l’onda della tragedia ricamandoci sopra banalità. Cosa assolutamente ammirabile. Il secondo pensiero è stato, invece, riferito agli autori: può darsi che nessuno di loro abbia riflettuto più di tanto su questo episodio. Forse perché è stato considerato da più parti un gesto individuale. Cosa che è, certamente. Ma credo che non sia un gesto isolabile, bensì un pesante segnale collettivo.
    In verità, siamo tutti così indaffarati a non fare la fine di Norman da non poterci fermare nemmeno un minuto a ricordare, commentare, spiegare. Stavolta che sia accaduto a Palermo non fa nemmeno la differenza. Perché, almeno in questo, la nostra città è uguale alle altre. Fa impressione vedere il luogo dell’accaduto macchiato di sangue ma, mi dicono, anche la Facoltà di Lettere e l’intero Ateneo si sono chiusi nel silenzio.
    Lontano dalle statistiche e dagli studi di durkheniana memoria sul suicidio, credo che la vita di Norman – quella che lui aveva – sia la vita di tutti noi. Dottorandi e non. La mia cucina – una cucina di dottorandi – è piena di incertezza sul futuro. La sera, dopo l’ultima briciola di pane, spesso ci si interroga su un domani, considerandolo lontano ma nemmeno poi così tanto. Ipotizzando di viaggi in terre straniere, di collaborazioni gratuite, di futuro sbattimento.
    Perché Norman si è ucciso? Semplice: perché più fragile, più fragile di tutti noi che la mattina ci alziamo convinti di poter cambiare il mondo. O quanto meno di cambiare pian piano la nostra piccola realtà di appartenenza anche in un mondo – quello universitario – che io considero più democratico di tanti altri. Perché, tutto sommato, con tanto impegno e sacrificio magari riesci a vincerlo anche tu quel dottorato – provando e riprovando e riprovando. Tu, che se cerchi il posto fisso solo la raccomandazione ti può salvare. Il resto è funambolismo puro: sempre in equilibrio tra le entrate e le uscite, i contratti a progetto, i lavori in nero, il servizio civile nazionale come ammortizzatore sociale, qualche part time, qualche stage retribuito. Prendiamo, a titolo esemplificativo, la situazione del giornalismo italiano: due anni di contributi versati di tue tasche, nemmeno un euro di guadagno e centinaia spesi per scrivere gli articoli. E poi? Un pezzo di carta che serve solo all’Ordine per far cassa. Un bell’articolo di Mario Gamba (Precari no, gratuiti) sul numero di alfabeta2 di questo mese inquadra il problema, sintetizzandolo con sagacia: «Se il lavoro è immateriale anche il salario deve essere immateriale. Siamo l’avanguardia e non ce ne eravamo accorti».
    Qualcuno – anch’io talvolta – pensa sia il prezzo da pagare per far quello che ci piace e per averlo erroneamente interpretato come un diritto. Altri danno la colpa alle generazioni precedenti, c’è chi se la prende con il famoso ’68 e tutta la sua generazione che ha mandato in malora lo Stato. Lontano dalle analisi sul fenomeno, io, stavolta, voto per la tirannia delle piccole decisioni. Non importa sapere a chi devo dare la colpa se domani non avrò la previdenza sociale o forse nemmeno un impiego, l’obiettivo deve essere riuscire a garantirmi condizioni minime di lavoro e sicurezza. Proposte?

    Ospiti
  • 37 commenti a “A Norman Zarcone…no, a noi”

    1. Il gesto di Norman purtroppo è il tragico epilogo di una vita che condensa la condizione di disagio in cui viviamo noi giovani a Palermo, in Sicilia, in Italia. Ogni cento giovani che fanno la fame, c’è un vecchio politico o un mafioso (spesso la differenza è sottile) che mangia per tutti loro e pensa a sistemare lui, la sua famiglia e i suoi amici per le generazioni a venire. La fine di Norman l’avrebbero dovuta fare tutti questi mister X (ma neanche tanto) che stanno nella stanza dei bottoni, a fottersi migliaia di euro di stipendio per non fare assolutamente nulla. Asciugano le risorse di questo paese, come parassiti vivono aggrappati al capezzolo dello Stato, qui dove politica vuole dire “amministrazione della cosa di pochi”, una porta d’accesso al mondo di quelli che “contano” e non uno strumento per garantirci un futuro. Il futuro non esiste signori, il futuro ce lo hanno sgretolato sotto i piedi. Questo paese è talmente disastrato che i politici stessi ormai non parlano più di nulla, si limitano ai soliti teatrini e alle solite pagliacciate. Norman sono io, Norman è l’autrice di questo articolo, Norman siamo tutti noi, persino quelli che questa gente continuano a votarla nonostante tutto. Al posto suo non sarei arrivato a un gesto così estremo. Meglio andare via…questo posto non si merita gente come Norman, non si merita un futuro; perché se è vero che da una parte c’è la tirannia, è anche vero che dall’altra ci stanno i complici muti che assistono passivi allo scempio che si consuma dinnanzi a loro. L’Italia che vale è già all’estero, a parte qualche folle Don Chisciotte come i militanti di questo e tanti altri blog e associazioni, che continuano imperterriti una lotta contro i mulini a vento, ben consapevoli che non può essere vinta. Siamo troppo pochi e non ci è data la possibilità di difenderci ad armi pari…ma cos’altro possiamo fare?

