sabato 19 ago
  • La Sicilia è la chiave di tutto?

    «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». Anche se Goethe, con la sua celebre frase, non si riferiva certo alla politica italiana contemporanea, l’idea che la Sicilia ne rappresenti una chiave di interpretazione mi sembra abbastanza verosimile.

    Pensiamo alla Sicilia “laboratorio politico” di formule poi esportate a livello nazionale come il centro-sinistra oppure alla Sicilia del 61-0 che ha retto i governi Berlusconi e quindi alle figure di spicco siciliane della politica e ai loro ruoli spesso cruciali: dal Liotta che fece cadere Prodi a La Loggia, Cerami, Schifani, Martino, Dell’Utri, Alfano, Prestigiacomo, Romano, Cuffaro, Lombardo, Finocchiaro fino a Scilipoti…

    Quale altra regione può vantare un simile piazzamento dei propri eletti? Va da sé che un’influenza siciliana sulla politica italiana diventi innegabile. Purtroppo, però, la Sicilia non ha best practice da esportare, non è una terra rinomata per il buongoverno e i suoi rappresentanti rimarranno famosi più per aver legato il proprio nome agli atti più servili verso il potere che per altro.

    Conoscere perciò la storia siciliana aiuta a comprendere quella dell’Italia degli ultimi 150 anni. Un’ottima sintesi ce la da’, in un paio d’ore di stimolante lettura, un saggio di Pasquale Hamel, Breve storia della società siciliana 1780-1990, edito da Sellerio.

    La tesi di fondo è quella – e la condivido pienamente – che in Sicilia sia mancata la formazione di una classe intermedia: si è avuta solo una classe dominante interessata a perpetuare il proprio potere su una popolazione da essa mai emancipata. Che nel tempo a signori feudali si siano sostituiti una cricca di politici, imprenditori e consulenti vari, non cambia la sostanza dei rapporti. La classe dirigente siciliana non ha mai creduto nel cambiamento, salvo, quando costretta, concorre a cambiare tutto, solo formalmente, perchè nulla cambi sostanzialmente, come faceva dire Tomasi di Lampedusa al suo personaggio del Gattopardo. Non è classe dirigente visionaria, che scommette, che rischia: è specialista solo di potere e della sua conservazione. Forse per questo è così tenuta in considerazione dalla politica nazionale.

    Scrivevano nel 1875, in un’autonoma indagine (L’inchiesta in Sicilia), due deputati liberali del primo parlamento post-unitario, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, che quella borghesia che altrove era elemento d’ordine e di progresso civile in Sicilia era caratterizzata dalla &@171;profonda abilità colla quale sa voltare a suo profitto perfino le leggi e l’organizzazione governativa dirette contro il delitto». Il giudizio dei due autori è spietato verso questa classe dominante che arrivano a definire come i “facinorosi della classe media”. Proprio oggi, tornando all’attualità, il Governo nazionale ha erogato, su richiesta del sindaco Cammarata, 45 milioni di fondi FAS a favore del contenitore del precariato palermitano, la Gesip, perchè possa operare per nome mesi, fino alle prossime elezioni…

    Il testo di Hamel è una ristampa, aggiornata, dell’edizione del 1995, particolarmente attuale oggi che, complice la crisi economica, si ripropongono istanze rivendicazioniste sicilianiste secondo cui il ritardo economico di questa terra sia da addebitare immancabilmente ad altri, i piemontesi ad esempio. Se i siciliani hanno indubbiamente delle ragioni da far valere sul piano storico, non hanno però completamente ragione. La causa dei mali di questa terra è da ricercare innanziatutto nella scarsa qualità del consenso politico, nella prepotenza di un ceto dominante che purtroppo suscita in troppi invidia più che indignazione, in un istinto servile e parassitario sempre pronto a correre in soccorso dei presunti vincitori.

    Ovviamente, la Sicilia non è solo questo, ma se non vogliamo, magari tra 150 anni, tornare a discorrere sempre degli stessi problemi, è necessario decidersi a distinguere con decisione il grano dal loglio, le cause reali e profonde dalle scuse e giustificazioni.

    (in collaborazione con il Fatto Quotidiano)

    Palermo
  • 11 commenti a “La Sicilia è la chiave di tutto?”

    1. Nessun motivo di meraviglia.
      .
      Una classe politico-dirigente che nel miglior caso è mediocre è funzionale
      al mantenimento dello Status Quo.
      .
      Cui prodest?

    2. LA QUALITA’ DEL CONSENSO
      “A una cattiva raccolta di voti corrispondono una cattiva democrazia e delle cattive leggi”
      LIBERO GRASSI

      Un intero popolo che non cura la “qualità del consenso” e si disinteressa di selezionare con rigore chi è deputato ad amministrare, nell’interesse di tutti, la cosa pubblica, è un popolo, che per bisogno, rinuncia alla propria dignità: quando questo principio sarà impresso nella testa e nel cuore di tutti i siciliani, riscoprendo l’amor proprio, ci saremo finalmente liberati del sistema clientelare-mafioso che attanaglia la nostra terra.
      COMITATO ADDIOPIZZO

    3. molto spesso mi domando cosa sia il progresso ed il benessere per me, per i miei cari per la società in cui vivo. Oggi viviamo in un sistema dove le regole del gioco sono dettate dal mercato, dove tutto é diventato acquiastabi e spendibile, anche noi stessi.Un mio grande desiderio sarebbe quello di vedere una socità siciliana ed italiana dove cominicno ad aver forza nuovi valori : sodlidarità, equità, riconoscimento della diversità, autosufficineza non dal punto di vista solo economico ma soprattutto culturale. dicimao mi piacerebbe vedere una società dove la gente porti più rispetto a se stessi,all’ambiente in cui vive ed ai propri simili. Utopia, ma il limite da raggiungere è solo questo, il resto è follia.

