mercoledì 18 ott
  • Torna a casa, lessico

    Questo è solo un post, non basterà a contenere né la mia preoccupazione né tutte le implicazioni dell’argomento.
    Ma lancio la pietra, non ritiro la mano e spero che qualcuno segui segua il lancio a sua volta. La gente fa sempre più fatica ad incazzarsi, s’indigna forse, si sente un poco disturbata, ma non s’incazza. Forse qualcuno lo farà dopo aver letto il post, se ritiene di averne motivo. E se ha motivo di farlo, ne ha anche tutto il diritto, considerato che mi pronuncio contro la sua stupidità.

    Qualche giorno fa stavo conversando con un’amica, l’argomento era la differenza dei comportamenti tra maschi e femmine. Il tono era per lo più ironico e un po’ stralunato, ma al mio usare il termine “femmina”, questa mia amica mi disse «Io sono una donna, non sono una femmina».
    Confesso che dopo la sua uscita lasciai morire la conversazione. Quella frase mi sembrò di una idiozia profondissima, un limite invalicabile; non era un’interlocutrice all’altezza.
    Nei giorni successivi ho riflettuto sull’accaduto, cercando di inserirlo nell’ambito di una più ampia riflessione che interessa il linguaggio, anzi le parole. Le parole come pervertimento.
    Due fenomeni mi preoccupano più degli altri: il primo, di più ridotte dimensioni, è l’uso delle parole come scudo e/o specchio di una civiltà essenzialmente intrisa di ipocrisia e senso di colpa, e che possiamo, banalizzando, avvertire nei termini del “politicamente corretto”.
    L’altro, di carattere più generico ma fondamentale, è la pericolosa, drammatica riduzione della terminologia, delle possibilità delle parole, l’arida pochezza quantitativa del numero dei vocaboli usati e dei loro modi di costruzione. Partiamo da questo secondo punto che, in virtù del suo carattere generico, non abbisogna,almeno in questo luogo, di trattazione approfondita.
    Scrive Locke nel Saggio sull’intelletto umano: «L’uso delle parole è quello di essere segni sensibili di idee, e le idee in luogo delle quali le parole stanno sono il loro significato proprio e immediato. L’uso che gli uomini fanno di questi segni è o quello di registrare i loro pensieri, per assistere la memoria, o, in un certo modo, quello di portar fuori le loro idee e stenderle di fronte alla vista degli altri: perciò le parole, nel loro significato primario o immediato, stanno per nient’altro se non per le idee che sono nello spirito di colui che le usa».
    Il problema è presto detto: meno parole significa meno idee, perché meno parole significa minori opportunità di associazione mentale con concetti, nozioni, idee, emozioni e altro. Di questioni difficili questo nostro tempo ne ha moltissime, ma credo che questa le contenga tutte: dalla politica al lavoro, dai diritti alla libertà sessuale, dall’istruzione allo stato delle arti. Tutto è decaduto, a mio parere, in vizio del fatto che è decaduto l’impianto delle parole di tutti questi ambiti. Pochi termini indistinti e frasi involute sono peculiarità di oggi, e non soltanto tra gli sciocchi studentelli, ma anche, e più rovinosamente, tra gli operatori della parola, siano scrittori, giornalisti, politici, opinionisti, maestri.
    La quasi totalità dei libri pubblicati oggi è poverissima (e mi riferisco agli scrittori più amati che vengono spesso citati sui social network, da Volo a Coelho a Baricco), con frasi brevi, concetti piccini e banali espressi con pochi, ripetitivi termini, con costrutti nominali, torrenti di punti di interpunzione e simili. Un rincoglionimento totale, fogli bianchi imbrattati di deserto.
    E stiamo parlando degli esperti, figuriamoci gli altri.
    In questa ricca messe di miserie è facile confondere e mistificare, strumentalizzare e rivoltare sensi, trasformare in un insulto parole antiche, dignitose e semplici come “spazzino” o “panettiere”, ma anche indicare la guerra come “operazione per un intervento preventivo di pace”.
    Allo stesso modo, termini che designano obiettivi chiari e necessari come “resistenza” o “sciopero” vengono assimilati a “terrorismo”; la crisi del capitale diventa “crisi del lavoro”, come se il problema fossero coloro che vogliono lavorare e non trovano sbocchi piuttosto che coloro che hanno privato la collettività delle risorse e della ricchezza. E come non prendere in esame formule come “misure per il rilancio dell’economia” e “flessibilità”, in sostituzione di quelle, ben più chiarificatrici, di “tagli alla spesa sociale e al walfare state” e “insicurezza contrattuale a vita”?
    Anche il tanto modaiolo termine “indignato” è inadeguato, edulcorato, quasi innocuo: l’indignazione è spesso silente, passiva, rassegnata. Io l’indignazione l’ho superata da un po’, infatti sono incazzato come una iena, benché non abbia mai conosciuto una iena incazzata come Marco Priulla.
    Questo era solo per lambire il sociale e il politico; ma anche in altri contesti l’impoverimento è al massimo (de)grado, e penso ai rapporti di relazione, all’amore, all’amicizia, finanche alla quotidianità. La modestia linguistica e concettuale dei nuovi e vecchi paladini della canzone non aiuta, dai finti rockers che riempiono gli stadi alle nuove leve della più fumosa, replicante retorica secca del neo-cantautorato “impegnato”. Poche idee, poche parole.
