giovedì 17 ago
  • Le abbanniate palermitane

    Se ci fermiamo ad ascoltare il suono della città, ripulendolo dai rumori, ci accorgiamo che qualche venditore che abbannìa esiste ancora.
    L’uomo, il più semplice che esiste, è il cardine di tutto. Quell’uomo che si alza la mattina presto e cammina tutto il giorno per recuperare, se va bene, pochi euro al giorno. Allora l’uomo grida, a volte per rabbia, a volte per scherzo, spesso per mangiare.

    La curiosità per questa forma di pubblicità in poesia mi ha portato a raccogliere e registrare le abbanniate in giro per la città (e non solo).

    Abbanniatore

    Un primo contesto analizzato è il mercato del Capo. Qui si decantano le melanzane, specificandone il prezzo, «cinque milinciani un euroÆ, oppure l’uva specificandone la presunta bellezza, «che bella l’uva!». Un personaggio particolare di questo mercato è il pescivendolo tenore che nel suo lungo grido consiglia di cucinare il pesce «Alla diavola!« cantando allungando, fino quasi alla mancanza di fiato, la prima vocale “a”.

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    Un altro pescivendolo ha trasformato la sua Fiat Uno in una bancarella mobile. In questo grido troviamo anche una specie di sfida ai clienti «…’riamo cu ci arriva a ‘u filettu!» come per dire che la merce decantata è così particolare e molto ridotta in quantità, che richiede una “corsa” tra i clienti per accaparrarsi il “premio” promesso.

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    Un altro esempio particolare di venditore incontrato è un fruttivendolo che, nella zona di corso Calatafimi, canta la sua merce facendo diventare le pesche le protagoniste del rifacimento di una canzone di Paolo Conte, così gridando melodiosamente “Piesseche e nuvole!”, dove appunto i frutti hanno preso il posto di “Messico”.

    Il venditore di pannocchie bollite gira per i quartieri più popolari con la sua lambretta blu; nel pianale posteriore è posizionato un gran pentolone dove sono tenute in acqua calda le “pollanchelle”. Il grido tipico di questo venditore potrebbe essere frainteso: «Cavura l’ahju, tiennira!».

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    Un altro grido interessante è quello del venditore di meloni, cocco e semi tostati, registrato a Porticello: «…Ma che è cavura stasira!».

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    In giro per Palermo si sente spesso l’abbannìo di un ragazzo di circa trent’anni che vende accendini e fazzoletti. Il suo grido è molto malinconico, anche enunciando semplicemente la merce e i relativi prezzi. Avvicinandomi a lui e chiedendogli il motivo del suo grido, lui mi risponde con gli occhi bassi: «Se non faccio così non vendo, e ho un bambino di undici mesi…» in quel preciso momento ho capito il vero senso dell’abbanniata.

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    Ospiti
  • Un commento a “Le abbanniate palermitane”

    1. Di abbanniate ne ho sentite di tutti i tipi ma ancora non sono riuscito a scegliere quella più bella perché sono, secondo me, la forma di poesia più genuina del popolo…

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