sabato 21 ott
  • Le cose nostre e le cose giuste/3: Never Mary

    Il palcoscenico è diviso in due longitudinalmente. Sulla destra c’è un tavolino scuro e una sedia. Sul tavolino c’è una lampada di stile antico, un blocco di carta, un bicchiere pieno di penne, Un telefono cordless.
    A sinistra c’è un tavolino bianco laccato, una sedia anche quella chiara. Sul tavolo c’è un modellino della Statua della libertà, carta, un sopramobile baggiano, una lampada di stile moderno. In scena, a destra, entra un uomo in pantaloni e maniche di camicia. Si avvicina al tavolo, si siede. Accende la lampada. Prende in mano il telefono e compone un numero. Dall’altro lato si sente suonare un telefono. Entra in scena una donna in jeans e felpa, pantofole a gattoni ai piedi, un asciugamani avvolto in testa a turbante.

    Lei: Hello?

    Lui: (ad alta voce) Mariuccia! Franco sono.

    Lei: Francolino! Ciao…ma perché quando telefoni butti sempre voci come se la voce per arrivare da Palermo a New York se la dovesse fare a piedi? Ancora non l’hai capito che quando chiami qua è come se telefonassi alla zia Maria che abita di fronte a te?

    Lui: Hai ragione Mariuccia… Che fai? Ti ho disturbato?

    Lei: No no, mi sono lavata i capelli e adesso mi vesto. Devo andarmi a comprare le scarpe perché domani si sposa il fratello del cugino di Vincenzo che è venuto dalla California per l’occasione.

    Lui: Ha allora sei di matrimonio? Fate il ricevimento al Pavillon?

    Lei: Certo, come si usa qui. Stasera i maschi sono tutti alla festa di addio al celibato. Dice che hanno assunto a una che ci fa lo spogliarello. Che porci…

    Lui: Qua se facciamo una cosa di queste chiamano il 113….

    Lei: No, qua figurati….Ma pure io me ne vado alla festa della sposa, lo sai? Non ti dico, tutte le amiche, che ci abbiamo regalato…

    Lui: Lo so, lo so…quanto a porcitudine manco voi babbiate…

    Lei: Lo vedi come sei? Prima di potere accettare che noi femmine ci divertiamo così, devi stare qua almeno dieci anni. Allora: che si dice là?

    Lui: Qua piove come Dio la mandò. Le nuvole sono come cati d’acqua che arrivano da dietro Montepellegrino e si cafuddano sopra i palazzi. Sono solo in casa. I ragazzi sono in palestra, Rosetta è ancora a lavorare.

    Lei: Ah, certo, da voi sono…(guarda l’orologio) le tre e mezza di pomeriggio giusto?

    Lui: Si, esatto. Io non voglio uscire. Quando piove, non esco mai. Solo se c’è qualcuno con me che tiene il paracqua.

    Lei: Nientedimeno…e che sei il Papa?

    Lui: No, Mariuccia, non è questo. Io, quando cammino strade strade, voglio avere le mani libere perché lo sai: magari incontro a qualcuno che non mi quadra tanto assai, io tiro il ferro e ci dico: ci hai qualche problema? Mi devi dire cosa?”

    Lei: Il ferro? Che ti impiegasti in una lavanderia e gli attrezzi te li porti da casa?

    Lui: Che fa non lo sai che cosa è il ferro?

    Lei: Ho capito, scimunito… Era una battuta.

    Lui: Non è cosa di sbattute. C’è poco di babbiare…

    Lei: Ah.. Ma… ci fu cosa?

    Lui: Insomma… lo sai com’è in questo periodo. C’è un poco di confusione. E io gente che mi tiene il paracqua non ce ne ho. O che mi apre lo sportello della macchina. Li dovresti vedere a quelli importanti. Magari si vanno a coricare con le pecore perché sono latini, latitanti. Ma quando si fanno vedere non sono mai soli.

    Lei: Mah…non lo so ma mi pare normale per voi, no?

    Lui: Certo. Ma ci sono quelli che fanno chilometri e chilometri per portarci le sigarette ai capi. O si accollano la qualsiasi per trovarci i posti. E li chiamono “zio”, oppure, quando parlano di loro, manco il nome dicono: quello, iddu, lui. A me, ‘a suoru, nessuno mi tiene il paracqua. E quando parlano di me, dicono Franco ‘u Muluni.

    Lei: E certo. Se magari ti fai un poco di fitness e dimagrisci forse non ti chiamano più Muluni.

    Lui: Seee! Magari poi se divento troppo secco mi chiamano Franco ‘a cucuzza. E comunque il nome non ha importanza. C’era uno che ci dicevano “‘u milinciana” e nel suo mandamento era uno terribile. C’era quello importante, il più importante di tutti, che ci dicevano “‘u curtu”. Ma non credo proprio che quando andava alle riunioni ci dicevano: buongiorno “curtu”, si accomodi. Che quello li faceva aggiornare nei cassonetti nel giro di una nottata.

    Lei: Mammamia Francolino, ma che dici?

    Lui: A me, invece, me lo dicono in faccia: Muluni, vai dal tale a siggere e se fa questioni facci vedere il ferro e lasciaci un tubetto di attack sopra la scrivania. Oppure: Muluni c’è un pizzino da portare, occhio alla via.

