Un tempo bastava solo mettere in moto, ingranare la marcia e partire. Ora è tutto più complicato.
Bisogna, primo, azzeccare il giorno giusto, poi bisogna controllare di essere à la page (senza filtro antiparticolato non si va da nessuna parte) ma i veri casini arrivano, per l’appunto, dopo aver messo in moto.
Perché le automobili, ma un po’ tutti gli oggetti tecnici, direbbe Bruno Latour, sono sociali, sono strumenti di comunicazione a volte pure prepotenti. Se non ci credete, provate a fare un giro in una macchina di recente fabbricazione, per esempio, senza avere indosso le cinture di sicurezza: è impossibile. Ancor prima di partire comincerà a trillare tutto, fino alla resa senza condizioni, fino al momento in cui, così come prevede il codice della strada, le cinture non saranno allacciate. Le macchine, in questo senso, ci fanno-essere-etici. Ci impongono la loro morale, impedendo il libero arbitrio, con strumenti anche molto affilati. Se ci fate caso, infatti, da quando esse hanno deciso di “farci rispettare” la norma di indossare le cinture di sicurezza, le campagne di sensibilizzazione sul tema sono scomparse dalla nostra tv: non c’è più bisogno di sensibilizzare qualcuno che è giocoforza costretto “dal meccanismo” della propria vettura a tenere un determinato comportamento. Si sottrae sempre più spazio all’etica personale, affidandola a dispositivi senza volontà, che non ascolteranno le vostre scuse (“ma sono due passi!”, “ma da qui non passa mai nessuno!”, “mi viene da vomitare!”). Continua »
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