    E si badi, qui nessuno È TENUTO nell’ignoranza, nessuno costringe a questa inedia di concetti e termini; qui ci si sguazza (ir)responsabilmente, volutamente. Chi non tiene i concetti non contiene le parole, chi non conosce le parole non conosce i concetti, quindi non possiede idee. Allora sarà pronto a riciclare quelle degli altri, ad accettare quelle degli altri, ad uniformarsi a quelle degli altri, buone o cattive che siano. Utilizzando lo stesso infame linguaggio del tempo.
    Torniamo ora all’amica mia, quella che “è una donna, non una femmina”, e riprendiamo l’altro punto: le parole come scudo o specchio di una civiltà della colpa e dell’ipocrisia.
    Ve la faccio semplice perché siete poco pazienti.
    Cosa c’è di male nella parola “femmina”? Per me è un termine bellissimo, dalle suggestioni infinite, capace di suggerirmi in un lampo solo tutte le possibili immagini dell’affascinante universo femminile, da quello più naturale a quello sociale, dal carnale al sentimentale.
    F-E-M-M-I-N-A: mi sembra di tenerne il sangue nelle mani, la sento e la vedo concreta davanti ai miei occhi, lucente, piena, realizzata, dolce e combattiva, madre e figlia, amante e mistero, tenera e potente. Avete forse paura della natura? O, tornando a qualche riga sopra, siete intimamente soggetti a pregiudiziali di genere e il proferire questa parola vi mette di fronte ai vostri stessi pregiudizi?
    Le parole sono innocenti. Esse nascono pure, pulite, utili ad una designazione senza sospetti.
    Eventualmente, è il comunicante ad essere uno stronzo, o un ignorante, o un idiota.
    Questa è la tragedia del politicamente corretto, intimamente connessa a quella prima descritta: in un mondo dove le parole diventano povere, dove servono a raggirare, manipolare, travestire, c’è bisogno di altre parole o formule che rendano commestibile il male, laddove questo male esiste, intimo o diretto. Mi spiego meglio.
    Negli Stati Uniti e in Italia stanno ristampando le opere di Mark Twain e Emilio Salgari emendandole di tutti i luoghi in cui viene usato il termine “negro”. Qualcuno ha mai pensato a Mark Twain, un campione del pensiero aperto e delle libertà civili, come ad un razzista? Non credo, infatti non lo era. Usava il termine “negro” per il solo motivo che concretamente quella parola designa una qualità fisica evidente di una appartenenza etnica altra, cioè un colore della pelle più scuro rispetto a quello dello scrittore. La stessa cosa Salgari.
    Non c’è alcun bisogno di emendare nulla, nessuno dei due scrittori ha utilizzato quei termini con valore negativo. Forse sono gli editori o i lettori ad averne bisogno per pulire il retro della loro coscienza.
    Le opzioni sono due: si giudica lo scrittore secondo le regole morali del nostro tempo e non del suo (come dire che Omero non era un buon cattolico); le nostre regole morali sono quelle di una società colpevole che nasconde le sue stesse colpe.
    Io non sono razzista, non sono machista, non ho pregiudizi verso professioni, inclinazioni sessuali, handicap o altro, ed è per questo motivo che mi posso permettere di usare termini come “negro”, “gay”, “bidello” o “cieco” senza che questo susciti in me pruriti di sorta. Parole nate innocenti, spesso inventate dagli stessi soggetti, usate nella loro naturale, pura valenza di costruzione di un senso o resa di una qualità.
    Se non vuoi essere definita “femmina”, allora, devo pensare che PER TE, per il tuo pregiudizio, per la tua paura sociale, quel termine è dispregiativo, cioè che tu stessa lo usi dispregiativamente, e che quindi sei tu che intimamente coltivi un preconcetto di genere. Hai paura di usarlo perché per te “femmina” è una brutta cosa e perché non vuoi che gli altri capiscano quanto per te “femmina” sia una brutta cosa. Ecco ipocrisia e colpa: l’ipocrisia di chi minimizza linguisticamente il suo tabù rendendolo spendibile socialmente, la colpa di chi sostiene questo tabù.
    Avete preso in considerazione che si potrebbero usare termini quali “di colore” o “donna” in un contesto che li renda offensivi? Perché è tutta qui la questione: è “l’utilizzatore finale” che sancisce dentro di sé il valore della parola che usa e del contesto in cui la inserisce.
    Se voi coltivate delle idee di merda, immancabilmente userete le parole di merda in contesti di merda.
    Non oso immaginare cosa ne uscirebbe se un politicamente corretto volesse chiedere di fare sesso ad una ragazza congolese:
    – «Mi piacerebbe poter realizzare un intervento preventivo di effusioni umide lungo l’intimità intrinseca del tuo sesso diversamente bianco».
    – «Ehm, come scusa?».
    – «Vorrei leccarti quella fica nera».
    Espressione certamente colorita, ma diretta, magari sussurrata senza volgarità, come trionfo linguistico di una passione che sta esplodendo e che è resa ancora più incalzante dal magnetismo del bruno esotismo della pelle della femmina. Genuinamente, senza mediazioni mondane, solo istinto in parole.

