giovedì 20 set
  • Leonardo Sciascia

    “Porte aperte” di Leonardo Sciascia: un racconto sull’iniquità del potere

    Racconto-saggio, con squarci di grande narrazione. Leonardo Sciascia parte da un fatto realmente accaduto, documentato dalla stampa quotidiana, accertato da una ricerca d’archivio; un fatto emblematico di un clima, di un modo di intendere la conduzione della cosa pubblica (qui l’amministrazione della giustizia), di un modo di intendere la condizione dell’individuo, del cittadino nei confronti dello Stato, o meglio, nei confronti di un sistema di potere volto esclusivamente a mantenersi e a durare.

    In questo racconto siamo nell’atmosfera pesante e totalizzante di un periodo in cui il fascismo trionfava, imponendo un suo stile di vita e di pensiero, in cui il sospetto e la sopraffazione avevano uno spazio molto largo, pur in presenza di qualche piccolo scricchiolio, che Sciascia argutamente individua, dopo i primi dubbi sulla giustezza della conquista d’Etiopia (si era nel 1937).

    L’attacco del racconto mi sembra decisamente manzoniano. Conosciamo l’amore che Sciascia, lui laico, illuminista, sentiva per i Promessi sposi; Manzoni è addirittura esplicitamente citato in una parte del libro.

    Il colloquio del piccolo giudice (quel “piccolo” in Sciascia ha un grande valore metaforico: piccolo per l’ingranaggio del potere fascista, grande per il senso alto dell’onore, per il suo amore per la verità, per il rispetto per l’uomo) col procuratore sull’indirizzo che deve assumere il processo contro un triplice assassino, reo di aver turbato, attraverso l’uccisione di un personaggio di rilievo, la tranquillità del dominio fascista, può ben richiamare l’incontro di don Abbondio con i bravi ed il relativo imperioso avvertimento. Solo che in questo colloquio il piccolo giudice non è un essere fragile e passivo, ma un uomo pienamente consapevole dello stato delle cose in quel 1937; questo tratto viene subito evidenziato da Sciascia quando fa questa notazione: «Il piccolo giudice lo guardò con soave, indugiante, indulgente sonnolenza». È uno sguardo che penetra e scopre i recessi della coscienza del procuratore, che mette a disagio e sconvolge la linearità, la ragionevolezza di una tesi artificiosamente costruita. L’inquietudine sorta nel procuratore rovescia, in qualche modo, le parti, rispetto all’incontro di don Abbondio. L’avvertito non è il piccolo giudice, ma il procuratore che attraverso quello sguardo si sente messo a nudo, nella sua rassegnazione ad un quieto conformismo.

    Il lungo colloquio assume i toni e le sequenze di una sinfonia il cui tema conduttore è l’indignazione profonda, e appena trattenuta, nei confronti di un potere che si serve dell’assassinio (Matteotti), della sopraffazione, della repressione, della pena di morte, del lavaggio del cervello, della intimidazione, della privazione della coscienza individuale e sociale, per raggiungere i propri fini di dominio. Sono tanti rivoli sonori compenetrati e unificati nel tema sinfonico del furore e dell’indignazione, rattenuti e quasi stemperati nell’acuirsi del dramma di pensieri e sentimenti che pone il piccolo giudice di fronte al procuratore.

    È un colloquio sofferto e drammatico in cui emergono con nitore le differenti personalità dei protagonisti. È un pezzo che potrebbe ben figurare in un grande romanzo, anche se la narrazione non è sempre esente da una venatura storico-saggistica che in certa misura appanna la purezza del racconto e del dramma.

    Poi l’urgenza della protesta civile prende il sopravvento a scapito del filo del racconto, dello scavo dentro i personaggi. La pena di morte, strumento di difesa di tutte le dittature, ha uno spazio commisurato alla passione del nostro autore. Sono pagine di grande efficacia, eccelse per essenzialità e lucidità. Il racconto del processo è tutto intriso di passione, ma nel medesimo tempo risulta nitido, elementare, sapiente, per mezzo di una scrittura corposa e trasparente, ricca di richiami, citazioni, accenni a principi e massime.

    La scrittura mai stanca o indolente, sempre attenta, sorvegliata, ricca di fatti, di sentimenti, di cose, si distende sul sottofondo di una coscienza morale ferita.

    La narrazione del processo è resa attraverso i pensieri, i trasalimenti, i sentimenti, le osservazioni del giudice, che fa parte del collegio giudicante. Da questo ruminare della mente del giudice emerge chiara la natura del processo, cioè di un rito lungo e complesso il cui fine, secondo la nomenclatura, non doveva essere la ricerca della verità e il rendimento di giustizia, dopo un’accurata analisi dei comportamenti e delle motivazioni dell’imputato, ma semplicemente lo schiacciamento di uno scarafaggio che ha osato turbare l’ordine e l’armonia del potere fascista.

    Si sente dalla scrittura, così razionale e distaccata, lontana da enfasi e da eccessi verbali, il rifiuto e il disgusto, patito sulla pelle, di ogni violenza fisica e morale; rifiuto e disgusto resi nel macinare osservazioni ed episodi su oggetti e avvenimenti evocati con una introspezione sicura nella psiche e nell’intelletto del giudice protagonista.

    La metafora delle porte aperte assume nella scrittura di Sciascia un amaro significato: sì, porte aperte, perché nelle case della gente non c’era più nulla da portar via, non la verità, non la libertà, non la dignità.

    Nel libro non c’è un resoconto dello svolgersi del processo. Esso è reso per squarci sull’operato dell’omicida, sulle figure delle vittime, tra cui un noto avvocato palermitano, per riflessioni, evocazioni ed associazioni, per descrizioni di stati d’animo, di idee. Lo Sciascia, ricercatore appassionato di storie, di avvenimenti, di opere, di personaggi di Sicilia, funzionali al lucido dispiegarsi del suo discorso sulle iniquità del potere nel presente e nel passato, emerge con tutta la felicità e la preziosità dei suoi ritrovamenti e con tutta l’ammirazione per il coraggio di tanti personaggi storici in tempi oscuri e la pietà per le vittime innocenti e inconsapevoli.

    Palermo
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