Caro disabile
Caro disabile, ti scrivo… Era l’incipit di una lettera che qualcuno mi ha mostrato. Forse, invece, cominciava così: “Caro portatore di handicap.”. Sicuramente terminava con una firma svolazzante e la richiesta di un voto. Ho rigirato la missiva tra le mani. Nel frattempo quello che ho dentro – cuore, anima, frattaglie, ricordi, parole – avvampava. Capisco che è necessario essere sintetici: la formula “disabile” o quella più lunghetta “portatore di handicap” hanno il pregio della assoluta chiarezza, accompagnato da una discreta brevità, funzionale soprattutto ai tempi convulsi della politica, sotto votazioni. Eppure, certe parole creano il ghetto prima ancora di costruire le sbarre che pietosamente lo conterranno. La gabbia della delicatezza forse taroccata, con la sua asetticità, può diventare un confine invalicabile. Esisti in quanto degno di compassione, di solidale attenzione. Non sei tu, è la tua carrozzina a vibrare nel buio come un faro intermittente. È lei a indicare al venditore professionista di diritti chiamati a torto sogni il profilo del compratore da accattivare nell’urna, con un’offerta calibrata sulle sue esigenze. Avrei – invece – desiderato qualcosa di tremendamente scorretto. Più sterco. Più (malvagia e sincera) umanità. Sarò sbagliato io. Ma preferisco la puzza di una fogna all’assenza di odori. Privilegio il cazzotto in bocca rispetto alla latitanza del contatto. Continua »




































Ultimi commenti (172.602)