    Lei: Il tubetto dell’attack?

    Lui: Si, la colla quella potente che si usa per bloccare i catenacci. Lo sai…per convincere i commercianti a assicurarsi…

    Lei: Ahhhh…ho capito, ho capito…

    Lui: Prima era diverso. Inendiamoci: sempre Muluni mi chiamavano. Ma era diverso. Non è che ci vedevamo solo per il lavoro

    Lei: Lavoro…insomma…

    Lui: … Nei giorni di ippodromo ci vedevamo alla sala corse oppure la sera andavamo al Bingo e, mentre tiravano i numeri magari si discorreva di come eravamo combinati, di quello che dovevamo fare. E a me mi chiamavano sempre. Facevamo pure cose che non si fanno. Per esempio andavamo a inquietare le buttane alla Favorita. Ci divertivamo a farci vedere la pistola e a vederle scappare. Ma questo ai capi importanti non si poteva raccontare perchè ci cazziavano. Loro non ridono mai, sono sempre seri come un viddano o un pescatore che hanno in testa un pensiero solo: il malotempo.

    La donna ride

    Lui: Ora non si vede più nessuno. Intanto perché a poco a poco se li portarono a tutti. L’ultima volta ne arrestarono dieci in un colpo. Poi ci sono quelli che escono la mattina e non se ne sa più niente e a me mi agghiaccia il sangue. Qua non sappiamo più niente anche perché appena arrestano a uno, quello manco arriva all’albergo Ucciardone e già ha cominciato a cantare. Una volta si diceva: quello? Canta senza bastonate. Per dire che uno era proprio un fango e quando i sbirri se lo portavano, parlava senza bisogno che ci facevano la cassetta.

    Lei: La cassetta?

    Lui: Lascia stare. Una cosa che usano gli sbirri per fare parlare…Ma ora pure cantano senza bastonate. Però non si chiamano più fanghi. C’è una parola che è peggio di una coltellata perché è il massimo dell’infamità: pentito.

    Lei: oddio, pentiti… Da quello che so non vi pentite mai. È che si mettono d’accordo. Qui ormai da tanti anni ci sono i Programmi Federali.

    Lui: Pure qua ci sono le leggi che prevedono sconti del carcere e altre cose. Come infatti la la scommessa tra di noi che siamo ancora piedi piedi è questa: quanti giorni passano prima che il tale si fa pentito? Lo capisci che vuol dire?

    Lei: No, non lo capisco. Forse è solo gente che se ne vuole uscire.

    Lui: Never Mary.

    Lei: Never Mary? E che viene a dire? Da quale vocabolario ti uscì?

    Lui: Non è così da voi che si dice “Mai Maria!”?

    Lei: Qui non si dice Mai Maria. Macari dicono not at all, assolutamente no.

    Lui: E a me mi piace Never Mary.

    Lei: E va bene. Mi dicevi della tua comitiva.

    Lui: Chiamala comitiva…

    Lei: Insomma, quello che è….

    Lui: Gente con cui mi sono diviso il sonno, i soldi e il pane e panelle, oggi mi guarda senza luce. Come se ci avessero portati a tutti in un mondo dove il sole affaccia poco poco e c’è sempre una specie di scuro e non ci possiamo riconoscere bene e ci scansiamo per non sbattere sopra a qualcuno. E poi domandiamo: ma tu sei? Vero tu? Con me è così gente che io ho considerato meglio di un fratello. Tutti sospettano di tutti.

    Lei: E certo, con tutti questi cantanti…

    Lui: Mariuccia, la cosa è seria. L’altro giorno è venuto Mariolino, hai capito chi dico? Viene e io ero solo a casa come ora. Mariolino, ci dissi, che piacere. Quanto tempo che non ti vedevo. Tieni presente che lui è quello che mi porta il lavoro, mi dice che cosa dovevo fare l’indomani, come mi devo muovere. È quello che ci ho più confidenza. In pratica, siamo cresciuti insieme. Va bene. Mariolino si siede e io faccio il caffè e mentre ce lo beviamo parliamo dei tempi antichi.

    Lei: I tempi antichi. Per me sono veramente antichi. Ormai sono quasi trent’anni che non vengo a Palermo…

    Lui: Lasciamo perdere questo discorso che poi mi incazzo…

    Lei: Lo sai perché

    Lui: Va bene, va bene. Lascia stare. Insomma lui mi dice che i tempi antichi se ne sono andati e si sono ammucciati così bene che non li trova nemmeno uno che ha una memoria di ferro. Poi mi dice che hanno organizzato un incontro perché dobbiamo decidere che cosa dobbiamo fare. Dice che nel quartiere già succedono cose che vengono fatte senza permesso. Cose di morti di fame: qualche tirata, qualche tuppuliata nelle tabbaccherie, qualche grattata negli appartamenti.

    Lei: Ma queste cose succedono sempre in tutto il mondo no?

    Lui: Il fattore è che si è scoperto che vengono da fuori e che questo vuol dire che c’è chi si convinse che qua non comanda più nessuno. E che magari le cose di morti di fame sono una specie di provata per vedere se da parte nostra c’è conseguenza. Dice Mariolino che dobbiamo decidere se c’è qualche segnale che possiamo dare. Dice pure che i tempi sono bruttissimi e che non mi può dire nemmeno dov’è. Io devo solo tenermi pronto e uno di questi giorni lui mi viene a prendere senza preavviso. Mi ha detto che devo scendere pulito.

