lunedì 19 feb
  • Intervista a Kamal e a Mona

    Kamal

    Ho sempre scritto seguendo le mie esigenze, quando la notte non avevo voce per dare sfogo ai miei pensieri, adesso guardo meglio questa città, questa grande prostituta che non ci ama, madre di figli ignoranti e snaturati che mettiamo incinta ogni sera, però abbiamo questo seme coraggioso: sono questi figli che ancora non hanno conosciuto il male, siamo noi che abbiamo ancora la forza di girare i tacchi. È una brava donna in fondo, è materna e calda, ma così stupida che a volte viene voglia di scappare, di non sentire le sue lamentele. Ma come si fa a non mancarti? Quelle braccia di sabbia, i mattoni spizzicati, il fumo che esce da sotto un ponte. Io amo Palermo, in ogni angolo buio vedo una mia paura, negli occhi di ogni passante vedo un pezzo di un puzzle che potrebbe completare una mia immagine. Allora sono qui per mostrarvi questi pezzi mancanti, di dare voce a questi personaggi improbabili, per mostrarvi la loro pelle. Racconterò e vi farò raccontare la vita da un altro punto di vista.

    Stamattina mi sono svegliata con questa idea in testa, la giornata era troppo bella per rimanere in casa, anche se i libri sulla scrivania mi chiamavano. Sono scesa, macchina fotografica e un quaderno in mano. Quando ti senti solo, cammina per Palermo, via Maqueda è piena di disperati come noi, ma sorridono lo stesso, si coprono i denti marci con le mani penzolanti, ti mostrano i loro occhi bui. Siediti all’ombra e senza volerlo comincerai a conoscere la storia di qualcuno, alcuni approdati qui per caso, altri ci convivono. “La spesa, la spesa, l’affitto, l’affitto”, sono le parole che gli balenano in testa, se qualcuno ti chiede soldi compragli da mangiare, sazierai la sua fame e non di quei tizi sopra di loro, che gli hanno insegnato come tenere un piattino in mano.
    Siamo dei preservativi bucati, una scopata finita male, una scarpa abbandonata su un gradino, chissà come siamo finiti là sopra, da soli, senza il nostro doppione.

    Kamal, il mio primo personaggio improbabile sbucò senza che neanche me ne fossi accorta, voleva una sigaretta. Mi fece il gesto con le dita. Aveva un maglione grigio, infeltrito e pieno di buchi come le sue scarpe, però aveva dei bei denti, rideva sempre ad ogni parola che dicevo, aveva una carpetta sotto l’ascella, documenti da consegnare a non so chi. La prima cosa che mi chiese fu se avessi i genitori, risposi di sì, era inspiegabilmente contento della mia risposta. «Dieci anni in Italia, due figli maschi, anche loro, come me, non lavorano, abitiamo in un monolocale lontano da qui, cammino sempre a piedi, è l’abitudine, la bicicletta me l’hanno rubata davanti ad un bar mesi fa, mentre chiedevo un lavoro. È difficile vivere, ma sicuramente questa città è più benedetta della mia, mi piace questa città, anche se elemosino per mangiare, non è che per caso hai due euro?».
    «Vieni ti accompagno al panificio, hai mangiato stamattina?» rispondo.
    Fa no con la testa, si guarda le scarpe e mi segue, mi fissa come se ad un momento all’altro potessi cambiare idea, lasciarlo con i sacchetti in mano e scappare. Mi piace l’idea di sapere cosa mangerà stasera, che i suoi figli avranno il piatto stracolmo grazie a me. Mi bacia le mani, guarda il cielo e ringrazia Allah.
    «Grazie a me, non ad Allah!» gli dico scherzando.
    Ride mentre entriamo in quel panificio vicino il teatro Biondo, negli scaffali a destra vendono altri tipi di viveri, carne confezionata, pasta, prende una bottiglia di vino, poi si scusa, dice che gli sembrava il latte, in quelle braccia enormi ci mette due pacchi di pasta, quella a spirale, io la chiamo “le girondine” rido e gli dico che piace anche me quella pasta, è la mia preferita. Poi una bottiglia di olio, latte e una bottiglia di sugo. Mentre facciamo la fila scappa, prende il bicarbonato.
    «Lo uso per i piedi» dice.
    «Per i piedi? A cosa serve il bicarbonato per i piedi?», si vergogna e non risponde. Mentre pago la signora di fronte a me mi tocca la mano, porta due fedi al dito e uno smalto trasparente.
    «Ah se fossero tutti come lei signorina» mi guarda mentre prendo il suo posto in fila. Quando usciamo Kamal ancora non ci crede, mi abbraccia forte, gli esce una lacrima. Penso a tutti quei soldi che avrò speso, solo per il gusto di farlo, solo per avere la borsa abbinata alle scarpe. E adesso ho fatto piangere un uomo che pressoché avrà l’età di mio padre, gli chiederei altre mille cose ma mi dice : «mik mik» che a quanto pare significa “poco”, parla poco italiano, non sa esprimersi bene, si scusa. Lo saluto e lo lascio andare.

