martedì 21 nov
  • Malesia, tric-trac e bombe a mano

    Kuala Lumpur è una città dove si mescolano e si bilanciano costruzioni metropolitane e giungle.
    Rispecchiando il multiculturalismo del paese, la città offre la possibilità di venire a contatto con le variegate culture del paese, tra vecchi edifici coloniali, pagode cinesi, templi hindu e moschee islamiche.
    Non appena atterrata al modernissimo e fantasmagorico aeroporto KLIA, l’omino del controllo passaporti mi chiede prima ancora di controllare i documenti: ”where are you from?” e io: “Italy” e lui: “oh yes, Filippo Inzaghi!” e così ho scoperto anche per il resto del mio soggiorno malesiano che se vi chiederanno da dove venite basterà rispondere Inzaghi e anche il malese che vive nella giungla del Taman Negara dedurrà che siete italiani!

    Il centro di Kuala Lumpur ospita diversi edifici coloniali, una vivace Chinatown con svariati mercati notturni e un pittoresco distretto indiano.
    L’edificio delle Petronas Tower è meno pittoresco ma altrettanto visibile. Svetta altissimo per quasi mezzo chilometro e di sera viene illuminato da fasci di luce in movimento.
    Gironzolo tra le viuzze nei pressi di pazza Merdeka, cuore della città come una mondina cinese col suo nuovo cappello a pagoda: a causa dell’elevato tasso dell’umidità oggi la mia fluente chioma mi rende misto tra un leone gay e Fiorella Mannoia in vecchia versione.
    Nonostante la costituzione maese garantisca la libertà di religione, quella di stato resta sempre l’islam. E tra il continuo andirivieni di musulmane integraliste velate di nero, non posso fare a meno di notare su ogni autobus e ingresso agli edifici pubblici un inquietante divieto rappresentante un coso a palla rassomigliante una bomba Mk2.
    Apprenderò più in là dalla mia amica malese Moni Lai che la bomba Mk2 in questione altro non è che il famigerato durian: frutto dall’odore assolutamente abominevole, ma a detta di tutti considerato una prelibatezza locale.
    E così, guidata dalla mia irrefrenabile curiosità, decido di addentrarmi nel mercato notturno di Pasar Malam, che racchiude le diverse culture culinarie di questo affascinante paese.
    Quí si mescolano profumi e odori in uguale misura così come le etnie e perfino i gusti musicali di strimpellatori ambulanti.
    Ciò che mi appare stupefacente è la colorata esposizione di un insieme di frutti tropicali mai visti prima: ciku, mangoseen, starfruit, rambutan, tric-trac-e-bombe-a-mano (no quello era il durian).
    Guidata da amici malesi, solo adesso comprendo quelle espressioni di profondo disgusto negli occhi dei miei ospiti australiani a Palermo, quando in visita alla Vuccirìa mi apprestavo a mostrare con orgoglio alcune delle bizzarre prelibatezze palermitane. Ma alla faccia di mille frittole, stigghiole, interiora e milza il mercato di Pasar Malam espone delicatezze alla portata dell’orco Shrek: spiedini di larve, grilli in soffritto e tempura di cavallucci marini fanno capolino da una baracca cinese. Paese che vai…schifezza che trovi.
    Dal primo scontro olfattivo col durian invece ne risulta una miscela venefica, al cui confronto il gas nervino deve sembrare eau de toilette, ma i miei impavidi amici decidono di comprarne ugualmente uno.
    “Where are you from?” mi domanda tutto contento il ragazzino dalla bancarella delle “bombe”. E io, tanto per cambiare musica rispondo: “Totti!?”. Il ragazzino mi guarda perplesso per qualche secondo, poi sorridendo ribatte: “No, no, no, Filippo Inzaghi.”.
    Inzaghi e basta. Rimarrà per me un mistero come avrà fatto Inzaghi a diventare cosí popolare da queste parti. Secondo me si sarà magnato un intero durian in piazza Merdeka guadagnandosi la stima dei malesiani.
    Torniamo in albergo, ma il durian non dorme con noi: lui resta fuori dalla finestra, dato che temiamo seriamente ci possa uccidere nel sonno.
    Il giorno seguente si parte per Johor Bahru, dove viene a prenderci la nostra amica Moni Lai. Ha un sorriso irresistibile ed una capigliatura a guscio Calimero che nel complesso fa molto China.
    Nella sua casa di Permas Jaya, a pochi minuti da Johor Bahru, al confine con la vicina Singapore, brulica del parentame vario che ha giá occupato tutti i posti letto della villetta, divani compresi.
    Pertanto, veniamo sistemati in un alberghetto cinese: un postaccio dove la stanza di per sé sarà all’incirca capiente quanto l’abitacolo di una Smart e la claustrofobia ti attanaglia il collo.

    Lo scenario a Permas Jaya cambia notevolmente rispetto alla ricca e cosmopolita Kuala Lumpur. La popolazione è composta in maggioranza da Indonesiani e Cinesi in cerca di fortuna, le costruzioni sono fatiscenti e le condizioni igieniche pessime.
    All’ingresso del nostro mini-alloggio trovo un altro divieto di “bomba a mano”, seguito da un divieto d’ingresso in camera con le scarpe.
    Avendo dovuto necessariamente rispettare le tradizioni locali, scopro a malincuore qualche ora dopo di essere stata ingiustamente derubata.
    Il bottino: un paio di infradito di plastica.

