mercoledì 7 dic
  • Miracle Mile

    Il problema è nella testa dei palermitani

    Il tema delle pedonalizzazioni delle vie commerciali continua a dividere i commercianti di Palermo tra fautori delle stesse e conservatori dello statu quo. Consapevole che a Palermo riusciamo più facilmente a produrre cattive pratiche che esempi virtuosi, vorrei contribuire al dibattito sviluppatosi su Rosalio raccontando un esempio virtuoso tratto da una città che vive di turismo (non ultimo crocieristico), ma anche di attività di servizi (non ultimi quelli finanziari), culturali, artistiche, sportive e di tanto, tanto commercio sia a livello di negozi di vicinato che di grandi centri commerciali, outlet, store Ikea, catena Whole Foods assieme a mercatini biologici del contadino: mi riferisco a Miami.

    Volete vedere come una via commerciale di Miami, nota come Miracle Mile e delle dimensioni di via R. Settimo – via Maqueda oppure di via Roma, promuove il commercio? Attraverso un’associazione privata senza fini di lucro ovvero un BID, Business Improvement District, promossa da commercianti e proprietari nonché gestita da un board di cinque commercianti, cinque proprietari, un rappresentante della Camera di Commercio, uno del Comune e un consulente residente (o dei residenti?). La mission è quella di rendere l’area un «desirable place to shop, dine, play, live and do business». Bello, ma come? Innanzitutto con le idee e le visioni che sostanziano un’autentica capacità programmatoria contemperando le esigenza dell’estetica, della mobilità, dell’inquinamento acustico, delle aree pedonali e dei parcheggi, della vita di chi ci vive e di chi ci lavora. Poi fornendo le informazioni essenziali per favorire le scelte d’investimento: dati demografici aggiornati sulla popolazione che ci vive o vi lavora divisi per etnia, età, sesso, livello di istruzione, reddito, attività professionale, valore delle abitazioni dei residenti, tempo che impiega chi vi lavora, ma non vi risiede, per raggiungere l’area, ecc. Si tratta di dati 2014 (!!!) che, teoricamente, potremmo ricevere anche noi da enti pubblici come la Camera di Commercio o l’Agenzia delle Entrate o dalla stessa Amministrazione comunale, ma tralascio i commenti sarcastici. L’investitore vuole sapere poi come si apre un’attività, quali permessi sono necessari, quali imposte vanno pagate e a chi, quali sono le categorie merceologiche già presenti con i link ai siti web e una descrizione dei vari negozi, quanto costa una locazione, quali location sono disponibili e a quale agente immobiliare o proprietario bisogna rivolgersi: sul sito vengono riportati nomi e numeri telefonici.

    Certo, anche il Comune mette la sua parte: assicura infatti l’ordine, il decoro, la pulizia, il traffico, i servizi primari con regole semplici e la massima serietà e coerenza nell’applicarle e nel pretenderne il rispetto. La burocrazia è collaborativa, da’ fiducia, ma non si fa prendere in giro: tu mi dici cosa intendi fare e come e io poi vengo a controllarti ed entro anche nel merito dell’estetica dell’esterno del negozio perché non deve abbrutire, ma semmai migliorare il contesto, secondo un circolo virtuoso. Downtown dove si trova Miracle Mile genera la metà delle entrate di Miami, una città di oltre 400.000 abitanti che diventano 5.400.00 nella grande area metropolitana, quanto tutta la Sicilia. Miami ha il sole e il mare, ma non tremila anni di storia e monumenti come Palermo che aggravano le responsabilità di chi ci vive e della sua classe dirigente.

    Quello che ho riportato è un esempio virtuoso su cui riflettere e per sottolineare l’idea che la sfida è quella di cambiare mentalità, oltre alla raccomandazione di aprire i link riportati (tutti in inglese) aggiungo quello ad un articolo splendido di un giovane commerciante, titolare di un negozio storico, Mario Dell’Oglio, oggi presidente dei buyer italiani, che secondo la migliore tradizione palermitana non ha dato luogo in città a nessun seguito di dibattito. Come diceva il genio? «Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit»: confermo!