    Giro per via Maqueda, passo davanti alla Facoltà di Giurisprudenza, tre ragazzi sopra un’ape mi fanno l’occhiolino e mi offrono di fare un giro senza soldi. Gli dico che se fossi stata un maschio avrei accettato.
    «Non te l’avremmo mai chiesto, non siamo mica finocchi» mi rispondono. Entro nel bar di fronte la facoltà, una ragazza bionda con gli occhi azzurri mi incarta un cornetto e una bottiglietta d’acqua, li userò per il prossimo personaggio. È una bambina rumena di dieci anni, si chiama Mona, capelli neri e denti storti, ha un cane nero che a guardarlo sembra un tappetino di pelo sporco, si chiama Lessi. Gli offro la colazione, il cornetto che un minuto prima avevo comprato lì vicino. Sta seduta in un angolo, sopra un gradino di una chiesa, mangia mentre ammira la fontana della vergogna, un poliziotto che cammina con le mani dietro la schiena.
    «L’hai mai avuta un’amica, Mona?» gli chiedo.
    «No», ride, si mette la mano davanti la bocca, intanto Lessie si è svegliato, anche lui mangia un po’. Guarda il cane: «L’abbiamo trovato lì» parlando della sua città natia, «L’abbiamo portato con noi in aereo, è bravo non abbaia mai», lo accarezzo anch’io, quel piccolo bastardino senza denti. «Ho sempre chiesto soldi, lo facciamo tutti, arrivo la mattina e me ne vado la sera, quando piove entro in chiesa, mi infilo Lessie sotto il giubbotto, se mi vedono mi buttano fuori, qui i cani non posso stare, comunque ce l’ho un amico, è lui, quando faccio puzza a lui gli piace, non mi allontana» ride di gusto.
    «Credi? A Dio intendo!».
    «Ah no, non ci credo, credo solo a mia madre».
    «Ti piace Palermo? Potresti chiedere soldi dovunque, come mai hai scelto proprio questa città?».
    Mi fa le spallucce e poi mi risponde: «Mi piace tutto di Palermo, tutto».
    Beata te, penso: c’è gente che odia questa città anche per colpa sua, perché ci sono troppi mendicanti che ti saltano addosso e nessuno fa nulla, la gente li odia, così rimangono in un angolino, vengono arenati come tronchi di legno, e il fiume siamo noi. Ma a loro va bene così.
    «A me non piace fare questo» mi mostra un buco sui pantaloni.
    «E cosa vorresti fare Mona?»
    «Non lo so» si gira e ride.
    «Ne hai giochi? Io a dieci anni con cosa giocavo? Ah si, leggevo fumetti, pensavo di essere una Witch, di spostare gli oggetti con gli occhi».
    Ride in continuazione, sicuramente avrà capito la metà di quello che avrò detto. Ma ad un certo punto mi guarda.
    «Ti confido un segreto, io ho il potere dell’invisibilità».
    Dopo aver respirato questa innocenza decido di andare.
    «Io vado Mona»
    «No ti prego resta» mi guarda triste.
    «Devo andare, ma dirò in giro che di fronte questa bellissima fontana c’è una bambina sola soletta che ha bisogno di confidare il suo segreto… Ciao Mona»
    Le do un bacio sulla guancia e vado.

    Ospiti
  • 2 commenti a “Intervista a Kamal e a Mona”

    1. bravissima!!! mi è piaciuto tantissimo!

    2. Grazie!
      Leggerti mi ha fatto stare bene, senza neanche sapere bene perchè…

    Lascia un commento (policy dei commenti)

    Ricevi un'e-mail se ci sono nuovi commenti o iscriviti.

Intervista a Kamal e a Mona, 4.4 out of 5 based on 7 ratings