    Lei: Ti devi fare la doccia prima di scendere?

    Lui: Mariuccia…..

    Lei: Ok, ok. Domando scusi.

    Lui: Mi ha detto che non ci sono problemi. Mi ha detto di stare tranquillo. E qua la settanta non mi appattò più. Perché mi disse di stare tranquillo? Perché tutta questa premura di dirmi che non mi dovevo preoccupare? Ma non mi posso rifiutare di andarci. In queste cose non è come all’ufficio: non ti puoi dare malato.

    Lei: Perché mi racconti queste cose? Mi vuoi fare spaventare? Che ne posso sapere io di ferri, incontri e pizzini? Ormai sono trent’anni che sono qui a New York e a Palermo non ci sono mai voluta tornare. Già non si poteva respirare quando me ne sono andata io. Ma ora mi pare pure peggio.

    Lui: Come infatti è peggio.

    Lei: Mi dispiace sentirti così. Ma che ci posso fare? Che cosa ti posso dire da qui dove arrivano solo i telegiornali e i film? Per noi la cosa tua sono i Soprano. Tutte fesserie, cose montate per parlare male di noi, della nostra comunità.

    Lui: Nei film non fanno vedere mai com’è veramente.

    Lei: Infatti. Il fatto è che proprio non capisco quello che dici. Sono andata via da Palermo dopo che mi sono sposata con Vincenzo che, con la nostra famiglia non c’entrava niente. Te lo ricordi a papà? Certo non gli piaceva. Mi diceva: “Figlia mia tu ti vuoi prendere a questo ma lui non appartiene alla nostra abitudine, che ti devo dire?”.

    Lui: Mariuccia, lo sai. Non era per Vincenzo.

    Lei: Lo so, lo so. E che mi poteva dire? Vincenzo era un amore di ragazzo, si era diplomato geometra e doveva scegliere se andare all’università oppure mettersi a lavorare. Ma questo lo sai. Lui pensava che per fare i soldi non è che bisognava essere per forza ingegneri, no? Mi disse: “Maria, sangue mio, sposiamoci, poi ci facciamo una bella valigia e ce ne andiamo in America”. E così abbiamo fatto. Grazie a Dio qui c’era il cugino di Vincenzo che ha l’impresa e ci siamo sistemati subito. Ma Papà ci provò.

    Lui: A fare che cosa?

    Lei: Ad aiutarci a modo suo.

    Lui: Cioè?

    Lei: Quando arrivammo qui a Brooklyn avevamo già una casetta pronta in una traversa a Diciotto Strade. Proprio accanto al cugino di Vincenzo. Prima di quella dove stiamo ora. Ci sistemammo presto presto. Vincenzo aveva cominciato subito a lavorare nell’impresa. Compravano case vecchie, le ristrutturavano e le rivendevano. E non solo a Brooklyn. Ma pure nei Queens e nel Bronx. Pure a Manhattan e qualcuna perfino lassopra a Harlem, nella Broadway di quella latata.

    Lui: Lo so, Vincenzo è un ragazzo assistimato.

    Lei: Io ero felice e già ero incinta di Suellen. Un giorno viene Vincenzo che pareva un toro scatenato. “Tuo padre – mi disse – tuo padre la deve finire di rovinarmi la vita pure qua”.

    Lui: Ho capito…

    Lei: Esatto. In sostanza papà si era rivolto a certi amici suoi che vivono qua. Hai capito che genere di amici, è giusto? Ci chiese di fare avere il lavoro al cugino di Vincenzo in modo che questo portava bene pure a noi. Capisci?

    Lui: Sì, ma che c’è di male? Compaesani aiutano altri compaesani.

    Lei: Compaesani un cazzo! Vincenzo mi disse che quella mattina si era presentato uno di quelli che sembrano usciti dai film e che aveva parlato con suo cugino. Ci aveva proposto un sacco di affari uno meglio dell’altro. Ma quello non è un fesso è capì la qualsiasi. Col tipo fu gentilissimo, non disse né sì né no. Ringraziò per l’interessamento e ci disse al tipo di farsi sentire dopo una. Poi aveva raccontò tutto a Vincenzo, domandandogli se per caso ci poteva essere la mano di suo suocero.

    Lui: E tu che hai fatto?

    Lei: Quando Vincenzo mi raccontò tutte cose io ero sicuro che c’era la mano di papà. Misi mano a carta e penna e ci scrissi una bella letterina nella quale lo ringraziai ma ci spiegai che qui potevamo fare a meno del suo aiuto perché ce la passavamo bene ma che, ora c’era un problema Si può rifiutare un’offerta che ti viene portata in quel modo? E se quelli, metti, pensavano che eravamo superbi, che con loro non ci volevamo combattere perchè noi eravamo un’altra cosa? No, ci scrissi a papà: questa situazione l’hai creata tu e tu la devi risolvere.

    Lui: E lui che fece?

    Lei: Per fortuna le cose sono andate a posto. Qui non è come da voi. Non è che controllano proprio tutto. E poi da anni ormai, si sono buttati nelle cose grosse: corporations. Quelli non è che costruiscono case. Ormai costruiscono città. A ora di business non è che c’è poi tutta questa differenza di abitudini e di metodi tra un “uomo d’affari” siciliano e uno della Florida.