    2. Si era tutti impegnati a commentare la visita del Papa

    3. Caro Norman, ti scrivo
      di CLAUDIO ZARCONE Stavo scrivendo in questi giorni il mio ultimo libro di riflessioni sulla vita. Scrivevo che dio si manifestava in me attraverso i miei due figli, autentica luce dei miei occhi.
      Dicevo anche che per me dio suonava il basso elettrico, lo stesso strumento che suonavo io da giovane.
      Con la morte di Norman ho capito che dio ha le corde del basso scordate, farebbe bene ad accordarle per evitare altro dolore ad altri padri di famiglia.
      Norman viveva per la filosofia e per la musica, non era un depresso o un fragile come magari qualcuno vorrebbe farlo passare (che idiozia): egli aveva, semmai, una dimensione civile ed eroica della vita.
      Norman ha avuto due “attributi” grossi così. Ci vogliono “attributi”, infatti, per vivere e morire come ha fatto mio figlio, io non ci riuscirei. Ci vogliono coglioni per immolarsi per una causa, che esula dalle aspirazioni individuali e che invece riverbera una condizione collettiva. Tu non volevi guadagnare stipendi esorbitanti o diventare a tua volta un barone universitario – me lo dicevi sempre – tu volevi dedicarti agli altri nel nome della filosofia e della verità, per 1200euro al mese.
      Lo studio, la lode, la filosofia come faro per orientarsi nella vita, la musica per esprimere i segnali che provenivano dal tuo profondo, a differenza di altri che – la scoperta è di questi giorni ad Economia a Palermo – si facevano caricare degli esami mai sostenuti, da alcuni amici che lavoravano nelle segreterie dell’università. Tutto l’opposto. Norman studiava otto ore al giorno, anche nove, dieci, non era un bamboccione e per guadagnarsi qualche spicciolo faceva anche il bagnino, a venti euro al giorno, per dodici ore al giorno. Ultimamente si portava dietro, approfittando della mezz’ora di pausa, “La costruzione logica del mondo” di Rudolf Carnap (la sua tesi di dottorato era infatti sul rapporto fra linguaggio ed epistemologia). Trovava sempre il tempo di studiare perché lo studio per lui non era un obbligo, una fatica, una rottura, ma era la sua dimensione esistenziale, insieme alla musica (e negli ultimi anni anche il giornalismo d’inchiesta). Faceva il bagnino per apprendere “l’etica del lavoro”. Questo mi diceva.
      Gli amici lo chiamavano “Zuzzurellone”, a dimostrazione che Norman fosse un giovane  scherzoso, innamorato della vita, non un depresso o giù di lì. Pieno di vita, capace, lo ha definito il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Vittorio Corradino, quando mi ha consegnato la tessera del collega Norman.
      La sua morte – e lui lo aveva confidato agli amici – voleva essere un gesto eclatante, un messaggio indirizzato alle baronie universitarie che avvelenano in cervelli più puri e veri, come quello di Norman, il quale in questi giorni aveva composto la colonna sonora di un documentario filmato da un giovane regista.
      L’enigma del mago. Un paio di giorni prima di morire Norman aveva mandato questo sms ai suoi amici, tutti, contenente un enigma: “Un mago, il quale che non sbaglia mai le sue previsioni, prevede durante un sogno la sua morte, che sarà per impiccagione. Il giorno seguente il re decide di eliminare dal regno ogni forma di pena di morte, però tranne quella per impiccagione. A tal punto, il mago, preoccupato, escogita un piano per cercare di salvarsi. Va dal re e preannuncia che, se non eliminerà ogni pena di morte, compresa quella per impiccagione, lui, cioè il re stesso, morirà impiccato: questa la sua visione. Il re intimorito elimina tutte le pene di morte. Il mago sarà finalmente salvo oppure sarà vittima del corso di eventi che ha appena costruito e determinato?”.
      Norman ha poi spiegato ai suoi amici sbigottiti questo: “Ognuno è artefice del proprio destino». Questa la sua grande, ultima lezione di filosofia. Norman era la razionalità filosofica e la genialità dionisiaca della musica.
      Il mio povero e geniale figlio, che con lui si è portato dietro il mio spirito, la mia religiosità dai mille volti, la mia vita in breve, è stato paragonato a Jan Palach, il giovane cecoslovacco che si diede fuoco a piazza S. Venceslao, a Praga, per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici nel 1968.
      Norman come Jan, dunque. Un eroe che ha sacrificato se  stesso per denunciare un sistema baronale che avvelena le coscienze e mortifica le aspirazioni dei più studiosi. “Sangue mio” sei morto da eroe, per non prostituire la tua coscienza e per evitare che altri lo facciano.
      Sei morto per riaffermare forte il tuo diritto alla libertà e all’indipendenza intellettuale, cose, queste, che ti avevano negato le solite, ormai troppo note, baronie universitarie che ti avevano isolato come un corpo estraneo, quantunque possa magari opinare il barone di turno o il suo servo prediletto (ve ne sono tanti, forse troppi).
      Tu sei morto ed io sono morto con te “Zuzzurellone mio”, e forse la colpa è mia che ti avevo educato alla filosofia e ai valori di legalità nei nomi di Falcone e Borsellino. Io che ti avevo insegnato il giornalismo d’inchiesta e che tu volevi praticare, tra le altre cose, in un quartiere difficile come Brancaccio.
      Ricordi, Norman? In questi giorni avevamo scritto insieme una canzone dedicata a Falcone e Borsellino, avremmo dovuto inciderla a giorni, ma hai preferito anticipare tutto: la tua vita, la mia vita, quelle di tua madre e tuo fratello che vedo spegnersi ogni minuto che passa.
      Ti hanno tolto il futuro, figlio mio, luce dei miei occhi. Occhi, i miei, che ormai non vedono più. Solo buio.
      La domenica, il mercoledì di Champions, come vedremo con tuo fratello le partite dell‘Inter?
      Tu hai scritto che “la libertà di pensare è anche la libertà di morire, che equivale poi a vivere”.
      Amavi troppo questo mondo, con tutte le sue imperfezioni, ma hai voluto dare un segno fortissimo – troppo forte vita mia benedetta – per dire il tuo “no” alle prevaricazioni e all’assenza di merito.
      Non lo dovevi fare, eri troppo bravo e ti dicevo sempre che alla fine i bravi emergono.
      Ma non mi hai creduto, come avviene spesso che i figli non credano ai genitori.
      Ti vogliono intitolare un’aula della tua università: rimarrai famoso a vita, e gli studenti che entreranno in quell’aula a tuo nome si ricorderanno di chi è stato Norman Zarcone. Si ricorderanno dei tuoi coglioni grossi così.
      Purtroppo in Italia, i riconoscimenti devono essere sempre postumi, come postumo sei diventato tu.
      Ed io, ora che faccio?

