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lunedì 18 nov
  • zucche di martorana

    Quannu ‘u sceccu ‘un voli viviri

    Oggi mia figlia non aveva voglia di studiare. Non è che sia una grande novità, ma oggi mi ha fatto penare più del solito; il fatto è che non ha scuola in questi giorni e, nonostante esortazioni e rimbrotti, come sempre, so già che farà i compiti alla fine, all’ultimo istante dell’ultimo giorno.
    Io, comunque, ho tenuto fede al mio ruolo e l’ho obbligata a stare davanti a un libro, nella vana speranza che, seppur non preda del sacro fuoco della conoscenza, assorbisse qualcosa a furia di fissare le pagine.
    Ovviamente, non è andata così e non ha assorbito passivamente e magicamente nessun tipo di sapere. Purtroppo, ma credo più per fortuna, funziona ancora come all’antica: studiando… non si possono ancora scaricare i dati dalla memoria della maestra con un cavo USB. Ma forse, un giorno gli studenti avranno in dotazione un cavetto che fuoriesce dalle orecchie, da collegare alla porta USB nel naso della maestra.
    Intanto, è andata proprio come sapevo che sarebbe andata.
    Avrei potuto depositare la mia previsione dal notaio in busta chiusa. Io lo sapevo che, a un certo punto, mi sarei trovata a un bivio: urlarle contro, assicurandomi giorni e giorni di sensi di colpa materni, oppure arrendermi. Ho deciso di non sprecare energie inutili e di arrendermi e, nel calarmi le braghe, ho borbottato: «Quannu ‘u scecco ‘un voli viviri, è inutile ca ci frischi»…
    Questo proverbio me lo ripeteva spesso mia zia. Una zia che ricordo sempre anziana e vestita di nero, in un lutto eterno per la morte del fratello, Questa zia, che in realtà era una prozia, viveva in casa nostra ed era una fonte inesauribile di proverbi e credenze popolari.
    Per farla breve, in circostanze simili, quando non volevo saperne di fare qualcosa, mi ripeteva che ero un asino che non voleva «viviri». Quando me lo sono ricordata, sono stata contenta di non essermi infuriata con mia figlia, in fondo, chi di noi non è stato un procrastinatore?
    Non lo so, ma anche se lo sapessi, ve lo direi domani.
    Comunque, questo proverbio ha incuriosito moltissimo l’elfo biondo che circola per casa e gliel’ho dovuto e voluto spiegare.
    Era un detto che non sentivo da anni, non lo so come sia stato possibile che l’abbia tirato fuori da chissà quale recesso della mia memoria.
    Ma poi mi è venuto in mente che siamo quasi arrivati alla fatidica data della commemorazione dei defunti, la festa dei morti, insomma. Quella secondo cui i nostri cari ormai defunti, vengono a trovarci e a portare regali ai bambini. Quella che serve per insegnare ai bambini a sentire vicino le persone che non ci sono più, a non pensare che se ne siano andate per sempre, perché basta ricordarle per averle con noi, e a non avere paura della morte.
    Io non sono mai stata molto legata alle tradizioni, lo confesso, e Halloween non lo detesto poi così tanto, anzi, mi fa sorridere.
    Mi fa sorridere mia figlia vestita da acchiappavampiri, e credo che in fondo, l’atteggiamento più giusto sia quello di cercare di fare convivere le due feste; per questo a casa nostra abbiamo fatto le zucche di martorana. Tanto, è inutile opporsi ai cambiamenti, arrivano comunque.
    Ma non è questo il punto.
    Il punto è che io credo che i nostri cari ci accompagnino, che ci sia un posto da qualche parte da cui ci guardino e ci parlino, altrimenti non mi spiegherei alcune mie intuizioni geniali e alcuni casi troppo fortuiti per esserlo veramente.
    Io sono convinta che un paio di mie sensazioni che mi hanno quasi salvato la vita, siano state in realtà aiuti dall’alto, dati a una concorrente di questo folle gioco a premi che è la vita, da parte dei parenti defunti.
    E pazienza se dovrei essere una donna di scienza.
    E credo che questo scecco che non voli viviri oggi, sia stato il modo che ha trovato mia zia per salutarmi.

    Palermo
  • 4 commenti a “Quannu ‘u sceccu ‘un voli viviri”

    1. Mi permetto sommessamente di rilevare un’imprecisione nella sua odierna traduzione (e di conseguenza nell’interpretazione) del vecchio detto: “Quannu ‘u scecco ‘un vole viviri è inutile ca ci frischi” non ha nulla a che vedere con la sopravvivenza, si traduce piuttosto con “Quando l’asino non vuole bere è inutile che cerchi di forzarlo” (la “friscata” andando intesa come comando non verbale).
      Analogamente al proverbio “continentale”: “Puoi condurre il cavallo al pozzo ma non puoi obbligarlo a bere”

      Con immutata stima e mille ringraziamenti per i suoi scritti che leggo sempre con gran delizia

      Antonietta

    2. Editing del commento precedente…..

      È altresì possibile (?) che non fosse “viviri” bensì “viniri” (usato tanto quanto “veniri” con significato di “venire”), il che renderebbe più logico nel contesto il “friscare” in senso letterale: se l’asino non vuol muoversi è inutile continuare a chiamarlo….

    3. Grazie della segnalazione e grazie dell’apprezzamento per i miei scritti.
      Il proverbio dice “viviri”, lo confermo e lo avevo lasciato in siciliano, senza rendermi conto della correzione automatica del programma.
      E mentre correggevo mi è venuto in mente… Non è che il mio computer sia stato più lungimirante, pensando che se l’asino non beve, allora muore?
      Ma questa è la mia solita, innata tendenza alla divagazione.
      Grazie ancora!

    4. Altro proverbio che calza bene in questo caso… mio padre era sovente ripeterlo. Meglio un asino vivo che un un’ingegnere morto… nel senso che quando non si è in grado di studiare molto per diventare un un’ingegnere o laurearsi è meglio andare a lavorare… sempre i vecchi sono saggi !!!

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