    Palermo
  • 16 commenti a “Il problema è nella testa dei palermitani”

    1. Dev’essere saltato nel testo il link all’articolo di Mario Dell’Oglio che é questo: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/12/05/cosi-uninsegna-storica-puo-resistere-alla-crisi.html?ref=search

    2. Caro Donato,
      sarei felice che questo BID sorgesse per la nostra via Ruggero Settimo.
      Lo sarei altresi’ se Tu te ne potessi occupare in prima persona,consapevole delle tue qualita’.
      Ritienimi a Tua completa disposizione per qualsiasi iniziativa a tal fine mirata.

    3. Belli i BID! Polizia privata chr comanda negli spazi pubblici, selezione delle categorie di persone che possono entrare e azioni che si possono compiere! Si, facciamo del mondo un centro commerciale! Basta poveracci pet strada!

    4. Mancanza di decoro, trasandatezza e degrado non sono funzionali alle attività economiche, ma le uccidono in un circolo vizioso.

    5. La nostra normativa prevede i centri commerciali naturali, come aggregazione di imprenditori che rispondendo a determinati parametri possono costituirsi in associazione, essere riconosciuti e quindi diventare interlocutori programmatici degli enti di riferimento.
      Il problema come tutte le cose italiane e siciliane è che magari sono pensate bene, ma di fare non se ne parla, ed i centri commerciali riconosciuti di fatto non sono operativi, perchè c’è da chiedere quanto gli enti di riferimenti vogliano avere interlocuzioni sul territorio, rispetto al fare il bello ed il cattivo tempo.

    6. “Mancanza di decoro, trasandatezza e degrado non sono funzionali alle attività economiche, ma le uccidono in un circolo vizioso”.
      Condivido.
      E allontanano i turisti.

    7. una cosa è garantire la buona gestione dello spazio pubblico, magari anche attraverso collaborazioni pubblico privato come i centri commerciali naturali cui fa giustamente riferimento Giovanni Callea. Ben altra è delegare la gestione dello spazio pubblico al privato.
      Il risultato, dove questo è stato fatto, è la sistematica fortificazione, videosorveglianza, pattugliamento, introduzione di regole d’uso, allontanamento di gruppi “sgraditi” (senza tetto, mendicanti, minoranze etniche, …) e proibizione di attività fondamentali nello spazio pubblico (attivismo, proteste, arte di strada non “programmata”).
      Ora, bene fomentare lo sviluppo commerciale, ma se deve costare i basilari diritti divili nello spazio pubblico, come succede nei BID in giro per il mondo (conosco casi in America, Germania, Regno Unito, Svezia, Danimarca): no grazie.
      (Per chi fosse interessato al tema, il libro Ground Control di Anna Minton é un ottimo inizio)

    8. Ma i diritti di chi pretenda a proprie spese una via commerciale elegante, pulita, senza bancarelle di venditori abusivi, muri imbrattati da sedicenti artisti, mendicanti con cuccioli al seguito, ecc. non devono più avere cittadinanza? Perché non consentiamo una zona commerciale come la vorrebbero i commercianti e i proprietari ed un’altra come la vorrebbe Tulumello e vediamo chi produce più posti di lavoro, reddito, tasse e flussi turistici? Quella di atulumello peró c’é già: é l’alternativa che manca.

    9. Il suo trucchetto retorico, gentille Didonna, lo conosco. Lei crea una dualità, del tutto fittizia, che mette da una parte BID=spazio pubblico curato e dall’altra gestione pubblica=spazio pubblico degradato.
      Con questo trucchetto, lei dice di sostenere la qualità dello spazio pubblico, invece sta solo sostenendo la privatizzazione, perché esclude a priori l’altra soluzione, ovvero lo spazio pubblico curato senza renderlo un centro commerciale. Che questo sia possibile, basta vedere tutti gli spazi pubblici curati del mondo che non sono BID.
      E, comunque, preferisco sempre “mendicanti con cuccioli al seguito” che una città dove i mendicanti non hanno diritto di accesso.
      E sono sicuro che la preferirebbe anche lei, se si liberasse dall’efficienza economica come unica categoria di analisi del mondo.

    10. Non so se ridere o piangere.
      Siccome nel mondo esistono spazi pubblici ben curati
      dovremmo potere aspirare ad una situazione analoga
      In una Città come Palermo ?
      A Palermo ?

    11. Tulumello, dove c’é maggiore libertà individuale e meno Stato c’é più benessere civile e materiale: le economie e società che lei rimpiange hanno distribuito solo miseria e povertà e sopravvivono ormai solo nella Corea del Nord.