    4. Oi Norman, scusa il cinismo e la franchezza, io non mi sono suicidato. Ho una laurea faticata alle spalle, centodieci e lode. Ho un dottorato di ricerca ottenuto senza dover dir grazie a nessuno, conclusosi nel 1995 qui a Palermo. Ho fatto la mia gavetta da “coso” universitario (contrattista, borsista, cosista?) fino al 2004, facendo lavori part time in almeno tre sedi universitarie: spese tante, fatica altrettanto e rimborsi dopo diversi anni. In quel periodo ho avuto una figlia. Aggiungi, quindi la gioia e i sacrifici. Ho partecipato anche a concorsi di vario genere (scuola pubblica, posti regionali, etc) e per il solo fatto di aver mantenuto la mia autonomia intellettuale e/o il rispetto per le persone con cui, e per cui, ho lavorato in quegli anni, il mio posto “ereditario”, quello che mi spettava per “anzianità” di presenza all’interno di una struttura, lo hanno sempre dato ad altri. Norman, dovunque tu sia, la morte è una brutta faccenda e io non ho gli strumenti per affrontarla. Dinanzi alle delusioni “professionali”, ho rimosso gli accadimenti e sono andato avanti. La mia famiglia mi ha lasciato libero di scegliere, e io ho fatto le scelte “possibili” e plausibili rispetto alle esigenze di quel momento. Ho anche fatto il “ragazzo” della reception in un albergo. Ho aperto una casa editrice, che è rimasta piccola ma ha prodotto tante cose interessanti. Ora, che ti devo dire, insegno Arte in un Liceo Psicopedagogico. Il mio amore per la ricerca lo coltivo in privato, la mia determinazione a far crescere i ragazzi che incontro la prendo dalla parte bella delle cose che negli anni vissuti da precario universitario sono riuscito a cogliere. Si incontra un sacco di gente, si leggono tanti libri, si viaggia, si scrive tanto (e molto di quel tanto non vedrà mai la luce) e ci si attende un futuro differente da quello che appare dinanzi. Il futuro non è diverso, è ignoto. Lo si può immaginare, o ce lo si può plasmare addosso. Certo, ci vogliono gli amici (con cui sfogarsi, lamentarsi, chiacchierare), ci vuole una famiglia (contro cui sbattere la testa, da affrontare e da amare) e ci vuole la sagacia giusta per decidere di rimanere in trincea o di cercare altri fronti su cui combattere. Mi spiace per quello che hai voluto far accadere, ma non è lì che si compie un percorso, non secondo me. La tua scelta di cadere sarà una eco in testa a quei docenti, posto che abbiano una testa, che ti hanno rifiutato o ti hanno scoraggiato. Ma davanti alla grettezza degli interlocutori o del luogo di lavoro, ché di questo si tratta, vanno cambiati gli interlocutori, o va cambiato il luogo di lavoro, o tutt’e due le cose. Palermo non è la Sicilia, non è l’Italia, non è l’Europa o il mondo. La prossima volta, Norman, vola altrove.

    5. :http://www.gds.it/gds/sezioni/cronache/dettaglio/articolo/gdsid/126842/- PALERMO. “La libertà di pensare e anche la libertà di morire. Mi attende una nuova scoperta anche se non potrò commentarla…….