    Lui: Qualche cosa la sapevo. Lui mi aveva detto che stava cercando di darti un aiuto. Ma io pensavo che magari ti mandava un poco di soldi anche se sapevo che non ne avevi bisogno, ringraziando a Dio. Ma lo sai com’era papà, buonanima. Lui voleva che noi stavamo tutti bene, che non ci mancava niente. Voleva pure che la famiglia doveva restare unita.

    Lei: E infatti lo so che il fatto è questo e che non c’è calata che io sono venuta qui e non sono più tornata. Ma lui e voi siete venuti tante volte. Lo vedete come siamo felici. Felici di essere qui, siciliani nel cuore, nel sangue e nel passato. E americani nella testa, nei piedi e nel futuro.

    Lui: Passato…futuro…sangue…cuore… Manca solo la musica e la poesia è completa… Ma che vuoi fare? Papà era uno all’antica. Ma è uno che ha lavorato sempre. Amico con tanti ma troppo amico mai con nessuno. Solo la famiglia. Quella di sangue, voglio dire. Perché lui non è stato mai combinato. Non è stato mai uomo d’onore anche se se la faceva la vicino.

    Lei: Ma, a proposito, perché non è entrato nella Famiglia?

    Lui: Ah, questo non lo so. Ma certo li conosceva a tutti e, anche se non era uomo d’onore, tutti lo rispettavano lo stesso. Ma contento non era. Perché pensava che se lo meritava. E quando si presero a me e mi portarono a bruciare la santina, lui quasi quasi si siddiò ma non perché era preoccupato per me, anzi era orgoglioso. Si siddiò perché magari ci voleva essere lui al posto mio a pungersi il dito.

    Lei: Siete incredibili….

    Lui: E sì….Quando ci venne la malattia che se lo portò in tre mesi, una sera mi mandò a chiamare. “Francolino – mi disse – io me ne sto andando e quando sarò di là, a te non ti voglio vedere ancora almeno per i prossimi quartant’anni. Quindi vedi di non farti sparare e non venirmi a trovare prima, mi capisti?”. Mi misi a ridere e ci dissi: ma che vai pensando papà… E lui: “Vado pensando che sono stato felice di sapere che eri entrato nella Famiglia, quella che mi aveva lasciato fuori dalla porta. Ma ora me ne vado preoccupato”.

    Lei: Non te ne aveva parlato mai?

    Lui: Di queste cose non si parla nemmeno tra parenti. Ma lui sapeva tutte le cose mie.

    Lei: E di che cosa era preoccupato?

    Lui: Mi disse che era preoccupato perché la Famiglia non è più quella di una volta. Troppe infamità. Allora – mi disse – mi devi promettere che ti quartii e che prima o poi te ne vai da tua sorella là fuori. Alla fatta dei conti la meglio pensata l’ha fatta lei”.

    Lei: Ma vero?

    Lui: Sissignore. Mi disse che non voleva che tu venivi qua per il suo funerale, mi disse che ti lasciava un poco di soldi e che tu, in memoria sua, ce ne aggiungevi un poco e accattavi una casa per Suellen e Pietro. Perché pensava che, magari, in quella casa, il tempo che crescevano i tuoi bambini, ci andavo a stare io se venivo a stare là.

    Lei: E tu quando ci vieni a stare qua? Lo sai quanto sono felice ogni volta che vieni qui anche se non mi piace le serate che ogni tanto te ne esci solo e chissà dove te ne vai, a chi vai a trovare. Ma Suellen e Pietro ti adorano perché hai sempre la battuta pronta e ci piace un casino quando tu gli insegni le parolacce in siciliano. Dovresti vedere a Pietro che risate che mi fa fare quando a qualche suo compagno di classe ci dice “Miii, ma allura si’ veru arrusu!”.

    Lui: Quello è un cornuto che non ce n’è. Ma Suellen manco babbia.

    Lei: Mi sembri così tenero quando ti metti a giocare con loro e ci fai vedere le fotografie dei tuoi figli. Mi piace vederli mentre si ammuccano la martorana. Meglio dei Frankfhurter e degli Hot Dog o delle tonnellate di popcorn al cinema. Anche se ho saputo che ormai a Palermo ci sono tre McDonald’s e che nei cinema passano popcorn con la pala invece degli ascaretti e delle bomboniere di un tempo quando la domenica ce ne andavamo all’Astra cine all’Albergheria a vederci i primi film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

    Lui: Sì, era bellissimo. Ti ricordi che io volevo sempre la castagna caramella ma che i soldi li tenevi tu e non me la volevi comprare perché dicevi che poi mi infradicivano i denti?

    Lei: E come no? Come infatti non mi risulta che già hai la dentiera..

    Lui: No, ancora no.

    Lei: E allora? Quando vieni?

    Lui: Devo aspettare che si calmano un poco le cose. Non posso dare squaro: troppo pericoloso.

    Lei: Non lo capisco.

    Lui: Non me ne posso andare così all’improvviso. Poi magari pensano che mi sto facendo pentito pure io. E Mariolino perde la scommessa perchè dice sempre che io non mi pentirò mai.

    Lei: E ha ragione?

    Lui: Ci mancasse.

