I disabili
Da bambino tentavo spesso di passeggiare sulle pareti. Come l’uomo ragno. Sporgevo il classico sandalo a occhio degli anni Settanta per camminare sulla superficie verticale e bianca della sala da pranzo. L’idea era ambiziosa: arrivare sul soffitto e circolare con la testa all’ingiù. Siccome non riuscivo nello scopo, piangevo. Avevo cinque anni ed ero un disabile. La mia disabilità consisteva nella frattura fra i desideri e la realtà. Fra ciò che volevo e ciò che non potevo. Fra i percorsi e la strada. In fondo l’handicap è tutto qui: un rapporto squilibrato tra la persona e il contesto. Carrozzine bloccate dalle macchine in sosta selvaggia. Autobus senza supporto. Percorsi di guerra metropolitani.
Nel mio caso, sono cresciuto. Col tempo, ho capito che era impossibile “acchianare i mura lisci”. La saggezza del limite mi ha reso improvvisamente normale. Domanda: una città più a misura di handicap potrebbe avvicinare la normalità alla disabilità? Non avere l’uso delle gambe è tragico. Non potere passare sui marciapiedi ostruiti dalle masserizie del traffico accresce il senso di impotenza. Moltiplica il dolore. Esclude. Continua »






























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