      Il mio pensiero

      Non penso che nessuno abbia il diritto di suicidarsi, anche se non trova lavoro. Il fatto di essere vivi e di esistere già è una conquista, una conquista della vita, dei genitori che ci hanno cresciuto dei nostri amici e dei nostri parenti che ci accompagnano nel nostro percorso di vita.
      Secondo me questo giovane siciliano è vittima delle illusioni di cui si è nutrito: di un sistema sociale fondato, solo in apparenza, sulla meritocrazia, quando invece tutti sanno che è fondato sulle raccomandazioni e l’associazionismo a scopo di fregare gli altri, specialmente qui al sud. Ma torno a ripetere che secondo me non c’è giustificazione alcuna per togliersi la vita. Lui alcune alternative al suo folle gesto li aveva: abbandonare la Sicilia per continuare il suo percorso nell’università oppure adattarsi a qualsiasi cosa avesse trovato qui in termini lavorativi. Sicuramente chi era vicino a Norman non ha capito lo stato d’animo in cui si trovava, ovvero Lui l’ha saputo celare benissimo il suo stato d’animo, la risposta sicuramente non la troveremo mai. Io non lo conoscevo, ma questi miei pensieri sono stati scritti sia per trovare un senso ad un folle gesto, se questo si può trovare, forse con il suo gesto ha voluto dare una lezione a qualcuno, non so chi, sbagliando naturalmente……. e perché spero che nessuno fra i giovani siciliani che hanno gli stessi tipi di problemi pensi ad una cosa folle come il suicidio.
      Secondo me l’importante è SOPRAVVIVERE nella speranza di un futuro migliore che forse però non arriverà mai, o arriverà,ma ormai saremo troppo vecchi per poterne godere. Allora si potrebbe dire: “ se non arriverà mai, perché dobbiamo vivere una vita di stenti?”. Un motivo potrebbe essere potrebbe essere che noi siamo coloro che portano i geni dei nostri genitori e che trasmetteremo hai nostri figli, si i nostri figli. Qui la cosa si complica. Ma come fa un giovane senza lavoro a mettere su famiglia? Semplice buttando per aria tutto ciò che ha imparato fino ad oggi: non è detto che in assenza di lavoro tutti debbano lavorare per forza, magari lo si potrebbe fare in maniera gratuita e saltuaria per tenersi esercitati e pronti in caso di un futuro lavoro; non è detto che per avere una famigliari si debba avere una casa propria o un lavoro, basta una stanza con i servizi in comune magari con i propri genitori e una pensione; non è necessario avere una macchina, non è necessario avere un telefonino e tutte le cavolate che ci propongono giornalmente per vivere. Sicuramente per sopravvivere basta un po’ di cibo e un tetto per coprirsi. E’ solo un problema di scelta: chi rimane in Sicilia si deve adattare a questo altrimenti un bel biglietto low-cost di sola andata per chissà dove. Un’altra alternativa potrebbe essere quella di ricominciare a fare i lavori manuali e più umili che nessuno siciliano vuole fare più, magari anche con una bella laurea in tasca completa di master e tutto il resto. L’importante è vivere e far vivere i nostri geni, perché, noi non siamo i possessori del nostro corpo, ma apparteniamo all’umanità, sicuramente noi siamo i custodi del nostro corpo.
      p.s. Questo mio pensiero sarà disfattista e distopico, ma la realtà purtroppo è questa e chi governa, NON GOVERNA, sicuramente oggi non è in grado di dare delle risposte adeguante alle esigenze quotidiane dei giovani siciliani, il nostro futuro. Naturalmente qualcuno di questi giovani potrebbe iniziare un percorso diverso da quelli prospettati sopra, potrebbe cominciare a protestare, spero civilmente e democraticamente per far valere il proprio diritto a vivere nella propria terra, nel qual caso avrebbe tutto il mio appoggio morale, oppure convertirsi quell’associazionismo deviato di cui parlavo sopra, non sarebbe da biasimare, lo avrebbe fatto per sopravvivere, lo fanno in molti, però dovrebbe rispondere alla propria coscienza di uomo: fare il male che ha ricevuto dal sistema a propri simili pur di sopravvivere. E’ solo un fatto di morale.

    6. Ciao Norman.
      Probabilmente ci siamo incrociati qualche mattina al chioschetto davanti alla tua facoltà.
      Solo che venivamo da direzioni diverse. Io laureato in ingegneria e alle prese con il dottorato (finito l’anno scorso), con il prof che mi dice: “posti non ce ne sono, ma in attesa di un bando rimani a lavorare (gratis, s’intende) qui, rimaniamo in contatto”…
      Io penso: già, rimaniamo in contatto, tanto le bollette e il mutuo non lo devi pagare tu. Perchè, si, in effetti, durante il mio dottorato, ho anche avuto l’idea di sposarmi e mettere su casa. E così, il giorno dopo la chiusura del ciclo di dottorato, ho guardato in giro senza rimpianti.
      Adesso lavoro (in due studi, uno al mattino e uno al pomeriggio) mi sono comprato un’auto (usata, eh?) e riesco ancora a guardarmi negli occhi al mattino, quando mi rado davanti allo specchio.
      Vedi Norman, non so se ci siano stati altri motivi, magari più “personali” a scatenare il tuo gesto estremo. So soltanto che in questa maniera l’unica persona che ci ha rimesso sei tu (oltre ai tuoi familiari, s’intende). Perchè “quelli”, ai quali basta la firma su un articolo scritto da “noi” per dimostrare di fare ricerca, quelli a cui la Gelmini non tocca il portafoglio se non nei finanziamenti per la ricerca (ma lo stipendio continuano a darglielo lo stesso, mica come noi che siamo “morti di fame” con la data di scadenza impressa a fuoco) continueranno a fare i loro porci comodi, nonostante le commissioni di valutazione della didattica, le pagelle degli studenti, i descrittori di Dublino, le convenzioni di Bologna e compagnia bella.
      E adesso vorrei dire questo a tutti quelli che magari pensano che un giorno o l’altro potrebbero imitarti. Me lo permetti vero? Mi dispiace solo che per te sono un po’ in ritardo…
      Alla prima avvisaglia di “adesso non ci sono fondi, ma tra un annetto, se rimani…” sorridete, dite “no, grazie” a voce alta e scappate. Da qualche parte c’è un altro posto che vi aspetta.

    7. Non conoscevo questa tragedia. Ho almeno la consolazione che il nostro lavoro in alfabeta2 serva a qualcosa.

    8. Pur rispettando il dolore dei familiari e degli amici non condivido la sua “scelta” e penso che non possa né debba diventare un punto di riferimento.

    9. Leggo i commenti che mi precedono e ciò che dipingono, chi in un modo chi nell’altro, è un panorama desolato e senza futuro, incentrato su nessuna certezza di stabilità, nemmeno minima.
      E traspare la crescente insofferenza dei neo-dottorati-disoccupati nei confronti di chi invece continua a pascersi nei privilegi della propria posizione, dall’alto della quale si permette il lusso di poter consigliare di lavorare gratis a tempo indefinito.
      Non so se Norman abbia fatto bene o meno a suicidarsi ma le prospettive dipinte da chi invece gli dice che ha fatto male non è che siano poi così profuse di speranza.
      “Non avresti dovuto farlo, potevi sempre tirare a campare come facciamo noi, oppure andartene a cercare un’altra vita da qualche altra parte.” Se fossi depresso e con tendenze suicide, di sicuro queste argomentazioni non mi avrebbero convinto a desistere.

    10. Guardatevi questo video http://www.youtube.com/watch?v=zrSUtSZqkfU sulle proposte per questa generazione ho già scritto.