    Lei: Ma sei sicuro che non ti puoi levare di sotto prima di finire scafazzato? Sei sicuro che non ci puoi dire: sentite, vorrei campare la mia famiglia bello quieto, mettiamoci un punto, amici come prima, non me ne vado strade strade a chiacchierare, mi comporto corretto e non ne parliamo più?

    Lui: Come no? E quelli mi dicono: ma la prego, si accomodasse. Vuole un aiuto a fare la valigia?

    Lei: Non lo so, una cosa qualunque, ma il consiglio che ti posso dare è uno solo: canziati, esci, cambia aria.

    Lui: Io là non ci posso venire. Certo non così subito, all’improvviso. Qui ne succede una al giorno. Quando Mariolino mi venne a prendere per andare all’incontro andammo a scoppare dove perse le scarpe il Signore. E io te lo giuro, sorella, mi feci convinto che a un certo punto fermavano la macchina, Mariolino scendeva con la scusa di fare un poco d’acqua e quello che stava seduto dietro, una specie di cane arraggiato che io sono sicuro che fa il killer, magari mi sparava una pistolettata. Come nel Padrino. Invece no.

    Lei: Ancora no…

    Lui: Alla riunione c’erano un poco di persone. Pure alcuni che sono latini. Il più importante era uno che tre anni fa non ci avresti dato una lira. E ora è un pezzo di novanta. Questo per dirti come siamo combinati qua.

    Lei: Pezzi di novanta… Mi pare di capire che ormai ci sono solo pezzi di 45 e che si sono portati pure a loro. Così restano i pezzi da ventidue e mezzo, poi quelli da undici e un quarto. E tu che pezzo sei? Un pezzo da cinque? O un pezzo di scemo a combattere ancora con queste cose?

    Lui: (sospirando rumorosamente) …Ci spiegò che dovevamo prendere la situazione in mano e che nel quartiere ci dovevamo guardare da due cose. La prima è che una poco di putiari avevano finito di pagare il pizzo visto che nessuno lo andava a siggere. E poi, per questo motivo, si stavano infilando altri che con noi non c’entravano niente. Insomma ci spiegò che dovevamo fare un poco di scruscio per fare capire che c’eravamo ancora e che eravamo forti. E lo sai qua come si fanno capire queste cose? Con la benzina per i putiari e col ferro per quelli che si vogliono infilare.

    Lei: Pazzi, siete tutti pazzi….

    Lui: …In povere parole, quelli che eravamo là siamo stati divisi in squadre di tre persone. Quattro squadre ognuna con un soprastante. Due dovevano usare la benzina e addumare un poco di situazioni in una nottata sola. Le altre due squadre invece dovevano tenersi pronte perché, a un certo punto, il capo faceva arrivare la notizia che il tale si trovava nel tale posto alla tale ora e la squadra ci doveva andare e lo doveva astutare. Ovviamente, sorella mia, in che squadra potevo finire io? Benzina o ferro?

    Lei: Oh Madonna mia…

    Lui: Naturalmente nella seconda con Mariolino come soprastante.

    Lei: Francolino, tu te ne devi uscire da questa situazione. A tutti i costi. Se non ti spicci a trovare una soluzione, quella del carcere potrebbe essere l’ultima delle tue preoccupazioni. Vuoi lasciare una vedova? I tuoi figli senza padre? E perché poi? Magari a te ti piaceva questo fatto che nella Famiglia vi chiamate tutti “uomini d’onore”. Ma che onore è? È onore ammazzare i padri di famiglia? È onore portarseli dicendogli: vieni, andiamo a prenderci un caffé, e poi strozzarli? Magari con te faranno così. Viene Mariolino e ti dice: amunì Francolino, c’è una cosa urgente di fare, passiamo dal deposito. E là ti afferrano. E uno tira per i piedi e l’altro ti ha messo una corda nel collo e tira per la testa. L’ho letto sopra i giornali come fanno. È vero? Ma che razza di uomini d’onore siete? Uomo d’onore è quello che campa onesto, che non ci fa mancare niente alla sua famiglia, a cominciare da sé stesso, uno che non si fa ammazzare. Uomo d’onore è uno che non si sente Dio e decide chi deve campare e chi deve morire. Che uomini d’onore siete quando ci andate a domandare il pizzo a uno che si guadagna un pezzo di pane con una merceria? Parassiti. Ecco quello che siete. Altro che uomini d’onore.

    Lui: Maria, tu non puoi capire, manchi da tanto tempo e…

    Lei: (quasi urlando) Non c’entra niente. Che c’è da capire? Ma non ti fa schifo? Tu che ti portavi a scuola di nascosto il pane del giorno prima perché c’era il tuo compagno morto di fame e col padre arrestato? Come sei potuto diventare così?

    Lui: Io non sono diventato niente, va bene? Io ci sono nato in questa situazione. Che dovevo fare?

    Lei: Quello che ho fatto io, per esempio. Siamo nati nella stessa casa o mi ricordo male?

    Lui: Che c’entra: tu sei femmina.

    Lei: Certo. E forse proprio per questo per me era più difficile.

    Lui: Non lo so. So solo che quando ero ragazzino vedevo a quelli che facevano la bella vita. Macchinoni, bei vestiti. Uno, quando entrava nel bar tirava un portasigarette d’oro che pesava mezzo chilo. Un ragazzino resta impressionato.