    L’ultimo passaggio era ironico, ma c’è poco da scherzare.
    Bisogna necessariamente riacquisire non solo la libertà delle parole, nella loro forza, concretezza e correttezza primitive, ma anche riconquistare un orizzonte terminologico che sia non più lo specchio di una civiltà della colpa in decadenza sotto i drappi dell’ipocrisia borghese, ma la vetrina linguistica in espansione di una rinnovata conoscenza e fiducia nelle idee.
    L’alternativa è di diventare tutti diversamente occupati, alternativamente intelligenti, contrariamente appagati, differentemente preparati.

    Palermo
  • 25 commenti a “Torna a casa, lessico”

    1. Nel tuo ragionamento, che in tanti punti condivido, esiste una contraddizione: la mutazione di significato di alcune parole di uso comune è proprio nata per conferirgli un peso che fosse più profondo di quello meramente letterario. Usando la tua stessa metafora, si è voluto dare colore al disegno prodotto dal segno della parola. Il motivo iniziale, oggi annacquato e forse anche dimenticato, era nobilissimo. L’esempio tipico, quello della parola negro, è evidente: in un mondo nel quale si provava con forza ad affermare la parità tra gli uomini utilizzare una parola, spesso usata in termini dispregiativi, come negro (nigger) non andava bene. Bianco, nero, giallo: dal momento che vogliamo identificare un uomo dal solo colore della pelle, usiamo i colori. Per tutti.
      Ovviamente pochi si sono accorti che col tempo si è cominciato a dire “di colore” solo per i neri, che è decisamente più razzista di negro! Ma questo è esattamente il problema che hai esposto tu…
      P.s. la storia di Salgari e Twain è davvero triste. Segno della pochezza dei tempi.