    4. Paolo Benvenuti è un grande e rigoroso regista, doveva aprire qui a Palermo una scuola di cinema ai Cantieri della Zisa, ma ai nostri amministratori non mancano certo le capacità per scoraggiare simili talenti…

    5. Concordo pienamente con Donato Didonna,
      Paolo Benvenuti è un grande e coraggioso regista, oltre a essere un fine e attento intellettuale. Consiglio di vedere il suo “Segreti di Stato”.

    6. anch’io concordo pienamente con l’analisi del signor Didonna. credo comunque che la sicilia non possa che trarre beneficio da forti spinte sicilianiste(chiaramente se portate avanti da uomini onesti che amano la nostra terra). a questo proposito, le chiedo, e chiedo anche a voi, chi ha tratto beneficio in questi 150 anni della situazione economica e politica della nostra isola, e più in generale del sud italia? a chi ha giovato l’arretramento economico e culturale in cui ci ritroviamo? glielo chiedo con la massima umiltà, sperando di essere contraddetto nella risposta che lentamente si è andata formando in questi ultimi mesi nella mia testa.

    7. non direi che la Sicilia è la chiave di tutto, direi che è il luogo dove si può tutto..

    8. Molte delle risorse piovute sulla Sicilia negli ultimi decenni (Cassa Mezzogiorno, UE, ecc.) sono stateo trasformate in tenore di vita e seconde case di una vasta comunità di parassiti: loro, dal loro discutibile punto di vista, ne hanno tratto sicuramente vantaggio. Il “rischio Sicilia” (non solo percepito a livello di criminalità, ma anche di malaburocrazia) ha allontanato gli investimenti degli imprenditori esterni, quelli all’interno, in mancanza dello stimolo della concorrenza si sono adagiati e hanno per lo più vissuto di rendita a carico della Regione trascurando il mercato e i mercati, soprattutto esteri. Per difendere le “professionalità locali”, criteri antimeritocratici sono stati adottati nel campo dell’università, della ricerca, delle professioni.
      I contributi pubblici hanno drogato l’agricoltura.
      Il risultato di tutto ciò è che siamo rimasti un mercato di sbocco di altri operatori e, francamente, mi meraviglierebbe il contrario.

    9. tutto molto chiaro, concordo con lei sul “contesto interno” alla nostra isola. d’altro canto penso che non si possa tralasciare, dimenticare, omettere, che dall’impoverimento della sicilia e del sud italia avvenuto dopo l’unificazione d’italia; dallo strapotere delle mafia nel nostro territorio, ne abbia tratto vantaggio (oltre che una “fortunata” ed ignobile piccola minoranza nostrana) buona parte degli industriali del nord italia. La nostra manodopera a basso costo negli anni ’60 e ’70 ha fruttato enormi quantità di denaro ai capitalisti del nord. molti dei capitali che le organizzazioni criminali hanno accumulato stuprando il nostro territorio e la nostra gente, sono stati reinvestiti nel mercato cosiddetto “legale” nel nord italia. su queste, ed altre faccende nostrane, io penso, sia venuto il tempo di non tacere. non possiamo più nasconderci dietro un dito, non possiamo più accettare fantasiosi racconti risorgimentali privi di alcuna fonte storica; non possiamo più vivere in questa sorta di nero limbo fatalista in cui è sprofondata la parte migliore della gente di questa terra. tra l’altro non credo che ciò significhi scaricare le proprie colpe sugli altri, ma bensì conoscere realmente il proprio passato per progettare un futuro migliore. la cosa peggiore che la sicilia e tutto il sud italia ha dovuto subire dall’unificazione in poi (a parte la repressione) è stata la totale assenza di verità e memoria storica. è questo che, a mio modesto parere, ci rende sudditi, schiavi e sconfitti. spero di non essere andato fuori tema rispetto al post da lei scritto. cordiali saluti.

    10. Pequod le parole di addiopizzo sono da studiare e imparare a memoria, per recitarle quotidianamente. Sottolineo l’amor proprio. Se non si sottolinea e non si suscita amore, non serviranno le fustigazioni dei vari savonarola. Bisognerebbe fare come Benigni e mettere in luce le ragioni dell’orgoglio di un popolo che non ha solo vizi ma anche virtù. Se puó servire stimolare il senso indennitario, in un’ottica niente affatto vittimista, ma consapevole delle condizioni di svantaggio cui versa il sud per colpa di una classe dirigente di traditori, che hanno garantito la logica colonialista degli ultimi 150 anni… Ben venga un po’ di tifo indennitario. Senza fanatismi e fughe dalla realtà e dalle proprie responsabilità. Facciamo di tutto per suscitare l’orgoglio e l’amor proprio… Non solo con le provocazioni e i rimproveri, ma anche con le argomentazioni che valorizzino la qualità. Bastone e carota.

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