    12. Gentile Didonna, la sua visione dicotomica del mondo è quasi commovente, la sua difficoltà ad immaginare altro che un bene (la sua visione personale) o un male (tutto il resto, che è la Corea del Nord), a 25 anni dalla caduta del muro di Berlino, è splendida.
      Lasciamo stare la imprecisione di affermazioni come “dove c’é maggiore libertà individuale e meno Stato c’é più benessere civile e materiale” (le consiglio di andare a vedere le relazioni tra GDP e Gini, tra GDP e welfare, oppure di ricordare che i pasei più ricchi al mondo, quelli nord europei, sono da alcuni tacciati di “socialismo”).
      Solo che nella sua dicotomia, lei contiua a stravolgere il mio pensiero e questo è scorretto. Perché, per ritornare al tema del post, vorrei capire dove piazza, nel suo mondo in bianco e nero, lo spazio pubblico dei centri di mezza italia (città come Bologna, Parma, Firenze, Salerno, Lecce, Siracusa per fare solo pochissimi esempi) perfettamente gestito (e economicamente efficiente) ma interamente in mani pubbliche. Cosa è, Corea del Nord? È Corea del Nord lo spazio pubblico delle città francesi, spagnole, portoghesi, tedesche, tutti paesi dove i BID esistono, ma solo in alcune aree?
      Infine, se provasse a guardare il mondo con dati empirici diversi dal Financial Times, si accorgerebbe che i BID, nella loro gestione dello spazio pubblico, sono molto più simili alla Corea del Nord di quanto pensi: luoghi in cui è proibito manifestare, luoghi in cui ogni attività è regolamentata e regolata, dove il dissenso è proibito e allontanato. Non è un caso, d’altronde, se il modello di capitalismo che sta vincendo non è più quello anglosassone (che mantiene livelli di libertà, anche se li va cedendo in nome di sicurezza e ordine, pensi all’NSA o alla gestione dello spazio pubblico a Londra, ormai militarizzata): ma quello Cinese.
      Ma chi sa, visti i numeri a due cifre della crescita del PIL cinese, forse quello le piace

    13. Caro Tulumello, a Palermo negli spazi pubblici soprattutto del centro si può sicuramente manifestare, protestare, vandalizzare, bivaccare, sporcare, ecc. e quindi lei può sentirsi senz’altro tutelato, ma chi avesse voglia di passeggiare oppure investire in una via elegante perché deve andare altrove?

    14. Ma se voglio passeggiare (o vivere) in una via che non sia vandalizzata, sporca, degradata, insicura, ecc., perché devo pensare di assumere dei vigilantes? Perché non debbo pretendere tutto questo e altro ancora da chi amministra e gestisce la “cosa pubblica”?
      Io ho vissuto dal ’94 al ’97 a New York, con Rudolph Giuliani Sindaco e Mario Cuomo Governatore dello Stato…
      E’ esattamente a queste cose che penso quando parlo di contesto, di certezza delle regole, ecc. ecc….
      Mettere in piedi un Miracle Mile nelle condizioni di oggi a Palermo è come farlo a Kinshasa o ad Asmara, e non potrai mai raggiungere gli stessi risultati di Miami, Los Angeles o Parigi.
      Legittima anche la preoccupazione di Tulumello, che teme di vedere dei microquartieri blindati in cui i metronotte pagati dai commercianti “dissuadono” ambulanti irregolari, mendicanti molesti, e perché no, magari anche i posteggiatori abusivi. Hai presente certi paradisi turistici tipo Sharm El Sheik? Bello, ma fuori?
      Bello anche l’articolo di Mario Dall’Oglio. Uno con le palle. Anzi, probabilmente uno che le palle ce l’ha nel DNA, considerati gli ascendenti. E immagina cosa potrebbe fare lui nel Miracle Mile di una qualsiasi città “civile”… e invece qua a Palermo è una voce che grida nel deserto la cui titanica impresa, comunque encomiabile, è quella di non fallire. Ma il problema non è nella testa dei palermitani, è nella testa del pesce!
      Casomai la colpa dei palermitani (e non solo) è quella di accollarsi dei governanti come quelli descritti da Battiato in “Povera Patria”, e di non pretendere dai vertici della pubblica amministrazione quel minimo fisiologico di certezza delle regole necessario per evitare un’inevitabile soccombenza sociale.

    15. Magari! Sarebbe bellissimo!!!

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