lunedì 22 ott
  • Sicily

    A place called Sicily

    Quando finisci il turno al ristorante e ti prende la nostalgia di qualcosa che somigli al cibo di casa. E allora ti infili nell’antro unto del take-away turco-scozzese, ti avvicini al bancone, chiedi: «A medium size vegetarian pizza«. Poi ti prende un poco di vergogna e aggiungi: «Without pineapple, please«.
    È allora che un uomo con una bottiglia ti barcolla addosso spargendo birra tutto attorno. Ti dice: sorry. Ti chiede: «Where are you from?».
    «I’m from Italy».
    «Oh, Italy. Where about?».
    «Sicily».
    «Sicily? Oh my god, you’re from fucking mafia!».
    Se è vero che in vino veritas, episodi come questo mi fanno pensare, mi fanno chiedere: cosa ne sanno i britannici della Sicilia? Come se la immaginano? Davvero la prima associazione e sempre con la mafia?
    Provo a discuterne con Simone, quando alla fine della serata ci sediamo, io e lui, davanti la porta del ristorante dove lavoriamo, a guardare il cielo di Edimburgo ancora chiaro alle dieci di sera, quando l’aria è tiepida e l’odore di carne arrostita che si spande dalla cucina rievoca le scampagnate di casa nostra.
    «Simo’».
    «Eh».
    «Ma secondo te, gli inglesi, gli scozzesi, come se la immaginano la Sicilia?».
    «Miii ma che flash ti fai? Piuttosto, ma me lo fai un caffè?».
    «No a parte il babbio. Secondo te pensano che è tipo quella che si vede nel Padrino parte 1? Con i carretti e Al Pacino che va in giro a inquietare le belle ragazze?».
    «Tu si tutta fuaddi. Minchia, a ‘st’ura fussi a Mondello. Dai, fammi ‘sto caffè».
    «Ava’, mi siddia, mi sono seduta ora. Chiedi a Jenny».
    «Seh, chidda è scozzese e ‘un s’a fira. Amunì Patr»ì.
    Passiamo cosi le serate tra battibecchi e rievocazioni, chiusi nella nostra bolla linguistica.

    Fin dal secondo dopoguerra migliaia di Siciliani si sono stabiliti nel Regno Unito, portando con loro tradizioni e cucina e creando business che hanno il loro punto di forza nella sicilianitudine. A Londra c’e Sicilian Avenue e da Londra a Inverness e tutto un brulicare di caffè e ristoranti dai nomi tipo: “Luce e Limoni”, “Trinacria caffè”, Ballaro”, “Peppino’s”. Nel 2016 il Brisith Museum a inaugurato una vasta mostra dedicata alla storia siciliana, «to prove there is a lot more to Sicily than lemons and the mafia».
    Io mi passo il tempo a chiedere in giro, tra un breakfast tea e una lezione di inglese: «Sorry, can I ask you a question? What do you know about Sicily».
    «You mean, apart from the mafia?».
    «Apart from the mafia».
    La Sicilia, mi dicono, è un posto con una storia antica, un crogiulo di popoli e culture. Un’isola dove il mare è meraviglioso, famosa per il cibo e per il vino. La parola Sicilia, scopro, ad alcuni fa pensare a vulcani,a rovine greche, ad arance e olio d’oliva, a posti rurali e un po’ remoti (è pieno di donkeys, di asini, isn’t it?). Fa pensare a un posto diverso dal resto d’Italia, a una terra che ha ancora “its own voice”. (Non avete una vostra moneta? No? Ma come, un mio amico c’è stato l’hanno scorso e gli hanno cambiato i soldi). A un’isola separata dal continente che l’Italia con la sua forma di stivale cerca di calciare in mezzo al Mediterraneo.
    Fa pensare al Padrino e al Gattopardo, a Totò di Nuovo Cinema Paradiso, ma anche al Commissario Montalbano, che spopola soprattutto tra le signore di mezza età (I love him! E uguale identico al mio vecchio capo). A terre aride e polverose (It never rains in Montalbano!). Per molti, è la meta ideale per una vacanza non troppo inconvenzionale, all’insegna insieme del relax e della cultura.
    «And which cities would you like to visit in Sicily», chiedo.
    «Palermo, Catania, Syracuse» – si chiama cosi?
    «And, of course, Vigata».

    Palermo, Sicilia
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