    Lei: Ma un ragazzino, a un certo pounto, cresce…

    Lui: Cresce quando già è fottuto. Certo, papà ci mise la buona parola. Magari pensò che quella era una scuola come un’altra. Una scuola di vita dove c’erano gli uomini d’onore come professori e loro ti insegnano quello che si fa e quello che non si fa. E come ci devi dire e come non ci devi dire. Mai dire le bugie a un altro uomo d’onore, mai campare di magnacceria, mai farci le corna alla moglie e andarlo dicendo piedi piedi, mai fare porcherie coi minorenni. Insomma Mariuccia, se andavo alla chiesa la domenica, quasi quasi mi sentivo dire le stesse cose dal parrino nella predica. Dovevo decidere solo quale dio dovevo scegliere: quello del cricifisso o quello coi guardiaspalle.

    Lei: Gesù Cristo morì per noi. Per salvare noi. Quelli muoiono abbracciati alla cassaforte. L’onore per loro si racconta con i numeri. Come qua, sai? Il vero americano, dicono, è bianco, anglosassone e protestante. E per i protestanti la ricchezza è Grazia di Dio. E più ne hai, più sei vicino al Signore. Ma è importante o no stabilire COME te la fai?

    Lui: Quando sei un ragazzo a Palermo e sei cresciuto nel quartiere, magari questa domanda non te la fai. Perché, comunque hanno fatto i soldi, non vedi l’ora di farli pure tu. Così ti cominci a avvicinare, ti fai vedere, se nelle sciarre abbuschi, ti tieni la carricata e non piangi anche se ti devono dare sei punti in testa. Ti fai vedere rispettoso poi magari cominci a fare sapere che sei a disposizione. Se ci piaci, loro ti cominciano a mettere sotto controllo. Poi uno di loro ti convince a fare le prime cose: qualche furto, aprire una macchina. Poi qualche piccola tuppuliata, una rapina. Poi un giorno il tipo di porta in campagna, in una stalla dove ci sono i cavalli. Ti porta davanti al più bello che c’è che ti guarda con gli occhi che sembra una persona. Il tipo tira il ferro e te lo dà. E poi ti dice: ammazzalo. E così che, piano piano, si diventa uomini d’onore. In fondo è come andare a fare gli esami a scuola.

    Lei: Francolino, non dire fesserie. Perché se gli esami sono questi uno può pure decidere di restare ignorante. E tu? Lo hai sparato il cavallo? E poi? Te la pigliasti la laurea sparando a qualche figlio di madre?

    Lui: Maria, parliamoci chiaro: te lo giuro sulla vita dei miei figli: io non ho mai astutato a nessuno. Mai. Te l’ho detto: colla nei catenacci, siggienza, posta celere, copertoni tagliati, qualche macchina bruciata. E basta. Forse per questo sono un pezzo di cinque come dici tu. E non un pezzo di novanta. Ora sono nella situazione che ogni giorno, alla scurata io e gli altri due ci dobbiamo tenere pronti da vanti al bar di Sant’Erasmo. Ora mi succede che mi sogno la notte che domani mattina se li portano a tutti. Quelli della riunione, dico. Così tutta la questione finisce. Me lo sogno, a costo che si portano pure a me. Sempre meglio finire a…villeggiatura per associazione e qualche danneggiamento che per altre cose che a villeggiatura poi ci passi il resto della vita.

    Lei: Vedo che comincia a ragionare. Vuol dire che ti puoi ancora salvare. Francolino, a quelli non devi niente. La santina, la punciuta: tutte fesserie. Loro ti hanno usato. Che hai avuto in cambio? Un poco di soldi? Il fatto che giri nel quartiere e tutti quelli che sanno si canziano per fare passare questo grande boss? Ma chi è? Zittuti, quello è terribile, parla a bassa voce, sta passando “Franco ‘u Muluni”… Ma per cortesia! Ma ti rendi conto? Lo vuoi capire che come boss sei l’ultimo? La tua fortuna è che neanche ti considerano in grado di essere utile alla legge. Manco lo tengono in considerazione il rischio che ti fai pentito. Te l’ho detto: sei un pezzo da cinque non un pezzo da novanta. Ma lo capisci come ragionano? In sostanza non meriti neanche di essere ammazzato. Non ancora almeno. Vuoi conquistarti questo merito? Vuoi essere ammazzato da cinque killer mentre gridi: avanti, fate quello che dovete fare, pezzi di cornuti. Ti pare una bella morte da boss? Ma quale: il giorno dopo sei roba da archivio di un giornale. Sei sicuro che ne vale la pena? Ti scongiuro fratellino, vattene. Vieni qui che non ti tocca nessuno. So che ci sono i sistemi. Ti cambiano il nome, ti aiutano perfino a mettere un’attività o ti trovano un posto. O ti aprono una gasoline station, una pompa di benzina. Insomma, di fame non muori. Dacci un futuro a quei bambini. Non li fare crescere col pensiero della santina. Portali qua. E fai presto.