    Dico io…a Palermo mi sono fatta fregare di tutto quando ero ragazzina : Dal motorino, agli occhiali da sole, un cerchietto Naj Oleari…persino le figurine di Holly e Benji da sotto il banco di scuola.
    Fossero state Manolo Blahnik… Ma dico, dovevo proprio venire in Malesia per farimi futtiri un paio di tappine?

    Sicilia
  • 12 commenti a “Malesia, tric-trac e bombe a mano”

    1. leggerti mi fa proprio bene .. così dopo il parà ,belem ed algodoal adesso mi fai ritornare indietro nel tempo:le
      isole perenthianes,splendide..e poi
      vedo le tartarughe arrivare,
      quella magica notte,in spiaggia e depositare le uova
      se non sbaglio si chiamava
      kota barhu….
      e poi….
      aquiloni,batik ..e ricordo….KL e il rock cafè e…ed era ..l’aprile del 1993..
      grazie
      pequod

    2. Acc.. Sono consumato! Sono appena riuscito a pacificare i miei amici Mario e Sonia dalla “sciarratina” innescata dal post sull’Amazzonia.
      La Sonia voleva timpuliare suo marito Mario perchè questo, spilorcio come sempre, la voleva scarricare a S.Vito Lo Capo anzichè portarla per mete esotiche.
      “Chidda si ni va mancu sacciu unni e io? Darrere l’angolo…”.
      E giù i fulmini dall’inferno.
      Per mettermi in mezzo ho abbuscato pure una tappinata in testa.
      Ma l’amicizia val bene una scorfanata. Tutto sembrava ritornato sereno, quando…
      Stamane leggo di Kuala Lampur, Permas Jaya, batik e compagnia esotica viaggiando.
      Ora io tremo, non ho alcuna voglia di essere ritirato in ballo. Guardo con terrore il telefono.
      Pertanto comunico agli amici e parenti che sono partito per dove volete voi e che è inutile che mi telefoniate. Non rispondo a nessuno!
      Drimmmm…drimmm…drimmmm

    3. Non male la Malesia.
      Nel 1995, quando sono andato io, le Petronas non c’erano ancora, spopolava Baggio e il durian puzzava di mer.@ (letteralmente) come sempre, ed era vietato anche negli hotel.

      Però non ho avuto le tue visioni di spitini di insetti e polpette di ippocampi. Anzi, in tutto il Paese (solo la penisola) ho mangiato divinamente per due soldi e trovo che la cucina fosse molto vicina a quella siciliana e distante dall’idea di orientale che ne abbiamo.

      Tocca tornarci.
      byex2

    4. Ciao Gioca,
      Rettifico :spitini di insetti (é bellissima) e polpette di ippocampi solo nelle bancarelle cinesi.
      In realtá in tutto il paese anche io ho mangiato molto bene. Non dimenticheró mai il mega granchio sale e pepe, o il Panang Curry, o la speziatissima Laksa…
      Che la cucina Malay fosse vicina a quella siciliana in realtá non ci avevo mai pensato e mó sono curiosa: cosa hai mangiato?

    5. OTTIMO RACCONTO COME SEMPRE ALICE SIMONETTI LICIA COLò MORRISON!! 😉

    6. piu Alice Licia Colò Simonetti Morrison!!
      meno ZAIRE!!

    7. Per Alice:

      Io mangiavo praticamente dalle bancarelle (forza dell’abitudine…) quasi esclusivamente dai Malay (per intenderci: i non-cinesi, i Malesi veri): pollo grigliato con salsa di arachidi, verdure varie col pikki-pakki, fegatini e duroni di pollo col riso. Cose di questo genere, spesso non particolamente speziati. Tante volte mangiavo nei ristoranti indiani, spettacolari. Al posto delle stoviglie, foglie di banano.
      La mattina devo dire, nei “bar” cinesi era il meglio, con un sacco di dim-sum.
      E poi tanta tanta frutta tropicale. Il mangostano il mio preferito.
      KL è stata più difficile, molto meno “friendly”, essendo già metropolizzata, nonostante le scimmie sugli alberi in pieno centro.

      La verità è che ho tanto mangiato, che forse mi ricordo più quello che i panorami 🙂

      Io penso che il fatto che la nazione sia musulmana (almeno come religione di stato), per l’invasione degli arabi, abbia portato in pieno Oriente elementi mediterranei, comuni ai nostri. E me ne sono accorto al museo antropologico, dove erano esposti “antichi strumenti a vibrazione”: dei marranzani, gli scacciapensieri!
      Forse Amato doveva associare le nostre (supposte) abitudini a quelle malay, piuttosto che a quelle pakistane!

      Hai scattato foto e messe in linea?

      Giovanni

    8. Fabri*,
      ti ringrazio del complimento.

      Gioca,
      alcune delle mie foto di Malaysia e Singapore sono online qui : http://picasaweb.google.com/alicesmorrison/MalaysiaAndSingapore

      Buona giornata!

    9. wuuaw e sei pure di molto belloccia (O_O). non sono andato molto lontano parlando di licia colò, oltre che lo spirito avventuriero avete entrambe splendidi occhi chiari. complimenti allo chief!!

    10. errata corrige: oltre che lo spirito avventuriero avete in comune splendidi occhi chiari.

    11. …forse l’unica versa cosa che mi accomuna a Licia Coló é l’amore sviscerato per gli animali. 🙂

    12. Bel reportage e foto descrittive.Brava!Ma io in Malesia non saprei cosa mangiare…quindi non ci andrò,essendo di gusti difficilissimi e semi-vegetariano!L’animalismo limita i viaggi…

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