mercoledì 22 nov
  • Giocatori di pallone

    Le case in cui siamo nati hanno probabilmente condizionato i percorsi delle nostre vite. Gli occhi hanno preso confidenza con un paesaggio e hanno finito per scambiarlo col destino. C’è chi si è alzato ogni mattina in una stanza col sole in fronte e le nuvole, come Heidi nella baita del nonno. C’è chi ha visto perennemente lo stesso zoom del medesimo albero spoglio a un passo dal balcone, perciò ha saputo inventarsi una primavera di reazione oppure è rimasto inghiottito dalle zolle del suo autunno infantile. La finestra del mio soggiorno dava su un campo di calcio immaginario. Era una cupa lingua d’asfalto con le macchine, con un cancello verde. La sagacia dei ragazzi che dovevano inventarsi la partita quotidiana, quando ancora non esisteva il “calcetto”, riusciva a compiere l’impresa della trasformazione. Il cancello verde diventava così la porta da difendere o da violare. L’asfalto finiva col somigliare al tappeto argentato di San Siro. Le macchine in transito assumevano le sembianze di avversari sbucati all’improvviso, arcigni stopper di lamiera destinati a frenare la corsa della fantasia lanciata a rete.
    Le abitazioni hanno messo i nostri anni in rotta, seguendo la mappa degli sguardi. E molti giocatori di pallone della mia generazione sono cresciuti come sono cresciuti perché hanno calcato quei campetti aspri e magnifici, pascoli di sogni gratuiti e abusivi. Il dribbling difficile, tra bluff e prodigio, è la nostra specialità olimpionica più acclamata.
    Vicino alla mia vecchia casa, i campi di riferimento erano quattro. Del glorioso “Scipione” ho già scritto. Rappresentava il massimo sacramento, protetto da un tabernacolo di ferro arrugginito. Resta da narrare dello stadio di via degli Abruzzi e di quello di piazza Mario Francese e del sontuoso Bernabeu di Villa Barbera. Il primo era costituito da un ammattonato sghembo. La fascia destra era delimitata dai negozi a ridosso. La fascia sinistra scorreva via all’ennesimo, si perdeva fino alla strada. Rappresentava di conseguenza il gigantesco territorio di riferimento degli “scarsoni”. I Maradona, infatti, preferivano smarcarsi nello spazio stretto tra i negozi, per dimostrare tecnica superiore. La porta che nessuno voleva era formata da un incrocio di vasi sgraziati, recanti piante ignote alla botanica. Ti gettavi, rischiando di ferirti con le spine. La porta ambita dai giovani guardiani dell’epoca – quorum ego – aveva l’aria delimitata dai pali tondi dei portici. Sembrava genuina.
    Soltanto la traversa mancante si doveva misurare a occhio, individuando un punto a casaccio tra la testa del portiere e il cielo. Le discussioni si sprecavano. Laggiù sono stato oggetto della parata più bella della mia vita. Lo scrivo al passivo perché non fui io l’artefice del volo. Qualcosa che non conosco mi prese per le spalle e mi sollevò dietro la coda di un Super Santos-cometa, nella sua scia. Capita due o tre volte nel tempo che ci è concesso.
    Poi c’era il campetto limitrofo di piazza “Mario Francese”. Era troppo piccolo e pieno di polvere per sognare. Poi c’era il campetto “Bernabeu” di Villa Barbera, considerato fuori concorso perché splendeva di gloria all’interno di un residence.
    Per cui si doveva aggirare la sorveglianza di un vero portiere per accedere alle sue meraviglie. Costui, se in buona giornata, faceva finta di non accorgersi di mandrie di ragazzetti in pantaloncini, pallone di frodo in testa, che tentavano disperatamente di dissimulare. Altrimenti era peggio di Gentile. Ti serrava implacabilmente, fino all’ignominiosa fuoriuscita. A Villa Barbera le porte erano cancelletti grigiastri con le traverse che arrivavano ai ginocchi di noi adolescenti.
    Ottime per la presa a terra. Ma chi parava lì non ha mai imparato davvero a volare.
    Io ho giocato un po’ ovunque, mai sotto casa mia, per divieto paterno e per paura delle macchine. Il desiderio di farlo è tuttora bruciante. Appena socchiudo gli occhi rivedo il cancello verde, il pallone e i gatti sui tetti. Mi rivedo bambino.

    Palermo
  • 16 commenti a “Giocatori di pallone”

    1. Dalla mia finestra si vede un campetto di calcio in terra battuta, tutto sgangherato.
      Ricordo come fosse ieri quando ciurme di ragazzini venivano per i tornei tra i palazzi della zona.
      Si armavano di sacchi di gesso per tracciavare le linee del campo da gioco, e poi via a correre dietro la palla.
      Io li guardavo da dietro la finestra, ero troppo piccola…ma qualche coppa in bacheca resiste ancora!
      Oggi il campetto è diventato il parcheggio del mio palazzo, e dentro le porte senza rete ci si può vedere solo il muso di qualche macchina.
      Tristezza!