    Si spegne la luce, parte “Sapore di mare”. Sul maxischermo cominiano a scorrere immagini di feste di famiglia tipo super8. Si sente fuoricampo la voce di lei

    Lei: Caro Francolino, in questi giorni ho pensato a quando eravamo piccoli nel quartiere. Qui è diverso. Non ci manca niente, è vero. Ma ognuno sta per conto suo. Qua il sabato mattina sono tutti a tagliare il pezzettino di prato che hanno davanti a casa oppure si allustrano la macchina. C’è il tacchino del giorno del Ringraziamento, c’è il quattro luglio che qua è la festa nazionale, c’è il Natale. Ma da noi, ti ricordi? A partire da novembre cominciava un’infilata di feste che durava due mesi. Per i Morti ci facevano trovare i regali sotto il letto e io mi ricordo che la notte non dormivo perché ero curiosa di vedere la nonna morta che mi portava la bambola. Una paura che non ti dico. Poi tu, che eri il più piccolo, una volta mi dicesti: ma di che cosa ti scanti, fallocca: non l’hai capito che i regali li viene a mettere papà che è bello sano e pieno di vita? Ma la mattina del due novembre il quartiere diventava un posto di pazzi: indiani che tiravano le frecce a Zorro, cowboy che corteggiavano le damine, antichi romani in bicicletta, astronauti contro Lancillotto.

    Attacca La partita di Pallone di Rita Pavone.

    Lei: E poi la martorana, le ossa di morto, la misticanza. Per non parlare di Santa Lucia. Ma te lo ricordi che a casa nostra si concentrava tutto il parentato e che il giorno prima tutte le femmine eravamo precettate a fare le arancine? A me facevano spalmare le panelle nel piattino. A mia cugina Anna ci facevano consare il timballo di riso dolce. Le arancine vere e proprie erano cosa di grandi perchè dovevano essere fatte a regola d’arte e soprattutto, l’indomani, dovevano essere fritte senza farle spaccare. C’erano quelle a carne, quelle di solo riso. Ma pure quelle con la cioccolata, ti ricordi? Quelle che a noi bambini piacevano di più. E poi il Natale, e poi capodanno, le tavolate a giocare a tombola e a sette e mezzo, cominciate già alla vigilia della Madonna. Tu eri terribile perché quando perdevi ti cominciavi a lamentare e una volta mi sono accorto che papà teneva il banco a sette e mezzo e ti ha pagato una vincita quando tu avevi cinque e mezzo e il banco sette. E diventavi un pazzo quando la zia Catena tirava i numeri della tombola e diceva un numero che magari a te ti faceva fare la quaterna ma poi tutti si accorgevano che il numero era un altro e lei, che era orba, lo aveva letto male. Una volta per carnevale eri convinto che ti dovevi vestire da Tarzan e la mamma si disperava perché fuori c’era un freddo da morire. Allora io ci dissi di metterti la mia tutina da danza classica di tre anni prima sotto la pelliccia di Tarzan. Eri un pensiero per me. Ma un bel pensiero. Ero la sorella grande ma spesso mi sentivo una specie di vice mamma. La mattina ti passavo in rivista prima di uscire per vedere com’eri vestito, ti aiutavo a fare i compiti perché se era per te, i libri li avresti buttati nel primo tubo per arrostire le castagne che trovavi da casa a scuola.

    Attacca Fatti mandare dalla mamma.

    Lei: E ti ricordi quando a maggio ce ne andavamo a Cerda per la corsa delle macchine? Te lo ricordi che si doveva andare là la sera prima perchè se no alle quattro di mattina chiudevano tutte le strade? Tutti a dormire in macchina, il profumo del grano e della sulla, la ricerca di un posto dove fare la pipì (per te era facile ma per noi femmine era più complicato), l’emozione del passaggio della prima macchina. Partivano per prime le più scarse e per ultime quelle che aspettavamo tutti: le Ferrari con Vaccarella e le odiate Porsche. E l’aria si riempiva dell’odore dell’olio di ricino. Ma già alle dieci di mattina si cominciava a sentire l’odore della carne di crasto arrostita su migliaia di bracieri.

    Attacca Abbronzatissima

    Lei: E poi l’estate, il mare che qui a Long Island e Coney Island non è la stessa cosa. Ragazzo: te lo sei scordato che a nuotare te l’ha insegnato la sottoscritta? Ma è pure vero che alla fine eri bravissimo. Mi ricordo che quando andavamo a Cefalù, in quella spiaggia di pietre dopo la Kalura, tu ti facevi grandi nuotate per andare in quella spiaggia dove c’erano le francesi con le minne di fuori, vastasunazzo che non sei altro. Ma mi ricordo pure che andavi sott’acqua con la fiocina e prendevi un sacco di polpi. Poi la zia Ernesta andava dal casellante lungo la ferrovia e si faceva riempire una pentola di acqua dolce e bollivamo i polpi sulla spiaggia. Questi sono i ricordi miei. E me li sono portati qui come una valigia perché sono i più belli. Nei miei ricordi non si annaca nessuno, non ci sono sparatorie, non ci sono summit. C’è solo il posto dove sono nata, il posto che ho amato. Non ho nostalgia, questo no perché la vita deve continuare. Ma mi sento come un rampicante lungo lungo coi fiori qui e la radice laggiù.

    Si sente suonare il telefono. Lei entra in scena

    Lei: Hello?

    Lui: Ciao Mariuccia!

    Lei: Francolino, gioiamia, tu sei?