    11. Ho letto solo qualche articolo, ma ho capito tutto. Mi sembra folle che un ragazzo si sia tolto la vita, ma posso capire la disperazione.
      PEr un anno ho faato 1 ora e mezza di macchina per andare a frequentare in un ospedale nelláttesa di un concorso. Mi svegliavo alle 5 perche’il Prof comincia alle 7 20 (in un’altra regione da quela dove vivo). Arrivavo li e non mi faceva nenache fare niente ( premetto che gia’allora avevo piu’di 500 interventi chirurgici alláttivo). Mi lasciava guradare un monitor. O fare quello ceh nel posto dove sono ora fanno gli infermieri ( con tutto il rispetto si intende, ma nsono un medico).
      Mi diceva ora arriva il concorso, ora arriva. Era l áprile 2009. Ancora non e’arrivato nulla. Sono alléstero da 6 mesi. Guadagno il doppio di lui ( forse di piu’).
      Ma trovo che non sia giusto, perche’mi manca la mia casa. e La mia famiglia.
      Quando arrivavo la mttina la, in preda alla piu’grande frustrazione, in macchina mi capitava di singhiozzare dalla rabbia. E non sono uno studentello. Capisco il gesto di chi e’senza speranza, o crede di esserlo. La verita’e’che bisogna ringraziare tutti i giorni per il semplice fatto di essere vivi. Prima o poi qualcosa succede. Non bisogna mai smettere di combattere.

    12. Pur comprendendo il dolore del Sig. Zarcone e dei suoi familairi, credo che i veri eroi siano coloro che malgrado le sconfitte di ogni giorno trovano ancora la forza di tentare, di andare avanti, di vivere.

    13. Se sei disposto a morire per i tuoi ideali meriti il massimo rispetto. So che questo gesto smuoverà le coscienze di molti. Altrimenti sarà inutile.

      RIP.

    14. Grande solidarietà alla tua famiglia Norman.
      Siamo un po’ tutti Norman ma tu sei il più coraggioso. Buon viaggio

    15. Morire per le proprie idee, non è da tutti.
      Ma purtroppo i frutti del sacrificio li godranno altri.
      Dopo la borsa di studio intitolata a Norman Zarcone che l’Ordine dei giornalisti elargirà per aiutare un giovane a diventare giornalista, ecco un’altra ntizia dal web.

      On. Marrocco: “Una fondazione in nome di Zarcone, morto per i favoritismi dell’Università”
      Pubblicato: Set 20, 2010

      L’intitolazione di una Fondazione alla memoria di Norman Zarcone, il giovane dotto-rando di 27 anni che ha preferito suicidarsi, lanciandosi dal settimo piano della Facoltà di Lettere a Palermo, piuttosto che andare incontro ad un futuro, dal punto di vista lavorativo, “impossibile”, senza alcuna prospettiva.

      E’ quanto chiede l’On. Livio Marrocco, deputato regionale e vicepresidente della Com-missione Antimafia all’Ars, che ha avanzato la proposta al Presidente della Regione Raf-faele Lombardo ed al Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Francesco Cascio, peraltro entrambi presenti al presidio organizzato, in memoria di Norman Zarcone, proprio nella facoltà di Lettere.

      Chiedo al Presidente della Regione, Raffaele Lombardo e al Presidente dell’Ars, Francesco Cascio – sono le parole dell’On. Livio Marrocco – che venga intitolata una Fondazione alla memoria di Norman Zarcone, il brillante dottorando di ricerca suicidatosi per protesta (come afferma il padre) contro un certo sistema di favoritismi. D’altronde da più parti si è convenuto che l’Università non è immune da sacche di favoritismi e clientele. La Fondazione dovrebbe favorire iniziative volte alla filosofia, alla musica (Zarcone era anche musicista), alle lettere, alle arti, al mondo dei giovani e delle università”.

      Alla lettera di richiesta indirizzata ai Presidenti della Regione e dell’Ars l’On. Marrocco ha anche allegato il file dell’ultima colonna sonora composta da Norman Zarcone insie-me al suo amico Gabriele, per un cortometraggio. Infine l’On. Marrocco ha assicurato che “affronterà la questione anche con altri colleghi deputati e in un dibattito d’Aula”.

      Come vedete anche questa società ha bisogno dei martiri. per quanto ancora???

    16. Con il massimo rispetto e considerazione per il dolore della famiglia Zarcone, io non voglio vedere nel gesto di Norman l’atto di un eroe: negarsi la vita e negarsi agli altri, a chi ci ama, a chi ci sta vicino non può essere un gesto da esaltare o da considerare eroico. E’ eroe chi non teme la morte ma non chi la cerca, chi lotta ogni giorno, non chi abbandona il campo. La vita stessa se vissuta nell’onestà, nel coraggio, nell’intelligenza, nella generosità è di per sè il gesto di protesta più alto che possa giungere a chi questi valori tradisce e umilia. Credo sia importante riflettere sul gesto di Norma ma molto pericoloso esaltarlo.

    17. Tutti siamo Norman.
      Sul ciglio di un cornicione arrabbiati, frustati, determinati a vedere al di là del vuoto che è davanti, sul punto di affondare il nostro corpo nella vertigine come una lama che lacera le coscienze. Basta una folata di vento per scuoterci dal torpore per tornare pacati, rassegnati, piegati, ci scordiamo quella rabbia e non la trasformiamo in energia positiva; tiriamo indietro il piede, ritroviamo l’ineluttabile senso delle cose…ma sì la sua ordinaria, folle ingiustizia e riprendiamo la nostra strada come formiche di un formicaio senza regole.
      Nessuno è Norman.
      Un abbraccio forte al Papà di Norman le cui parole sono ormai lacrime sublimate sui tasti del mio portatile.

