giovedì 17 ago
  • Pallavicino

    Io in questa città non ci sono nato e se proprio lo volete sapere all’inizio all’inizio vivevo nel rione falde in una grande villetta stile liberty coi tetti affrescati ed una gran confusione nel mese di maggio che il popolo della fiera faceva bordello dalla mattina alla sera.

    Ma i ricordi più vivi, quelli che ancora mi trafiggono l’anima, sono legati a Pallavicino ed alla casa di mia zia dove vedevo il sole sorgere dietro Monte Pellegrino e tramontare nel mezzo di altre due, qualche chilometro più in là verso Sferracavallo.

    Adesso, da lì, credo non si veda più il tramonto d’estate, la lingua verdeggiante che si incuneava verso il mare insinuandosi tra Pizzo Sella e Monte Inserra è chiazzata di cemento ed il sole tramonta tristemente dietro qualche palazzina che sarà a occhio e croce verso Cardillo.

    Quando vivevo alla fiera a Pallavicino ci andavo alle prime ore del mattino scendendo dal parco della Favorita; una leggera nebbiolina nascondeva alla vista il palazzone bianco e rosso ed era una cavalcata mozzafiato che ti portava fino alla piazza, e ti ritrovavi faccia a faccia con l’assonnato panellaro che se lo beccavi al bar Schillaci te lo raccontava che si era alzato alle cinque per bollire le patate, schiacciarle, metterci uova, formaggio, sale, pepe e prezzemolo e fare i cazzilli freschi freschi.

    Verso le nove le scuole erano già piene, e cominciava a riempirsi pure il bigliardo dove “’a Za ruosa” finiva di scopare la sala e se ti azzardavi ad entrare prima del tempo erano voci: «Scimunitu, ancora semu chiusi».

    Una spolverata a Phoenix, Pac-Man, Mexico 86, Asteroid, una sistemata ai flipper e il bigliardo cominciava a riempirsi; ricordo bene quella scodella piena di pezzi da cento lire, io gli portavo una banconota da cinquecento e mi potevo fare cinque partite, ma io ero bravo, cominciavo a giocare e non finivo più, a Phoenix facevo il trucchetto e solitamente erano 330.000 punti se non di più.

    Pollo si pigliava il caffè e poi s’arricampava «Picciuotti, si fati cunfusiuni v’assicutu».

    Bella la piazza, coi suoi personaggi caratteristici pareva e pare un presepe non vivente; l’aria si riempiva presto di tutti gli odori, bastava annusare poco oltre il naso e potevi immaginarti le cose: panelle infuocate, masciddaro bollito, pane di paese, caffè atturrato, cornetti caldi ed erano tutti li gli attori del presepe, ognuno a vendere la propria mercanzia.

    Sapone, ‘i boni vi canciu, ‘i boni vi canciu, ariegni e sardi salati ca sugnu, che bellu stu mirluzzu, vruocculi, finieru sternata, si pigghiò ‘a signora Margherita, nummaru centutrì, unu milli liri, rui rumila liri, quando mi cercate non mi trovate.

    Di pomeriggio si giocava a calcio alle scuole. Si scavalcava il cancello ed uno spiazzo enorme era a nostra disposizione, i più bravi si toccavano i compagni e le partite finivano quando ‘a za maricchia veniva a chiamare Totò: «Amunì ca scurò».

    Capitava pure di andare a giocare al malvagno e le sfide più infuocate si facevano contro quelli del Villaggio.

    Tra i pallavicinoti c’era una particolare forma di solidarietà, un’affinità che è difficile spiegare ma che credo dipendesse da motivi geografici.

    Già perché per un pallavicinoto originale uno che viveva al Giusino (qualche centinaio di metri sopra la piazza, sotto il ponte) era una specie di extracomunitario.

    Dove stai? Al giusino. Da supra? Come se stesse in trentino.
    Era la piazza il centro pulsante della vita di Pallavicino, “sutta l’arbuli” ci si viveva.

    Si faceva amicizia, si incuetavano le ragazze, ci si ubriacava, si giocava a carte, si pigliava il gelato, si parlava e si sparlava, si giocavano le bollette, si festeggiava il mundial e si piangevano i morti.

    Passano gli anni ma le facce sono sempre le stesse, solo più invecchiati, è tutta la vita che sono li, una sorta di Aspettando Godot live.

    Dalla piazza si dipanavano alcune strade; salendo andavi al Giusino come già detto, scendendo potevi andare in via Castelforte ed eri ancora pallavicinoto se vivevi prima del semaforo perché poi cominciava Partanna.

    Scendendo a sinistra c’era via Trapani Pescia ed eri sempre dei nostri ma non oltre un punto superato il quale tutto cambiava; se stavi ai palazzi Costagliola ancora ancora ma qualche metro più in la le cose cambiavano.

    Te lo sussurravano doce doce affinchè tu non potessi sentirlo; u zennista c’è, non uno dei nostri ma uno di la. E si, pure noi avevamo il nostro meridiano di Greenwich.

    Se venivi verso Palermo andavi a San Lorenzo, tutt’altra zona, ma girando a destra c‘era il Villaggio Ruffini così chiamato in onore del Cardinal Ruffini, passato alla storia per aver detto “La mafia non esiste” che lui si vede queste parti non le bazzicava mica, anche se il male oscuro è invisibile agli occhi e sguaina la sua arma più affilata; il silenzio.

    Il silenzio è tagliente quasi quanto una penna, metaforica s’intende che ora pure le penne sono digitali ed i ricordi anche se li scrivi su un blog per farli sopravvivere all’oblio della globalizzazione.

    Ogni tanto mi capita di passarci da Pallavicino, ancor più spesso la sogno, l’altra volta li ho visti, Giacomino, Benedetto e Franco che si cornutiavano come ai vecchi tempi, sospesi nel limbo dei ricordi come se il tempo non fosse mai passato.

    Ma il tempo è passato e da tempo la piazza non è più la stessa, le strade non portano più da nessuna parte, davanti le scuole non si gioca più a pallone che ora lo si fa solo a play station e nessuno sparla più nessuno perché nessuno conosce nessuno.

    Una zona vale l’altra, una fiumana di facce nuove vive nei palazzi costruiti tutto intorno; che ne sanno loro di tutto questo?

    Eppure questo è stato.

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  • 2 commenti a “Pallavicino”

    1. Scrive l’autore: “Io in questa città non ci sono nato e se proprio lo volete sapere..”
      Si accomodi, se e’ proprio necessario.

    2. Tutti questi post disfattisti che elogiano il passato e sviliscono il presente non fanno proprio bene alla nostra città…

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