    2. Post molto interessante e costruttivo…
      Unico appunto: Fabio Volo non si può chiamare scrittore e quindi non si può paragonare a Coelho a Baricco…
      Per il resto grazie… ne farò tesoro… 🙂

    3. e comunque io mi sento donna e non femmina. Non riesco a non dare ragione alla tua amica. Ci sono donne che, per diversi motivi, rifiutano la femminilità e l’essere femmine. E non parlo solo di lesbiche, io sono mamma e moglie eppure non mi sento vicina all’essere femmina se non nell’accezione della mamma appunto.
      L’essere femmina purtroppo porta con se alcuni aspetti negativi che l’essere donna mitiga parecchio, ad esempio la stupida competizione per un paio di pantaloni, la competizione tra di esse per chi ha la scarpa più bella, il ragionare in maniera impulsiva sull’onda dell’istinto. Essere donna, grazie al Cielo, almeno per me, vuol dire essere una femmina matura, che supera tutte le negatività dell’yin.

    4. Le parole sono innocenti. Ma anche noi lo siamo, fragili ed indifesi.

      ” Fogli bianchi imbrattati di deserto ”

      Tu non hai pietà. Che ti abbiamo fatto, eh ?

    5. Il ragionamento è apprezzabile seppure ansiogeno perché di struttura affastellata. Insopportabile il refuso (è un refuso?) che mortifica il congiuntivo: segua. Infatti l’autore scrive: “…non ritiro la mano e spero che qualcuno segui il lancio a sua volta”. Lo invito inoltre a coltivare l’efficacia della sintesi. Avrebbe potuto esprimere i medesimi concetti utilizzando la metà delle parole. 6 e mezzo…

    6. Marco,
      ti confesso che non ho avuto il tempo di leggere tutto l’articolo. Solo mi viene in mente che – se non ricordo male – “femmina” veniva da “fe” e “minus”, meno fede, capace di essere meno fedele (Eva?). Forse per questo la tua amica ti diceva che voleva essere chiamata donna?

      Ciao và
      Fra

    7. con tutto il rispetto è abbastanza chiaro che di linguistica non ne capisci nientissimissimerrimo..
      dimentichi la connotazione e dimentichi o forse non sei a conoscenza del fatto che dopo locke la teoria sulla lingua e sul segno si è un po’ evoluta ovvero è cambiata e con essa anche la connotazione delle parole il cui significato viene garantito da tutti i parlanti ma non è eterno..donna oggi sappiamo cosa significa tra 100 anni potrebbe significare terrorista o avere una connotazione negativa..
      ovviamente le regole sono anche fatte per essere infrante..
      io quando parlo non ho problemi con la parola negro che mi sembra molto meno razzista del classico “di colore” come se l’unico colore possibile fosse il nostro e quindi il diverso debba essere connotato..
      la lingua si evolve, è vero secondo i concetti, che spesso possono essere sbagliati, mi spiego, negli stati uniti per dire bianco si dice caucasian, sempre per le solite stronzate politically correct, e tsa a indicare qualcuno che si trovi un setto nasale pronunciato e proveniente più o meno dall’europa, ma a noi chi lo dice che ?sta teoria del caucasian sia vera?

      parlare è un’arte, scegliere i termini corretti e adeguati alla sensibilità dell’interlocutore pure..
      se hai argomentazioni puoi pure farli cambiare idea..

    8. contesto e registro contesto e registro

    9. 1) perchè scrivi “sciocchi studentelli”??

      2)a proposito di lingua nemmeno tu scherzi ” Confesso che dopo la sua uscita lasciai morire la conversazione” ?? uscita ?

      3)ci sono filosofi del linguaggio che hanno scritto intere opere su questi argomenti.Il significato è l’uso o l’intenzione?

      La lingua è in continua evoluzione , le parole non sono innocenti ma convenzioni ; è facile fraintendersi se ad una parola associate diversi significati . Ma questo è un pericolo inevitabile , ognuno di noi quando comunica con l’altro trasmette parte delle sue esperienze e del suo mondo.

      Cordialmente

    10. Master, grazie dei consigli, la sintesi non è mai stata una mia qualità scrittoriale.
      No, non è un refuso, incasso l’errore. Ho scritto e non ho riletto con la dovuta attenzione. Ma questo è un post (per rispondere a sempreio), non un trattato, un saggio o simili. Nelle case editrici si usa passare dall’editing per evitare questi errori. Editing che avrei dovuto curare da me, ma non l’ho fatto, e in questo luogo non si passa attraverso la rilettura critica del testo prima della pubblicazione. Sulla stessa linea, il mio pezzo non si propone come testo scientifico, fin dalla premessa, quindi mi prendo delle libertà che altrove non userei, ecco perché “uscita”. Per lo stesso motivo il tutto può sembrare affastellato, anche se non sono d’accordo.
      “Sciocchi studentelli” perché si è subito portati a pensare che certi errori o certe mancanze possano essere attribuiti solo alla distrazione di qualche studente. Invece le mie parole erano dirette contro i professionisti.
      Ugualmente cordiale.