    18. Io non so se vi rendete conto bene…ma qui sembra che questo povero ragazzo, morto suicida, sembra quasi dover essere preso d’esempio. Tutti ne applaudono il gesto, dicono “siamo tutti Norman”…io sono letteralmente sbalordito. Da giornalista, prima di tutto. I miei colleghi forse si dimenticano che le loro parole, la loro esaltazione, potrebbe essere presi d’esempio da qualcuno, pronto sempre ad “emulare” il gesto per ricevere attenzione, anche postuma. Anche le parole del padre, che dice “omicidio di Stato” o “eroe moderno”…e nessuno dice niente, anzi tutti a dire “si, giusto, bene così, bravo”. Come se suicidarsi a 27 anni per mancanza di lavoro sia una cosa normale, quasi da fare. E per giunta giustifichiamo il gesto (parenti in primis) dicendo che va bene così perchè ha avuto il coraggio di farlo, magari per cambiare le cose. Io di fronte a tutte queste reazioni, e anche delle reazioni della città intera, rimango stupito. Capisco che tutti noi precari abbiamo avuto un brivido freddo, pensando “e magari un giorno chi lo sa cosa scatta nella mia testa”, ma qui si sta arrivando all’apologia del suicidio, alla giustificazione di un gesto allucinante. La vera cosa grave è questa, la cosa su cui si dovrebbe ragionare e sbalordire.

    19. Mi permetto di commentare il post a fine giornata, ho letto attentamente tutti i commenti. Un abbraccio va al papà di Norman che ha avuto il coraggio di commentare e di spiegare la scelta del figlio. Scelta difficile, disastrosa, dolorosa per tutta la sua famiglia che ha dovuto accettarla.
      Cionondimeno mi trovo d’accordo con coloro i quali non giustificano il togliersi la vita come un gesto esemplare. Non lo è e non è un gesto da imitare.
      La cosa che più mi fa male è che un ragazzo, un mio coetaneo, abbia pensato che togliersi la vita fosse l’unico gesto necessario per cambiare le cose.

    20. Bellissimo testo di Claudio Zarcone. Grazie per averlo pubblicato

    21. Io, a differenza di chi ha commentato il testo del Sign.Claudio Zarcone e l’accaduto, conoscevo Norman.
      Per quanto la mia razionalità m’impone di andare avanti e non accettare il gesto di Norman, dirò che è esattamente il contrario.
      E’ facile dire che ha preferito suicidarsi che non resistere,io per prima mi sono ripetuta questa frase mille volte gravandola del senso di vuoto che ti lascia una persona come lui, che ha fatto parte della mia vita per 12 anni,dirò di più, sembrerà la solita frase letta e riletta,ma io e lui non ci vedevamo tutti i giorni e per qualche periodo nemmeno ci siamo visti,ma rincontrarlo e condividere con lui le reciproche esperienze di vita dava un senso di Gioia.
      Il mio rapporto con lui era talmente nostro ed intimo che nemmeno la persona che mi sta accanto da anni ne aveva avuto il sentore e l’ha capito credo nel momento peggiore di questa fase d’amicizia.
      Non avendo continuato gli studi oltre la laurea triennale, l’esperienza di sbattere la faccia contro un sistema che non ti vuole l’ho vissuta prima di lui,quando capitò a lui ,l’accorgersi che anni di preparazione non ti davano in mano alcuna possibilità, io avevo trovato una soluzione di rassegnazione e cercavo di dirgli che la vita non finiva lì, che quella delusione doveva essere un nuovo punto di partenza e ne parlavamo per ore e si cercavano soluzioni.
      la notte prima avevamo parlato,lui non era uno che che si confidava, ma lo costrinsi, perchè lo vidi dimagrito eccessivamente, e nulla lasciava presagire certi intenti;ci siamo dati un forte abbraccio finale con un sorriso amaro, il solito davanti a certi argomenti, e davo per certo che che l’avrei rivisto sicuramente in settimana.
      Per me lui era lo scienziato pazzo della mia vita, mi accompaganava quest’idea dai tempi del liceo e mi ritornava sempre quando lo ricontravo nelle nostre serate, e quando l’Inter vinse i tre TITULI era al locale a gioirne costantemente anche a distanza di ore.
      Norman appartiene a quella categorie di persone che ognuno di noi sa di avere sempre,non dovevi cercarlo perchè era lì, non parlavi di lui e di quel che diceva perchè automaticamente diventavi possessivo di qualsiasi conversazione che avevi con lui, dalla più seria alla più bizzarra,mi chiamava “tavola da surf” dai tempi del liceo ed io “il mio scienziato pazzo”.
      Assistere da estranei a quel che succede nella nostra città, nella nostra nazione e via dicendo..ci dona il lusso di commentare con distacco, il pensiero è oggettivo e privo di emotività, ma vivere i nostri affetti più cari significa anche ritrovarsi anche a vivere certi drammi e a non avere capacità alcuna di distacco emotivo e,forse, sotto certi punti di vista, è meglio così..almeno parli di ciò che sai,nessuno può parlare di Norman se non lo conosce,non parla di lui,le frasi diventano sterili.
      Norman era una persona allegra, tutti sono rimasti sotto shock per l’accaduto, nessuno poteva attribuire un simile gesto a lui, e dirò di più: l’amore per lui come persona della mia vita mi ha costretto a non andare Giovedì davanti alla facoltà di Lettere perchè temevo, come poi è successo, una strafottenza del sistema,non sono disposta ad accettare, assolutamente, l’idea che gli conferiscano titoli accademici o aule intitolate alla sua memoria,la memoria è passato,non si può accettare la politica di fondo di ogni sistema di potere,dall’università in su, che uccide psicologicamente chi cerca di operare al meglio delle proprie capacità e, messi davanti ad una presa di posizione di quest’entità, cerchi di coprire il misfatto, operato per anni, con riconoscimenti vari.
      Norman sarà stato fragile,magari si era fissato con il ruolo del ricercatore ma chiedetevi: qual è la sua colpa?
      Quella di aspettarsi che i docenti , i colleghi gli dessero un ruoloche lo salutassero in corridoio?
      Di sicuro non era fallito, non è un fallito, e se l’indice di fallimento è determinato dalla volontà di riuscire con le proprie forze in un sistema corrotto beh…dovremmo cominciare a fallire tutti quanti per ripristinare l’ordine giusto delle cose,e non è un conferimento nè intitolare un’aula che coprirà le cose,perchè il segnale è stato deciso e forte,alle matricole che entreranno nella facoltà di lettere che diranno: lez tot in aula Zarcone?qualcuno dirà loro chi è?perchè è arrivato ad un gesto estremo?
      l’impegno di tutti è quello di raccontarlo alle nuove generazioni,a chi entrerà in una facoltà, la prima volta e penserà che quando uscirà avrà i suoi meriti e i suoi ruoli, dire che purtroppo il marcio risiede anche in un sistema che paghi per formarti!
      Non è stato mai nostro Norman, la sua libertà,insegnatagli dai suoi genitori,l’ha reso solo appartenente a se stesso!
      Sign Zarcone deve andarne fiero più che mai, nonostante il dolore vi spenga giorno per giorno,dovete parlare di lui..dovete farlo per sempre
      Il mio rispetto è per lei e sua moglie
      Erica