    2. Sempre grande Roberto!!! azzz, quanto sei bravo a descrivere…
      sto ancora aspettando il libro, un saluto da Roma Maris

    3. Ciao Mari. Spedito ieri

    4. Abitavo in via Catania e la via Rosario Riolo era tutti i pomeriggi un campo per destinazione. Le pietre al posto dei pali, “ma tocchi tu” per scegliere i giocatori e formare le squadre, discussioni sui tiri appena alti “E’ gol, si, no, puteva esser gol ma u purteri è curtu..”; tre “coner” un rigore e poi una parolina che non ho sentito più: “ENZ”. Mi pare fosse il fallo di mano.
      La domenica andava di lusso (ma bisognava alzarsi presto per trovarlo libero) al campetto in cemento (ex basket) di villa Garibaldi. Ma se tiravi troppo alto e il pallone andava di là, dove c’era il custode, “stu curnutu” nu tagghiava senza pietà.

    5. Ma perchè deve esistere sempre quello che taglia il pallone??? 🙁

    6. …io giocavo nel parco giochi interno o, quando arrivava la adorata estate, in spiaggia a mondello o nella spiaggetta della torre (spiaggetta che adesso hanno riempito di balate di cemento e tettoie per i vecchi che si devono prendere l’ombra).

      non scorderò mai la mitica frase che sistemava qualsiasi discussione riguardo i tiri alti (sempre a corto di traaverse)

      gòll orrigòre! gòll orrigòre!

      😉

    7. La mancanza di traverse era un problema sociale

    8. Grazie, buona giornata

    9. @Ghito : si chiamava ENZI , era ovviamente il fallo di mano ed era la storpiatura della parola inglese Hands ( mani appunto ).
      Esisteva poi anche il FRICHICCHIO ovvero la ripresa del gioco con una palla lasciata cadere dall’arbitro tra due giocatori che se la contendevano , anche questa veniva dall’inglese ( FREE KICK ).
      Da non dimenticare poi , tra le peculiarità del gioco di strada , la figura del “portiere-attaccante” , splendido compromesso tra chi non voleva mai stare in porta e il resto della squadra : unico inconveniente la valanga di gol presi in contropiede .
      Era bellissimo tutto cio . 🙂

    10. @Danielo: Anche io giocavo nella spiaggetta della torre. Ti parlo di almeno 14-15 anni fa. Ricordo che si giocava sempre con il rischio di avere il pallone tagliato da quelli che avevano la cabina proprio a ridosso del “campo da gioco”. Ricordo anche le partire organizzate dai “grandi”, ragazzi che avevano da 15 ai 18 anni e alcuni anche di piu` (io ne avevo 12-13 all’epoca) che giocavano sempre intorno alle 18 quando molta gente era andata via e poi a fine partita tutti a fare il bagno prima della chiusura dello stabilimento. Ricordo sempre con piacere quei tempi, alla Torre non sono piu` andato da allora e mi dispiace sapere che quella mitica spiaggetta non esiste piu`…

    11. Devo aver giocato anch’io allo “Stadio degli Abruzzi”, via Abruzzi, vero ?, vicino alla nuova scuola Tomaselli. Era un bel campo, ricordo, ed io ero bravo specie con gli scarpini veri, regalo di un due novembre. ” Sei togo !” e mi avventuravo sulla fascia, una maglia rosanero, “sette giorni su sette”, i pomeriggi di maggio che non terminavano mai, stanchi ma felici alla fine quand’era mamma a decidere la fine, dal balcone. Far finta di perdere la palla, atteggiarsi un po’ a Sivori, temporeggiare qualche secondo seduti per terra, a dondolare la testa dai bei ricci neri. E solo allora dirigersi verso la fine del campo, attraversare la strada, con l’aria di uno che è sempre, nonostante tutto, sottovalutato. Come Azzali. Era tanto tempo fa, il latte lo portava il lattaio. Quando gli comunicai che ci trasferivamo a Roma mi disse che a Roma, quando piove, “fanno i goccioloni”.

    12. All’epoca il gol-non gol si risolveva in questo modo: se il difensore era più veloce dell’attaccante e gridava “alto” aveva ragione. Se l’urlo “goooool” lo anticipava non ce n’era per nessuno. Una questione vocale. Altro che moviola in campo. Grande Roby, ma che ne devono sapere i picciotti di oggi?? Per loro il calcio è la playstation, certo che poi ragionano in quel modo…

    13. ciao è nato http://www.iosonodisoccupato.org. Aspetto gli amici di rosalio.

    14. uno squarcio nella memoria dove tutti i campi, ancorchè polverosi, diventano verdi come gli anni che vivevamo:
      “la partita contraria” era una sfida che nasceva lì per lì tra due gruppi appartenenti a quartieri o scuole diverse (taaanto tempo fa).

    15. Ciao Roberto
      mi hai fatto riaffiorare il “mio” campetto di calcio.
      Era lo spazio esterno di una villa settecentesca di Bagheria utilizzata dalle suore. Si chiamava “A Batia”,
      le porte erano disegnate sui muri. Andavamo lì subito dopo la scuola. Si sono alternate almeno 4 generazioni di giocatori o psudotali.
      Sudavamo, ci sbucciavamo le ginocchia, rompevamo le scarpe, i genitori ci rompevano poi la testa ma eravamo felici.
      Tantissimo!
      Erano gli anni ’70.
      Adesso è stata messa un’inferriata, perchè negli anni ’80 era diventata meta di drogati e C.
      Le porte si intravedono a malapena.
      Quando vado dal barbiere ricordiamo quei momenti. Ricordiamo Aurelio morto qualche anno fa. Era bravo nei dribling.
      Gli occhi luccicano e a volte la barba viene male. Ma chissenefrega.
      Ciao Roberto
      Grazie come sempre per non essere mai banale in un mondo troppo banale
      Martino

    16. Grazie a tutti per questi pezzi di memoria dolcemente condivisa

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