    11. p.s. in ogni caso, qui non si punta il dito verso una distrazione morfo-sintattica, che può capitare a chiunque, ma sul valore e l’uso delle parole.

    12. Meraviglioso. Il politicamente corretto è la tomba della lingua. “Diversamente abile”, “non vedente”, “lato b”. Io vorrei chiamare le cose col loro nome. La malizia è nell’orecchio di chi ascolta.

    13. Onore a Marco Priulla che ha riconosciuto un proprio errore. Questa sua onestà, insieme con la capacità d’analisi mostrata, dànno di lui un disegno dal futuro molto interessante.
      P.s.: a proposito di “affastellamento”. Non è di certo sconsigliato mettere molta carne al fuoco, ma a condizione che la “cottura” sia uniforme.
      Cordialità.

    14. Nel merito.
      Una donna che ha ritrosia nell’essere chiamata femmina ha, quanto meno, un problema di maturità. E non ne intendo discutere. Pardon.

    15. Aggiungo: confesso che ho vissuto…
      Le donne Donne da me conosciute erano tutte femmine e senza problemi.

    16. Pausa pecoreccia (e neanche originale).
      Se i videolesi sono i ciechi e gli audiolesi i sordi, chi sono i tirolesi?

    17. Quelli a cui non tira…ahahaha
      Master ti ringrazio per le tue parole e per il contributo, che condivido.

    18. A me non da fastidio essere FEMMINA.
      La gran parte sono solo DONNE, solo poche sono FEMMINE.
      PS a scanso di equivoci, sono una persona pienamente realizzata sia nel lavoro sia nella vita privata… e faccio un lavoro da uomo!!

    19. “femmina” è un valore aggiunto, a me piace, lo trovo tondo e “femminile”.
      alcuni “non vedenti” o “ipovedenti” si definiscono ciechi, e meno male.
      il linguaggio si evolve, assume diverse sfumature, e spero che neanche conrad sia agguantato da editori dallo sguardo corto….quando parlava del suo primo comando e dei negri, nella linea d’ombra.
      anni fa feci parte di un equipaggio misto, normo dotati e portatori di handicap si direbbe oggi, poi tutto stava nel guardarsi negli occhi, e nel riuscire a caricare una carrozzina a bordo senza chiedersi se fosse un ausilio alla non deambulazione, o una semplice sedia a rotelle.
      fa piacere che “froci” venga tacciato di omofobia, e che “pervertiti” stia uscendo dal nostro vocabolario…
      anche io ero rimasta perplessa di fronte a quel congiuntivo, lo prendo volentieri per un refuso…
      (pagine bianche e deserti segnata negli appunti)

    20. ps la scrivente è una donna

    21. A me essere femmina piace…sono una donna femmina 🙂

    22. P.S Il post mi è piaciuto molto e non mi ha fatto incazzare…mi ha fatto pensare!

    23. @Francesco Triglia. Ma no, quale fede ed infedele:
      I minne, ‘e zinne
      Da cui anche “Minchia, che zinne !”
      Perfetto così, tutto al femminile. Universale.

    24. @manuelo – Mi ha illuminato. Grazie

    25. Mi scuso per il ritardo, ma la sua lealtà, caro Priulla, ed il suo talento mi “chiamano” per dare a Cesare, cioè al commentatore “sempreio”, ciò che gli spetta. Egli critica con mal riposta supponenza il suo uso della parola “uscita”. E non c’è peggiore critica di quella infondata, meglio il silenzio su un errore che una condanna iniqua. Citerò (perché non intendo scontrarmi con “sempreio”) un dizionario degno di questo nome: lo Zingarelli. La parola “uscita” è definita in tredici modi tra i quali anche “parola o frase spiritosa o mordace” e tale era la sua a quella femmina. Buona vita.

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