    22. un abbraccio al sig. zarcone. e uno sguardo in alto per norman.

    23. Grazie Ery per averlo raccontato questo mio nipote. No non era un fallito e neanche depresso. Amava la vita e faceva di tutto per il bene degli altri. Non c’è persona che possa lamentare di aver ricevuto un minimo sgarbo. Abbiamo passato qualche giorno al mare, lo scorso agosto. Era pieno di gioia e di idee. Parlava di storia e di filosofia, e lui era filosofia pura, così come parlava di fisica e di analisi matematica. Lo ascoltavo così come si ascolta un Maestro. Stava studiando per fare il giornalista e venerdì scorso ha superato l’esame da pubblicista. Presto sarebbe stato iscritto all’albo. La tessera di pubblicista è stata consegnata al padre. Ma non alla memoria, se l’era guadagnata. Un fallito, un depresso, uno che ha voglia di morire non supera un esame BRILLANTEMENTE. Aveva già collaborato con qualche testata. Il suo direttore lo riteneva nato per scrivere, per fare il giornalista. Gli avevano regalato la macchina fotografica e pensava di fotografare il degrado della sua Palermo. Era stato educato ai valori di Falcone e Borsellino. I suoi eroi che avevano sfidato la mafia e che per questo erano morti. Gli aveva dedicato una canzone e pensava di inciderla a giorni. Denunciava le mafie universitarie ma nessuno lo aiutava. Nemmeno gli studenti, troppo impauriti dai baroni (tantissimi al funerale, molti meno al sit in in facoltà). Ha pensato di sacrificarsi per gli altri. Ha scelto una morte orrenda. Lui che soffriva di vertigini. Non per se ma per gli altri. La mafia universitaria lo ha ucciso, emarginandolo, facendolo sentire un corpo estraneo, umiliandolo. Privandolo del futuro e dei suoi sogni. Non e’ morto per vigliaccheria. Avrebbe avuto tantissime possibilità di emergere. Se avesse vissuto all’estero oggi insegnerebbe in una ottima Università. Invece ha voluto morire. Nelle lettere che ci ha lasciato ha scritto: Esistono due libertà incondizionate la libertà di pensiero e la libertà di morire, che è la stessa di vivere. Perchè lui avrebbe voluto vivere facendo il docente. La sua vocazione era insegnare, non fare i soldi. Nessun lavoro da 10.000 euro al mese. Gli bastava poco. Ha seguito un sogno. Io vorrei non si fosse suicidato. Non doveva immolarsi come un moderno samurai. Meritava di più, e noi tutti perdiamo un vero talento. Chi non lo ha conosciuto e che oggi lo critica dovrebbe guardate in se stesso per cercare di ricordare quando ha rinunciato a lottare per i propri sogni ed ha iniziato ad adattarsi al sistema. Lui oggi stà continuando la ricerca, “vivendo” un esperienza che non potrà al momento raccontare. Un giorno mi spiegherà se aveva capito poco, molto o nulla.
      Allora, se ne avremo voglia, torneremo a parlare di storia e di filosofia.
      Per ora ha lasciato un segno. Ci ha fatto soffrire ed ha scosso le coscienze. Perchè non ci sia più bisogno di altro sacrificio. Non doveva farlo, anche se lo ha fatto per tutti quelli che credono ancora che i sogni si possono avverare.

      Ciao Norman, buon viaggio.

    24. Forse sono stato frainteso, le mie parole non erano certo volte ad incitare dei gesti estremi come quello di Norman: volevo puntare l’indice sul fatto che tutti veniamo calpestati e riusciamo ad indignarci e poi pieghiamo la testa e ci riaccodiamo senza trasformare in azioni propositive questa rabbia. Naturalmente non voglio dire che Norman ha fatto qualcosa di “bello” ma per lui evidentemente fare ciò che ha fatto equivaleva a fare qualcosa di eclatante e giusto, sicuramente da me non condiviso, che avrebbe avuto risonanza mediatica ed avrebbe portato a smuovere qualcosa, immagino che l’abbia fatto per chi rimaneva e dal suo punto di vista probabilmente era un gesto filantropico. Ripeto non condivido il gesto di Norman nè era mia intenzione esaltarlo e mi scuso se è passato questo messaggio. A tutti noi sta adesso non rendere vana nè far calare i riflettori sul messaggio che Norman voleva lanciare.

    25. Caro Vitruviano, non va esaltato il gesto. Vanno comprese le motivazioni e rimosse le cause e far si che non ci sia più necessità di gesti eclatanti. Io vorrei che fosse ancora con noi. Ma per favore non era ne un esaltato ne un depresso.
      E’ stata una libera scelta che non condivido. L’avrei voluto meno generoso. Spero selva a qualcosa

    26. Bravissima Ery.Sei stata fortunata a conoscere Norman. Condivido pienamente il tuo pensiero.

    27. Onestamente sono sbigottito ed indignato nel leggere i commenti a questo articolo. In troppi (e giuro questa volta non me lo aspettavo) a fare commenti superficiali, ignoranti. Criticare ed invocare una fantomatica morale.. MORALE! Come vi arrogate il diritto di criticare? Ci dovrebbe essere solo sgomento e tanta rabbia contro chi questo stato di cose lo perpetua giorno dopo giorno. E invece li a tirar stronzate contro chi ha fatto un gesto estremo, ma libero..
      Non sono avvezzo a questo genere di cose (scrivere nei blog intendo) ma il caso mi ha colpito molto. Buon cammino Norman.

    28. GRAZIE NICOLA

    29. forse scrivere di getto ciò che mi attraversava la mente mi ha impedito di chiarire un dettaglio: i riconoscimenti alla memoria li attribuisco alla politica che sta portando avanti l’università, non alla tessera del pubblicista, sapevo della nomina e l’avevo visto girare con la sua macchina fotografica,idem degli articoli…e gli dissi che era una cosa grandiosa,per quanto sia logorroica, al limite proprio, con lui stavo in silenzio perchè adoravo sentirlo parlare,ho anche 1 copia della sua tesi di laurea sulla teoria quantistica..
      ripeterò sempre che non era e non è un fallito, come lo ripetevo a lui,mi faceva sorridere questa cosa..lui un fallito..gli dicevo che mi sarei dovuta nascondere io per prima se fosse stata vera una cosa del genere, lo ripeterò perchè l’ambiente universitario ha costretto Norman a farne un pensiero suo,lo ripeterò perchè non era vero.
      non farò commetni sul gesto che ha fatto perchè non spetta a me e a nessuno, ognuno deve portare avanti la propria vita con le proprie idee, nessuno va imitato e nessuno va condannato, come finiva l’indovinello?
      “Ognuno è artefice del proprio destino”…

    30. Io conoscevo Norman da quando era piccolo e sn amica dei genitori.
      MI SPIACE KE MOLTE PERSONE PENSINO KE SIA STATO UN DEBOLE. nn è affatto così.
      il suo gesto, anke se nn giustificabile è stato un atto di protesta, ovviamente da nn prendere cm esempio, ma fatto da una persona del tutto lucida ed incazzata a causa delle istituzioni.
      il suo è stato, davvero un omicidio e nn suicidio.
      I colpevoli, sanno ke nn avranno pace ed io auguro loro di nn trovarne mai.
      hanno tolto a tutti i nostri giovani,la volgia di andare avanti.
      Ma spero di cuore, avendo io un figlio di 25 anni, ke tirino fuori i loro attributi x andare avanti , se il caso coi denti, ma ke nn scendano, mai a compromessi con nessuno.
      CIAO NORMAN

    31. “sempre molto forti le famiglie a palermo, come aveva avuto modo di accorgersi norman”…
      oggi repubblica dedica 2 pagine sulla parentopoli nelle università, facendo nomi e cognomi, aprendo con il ricordo di norman…

    32. Vi invito a essere rispettosi nei confronti degli altri commentatori. Grazie.

    33. Mah. Volendo il lavoro nella scuola si trova. Chiaro che bisogna essere disposti ad anni di precariato in scuolacce medie o professionali di periferia (ma anche i licei del centro sono abbastanza merdosi).

    34. Il mondo non cambierà mai perchè i Norman Zarcone sono troppo pochi… …sono sbigottito per le critiche…dovremmo solo riflettere su un gesto così estremo e capire che l’indifferenza spesso fa più male della morte stessa.
      Norman non era disposto a sopportare questo sistema e ha scelto un gesto di protesta estremo.
      Provo tanto dispiacere per Norman e invito tutti ad un momento ulteriore di riflessione.
      Signor Zarcone suo figlio resterà nella memoria di tutti…e il suo gesto di denuncia i ragazzi della mia età lo capiranno al 100%.
      Ovunque tu sia un abbraccio e un pensiero profondo da un tuo coetaneo…

    35. Non conoscevo Norman, ricordo sia pure lontanamente, il volto della sua mamma quando da ragazza essendo amica di mio fratello, qualche volta veniva a casa mia. Voglio dire ai genitori di Norman che sono anch’io vicina al loro grande ed infinito dolore. Vi abbraccio affettuosamente
      Nunzia D’Amico

    36. Ma chi l’ha detto che si è suicidato perché non trovava lavoro? Magari era solo stanco di vivere … La stessa cosa (più o meno) che si è fatta con Pavese … dopo il suo suicidio tutti dissero che l’aveva fatto per amore, perché casualmente poco tempo prima aveva ricevuto una delusione d’amore. Ma è davvero questo il motivo? Se io mi suicidassi domani direbbero che l’ho fatto perché non avevo sbocchi lavorativi, perché ero in ansia e disperata per il mio futuro (una specie di Norman Zarcone) … Nel biglietto che ha lasciato parla di morte e di vita non parla del lavoro precario, insomma mi spiego? questa di norman è diventata una vicenda di grande eco perché ha scelto l’università come luogo del suo gesto… Pensateci: se si fosse suicidato a casa sua, gli avrebbero dedicato un trafiletto sui giornali e poi tanti saluti. Infine, non abbiamo alcun diritto di criticare il suo gesto … ci vuole tanto coraggio nella vita sia se si sceglie di vivere che di morire.

    37. Scusate, ma per caso Norman era parente di Valentina Zarcone?

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