    Lui: No, il suo segretario… E chi deve essere? Come vedi sono ancora vivo. E questa è la prima notizia notizia.

    Lei: che babbione… E che vuoi? È una vita che non ti fai sentire. Ne tu ne tua moglie. Accendo Rai International sempre con la paura di sentire notizie che ti riguardano… Menomale che ti sto sentendo. Allora, qual è la seconda notizia?

    Lui: Mi sono levato di sotto.

    Lei: Non ho capito…..

    Lui: Mi sono levato di sotto, me ne sono uscito.

    Lei: Dalla…Famiglia?

    Lui: Esatto

    Lei: E come hai fatto?

    Lui: Ti sto telefonando da un posto dove mi hanno messo e dove ogni mattina viene un giudice e un cancelliere e io ci racconto tutto quello che so. Ci sono andato coi miei piedi. Mi consideravano così cosa inutile che, si è scoperto, nessuno aveva intenzione di ammazzarmi. Ma, la cosa bella è che nessuno aveva neanche intenzione di arrestarmi.

    Lei: E che ti avevo detto io? Pezzo di cinque…..

    Lui: Esatto…Insomma potevo restare in quel modo chissà per quanto. Ma io lo so che sarebbe durata poco. Ma non mi sono semplicemente consegnato. No. Franco ‘u Muluni ha pensato che se botto doveva essere, botto originale ci voleva.

    Lei: Oh madonnamia, e che hai combinato?

    Lui: Ho messo mano a carta e penna e ho scritto una bella lettera al Giornale di Sicilia dove ci ho scritto che a consegnarmi ci stavo andando con i miei piedi a motivo del fatto che non ci credevo più. Non era un pattio, non era come a dire: io parlo e voi mi fate fare meno galera. Lo facevo per un fattore di rispetto di me stesso e perché quando uno perde deve capire che ha perso. Poi ho spiegato tutto a mia moglie e li ho mandati tutti dove non te lo dico qui ma poi ti spiego. Poi mi sono fatto una valigia piccola e sono andato al comando centrale dei carabinieri. La lettera sul giornale di Sicilia non è stata pubblicata. Non subito. Perché se no – mi hanno detto i carabinieri – si rovinava l’operazione.

    Lei: Ah, ecco.

    Lui: Io ci raccontai tutte cose, ci dissi nomi, posti, fatti. Tutto verificato. Ci portai pizzini, carte, un libretto dei conti. Insomma, nel giro di una settimana se ne portarono a dodici, compreso Mariolino. Quello che ti posso dire è che già cinque dei dodici, Mariolino il primo, hanno dichiarato che vogliono collaborare. Ma a loro li hanno dovuti arrestare prima di convincersi.

    Lei: E tu come ti sei convinto? È merito mio?

    Lui. In fondo sì, è merito tuo. Ieri è venuto il giudice per l’ultima volta. Mi ha chiesto come mi ero fatto convinto. Ci ho raccontato delle nostre lettere, delle nostre telefonate e lui mi ha detto che tu devi essere una persona speciale e io ci ho detto che aveva ragione.

    Lei: Grazie Francolino, bontà tua.

    Lui: Ma io ci ho ragionato sai? Ho pensato che un vero uomo d’onore è quello che si sa arrendere senza pentimento per come lo pensano qui, e cioè come infamità. Ho capito che un uomo ha onore se sa dire: ho sbagliato. Se sa convincersi che tanti amici erano falsi amici. Se sa capire di non essere Dio. E nemmeno di volerci diventare.

    Lei è commossa, si asciuga le lacrime. Parla con voce tremante

    Lei: Bravo Franco, è così che si fa

    Lui: E poi ci ho detto pure che cosa nostra non era più nostra e nemmeno mia. Ma no perchè prima era un’altra cosa. Ho capito che è stata sempre così e ho capito pure che Cosa nostra era cosa sbagliata. E che, levate le cose sbagliate, restano le cose giuste.

    Lei: Quelle che hai fatto tu Franco. Ora dimmi quando vieni.

    Lui: Non sarà una cosa facile. E Nemmeno veloce. E poi se scoppo là ci scoppo a timpulata, lo cpisci no? Ma tu tieni una luce accesa davanti alla porta come facevano ai tempi antichi.

    Lei: Ci puoi giurare Francolino.

    Lui: E magari una sera senti il campanello che suona.

    Lei: Lo sentirò.

    Lui: e domanderai “Chi è”? Magari in americano.

    Lei: Who is there?

    Lui: E io risponderò: this is Frank, Frank the Mellon!

    Si spengono le luci. Sipario

    Palermo
  • 7 commenti a “Le cose nostre e le cose giuste/3: Never Mary”

    1. C’è qualche piccolo refuso qua e là, refusi che non pregiudicano il senso micidiale del pezzo.

    2. mmmmmm….il pezzo è tosto.
      i luoghi comuni erano voluti?

    3. bene anche questo. Grazie per le anteprime

    4. Mi sembra di vederli!

    5. @stalker. Sì, i luoghi comuni erano voluti. In ogni caso i tre “cose nostre e cose giuste” sono una specie di “trittico” che, nelle mie intenzioni, dovrebbe essere rappresentato in un unico contesto, una specie di riflessione sulla legalità vista da diversi punti di osservazione. Mi scuso per i refusi. Ringrazio tutti per i commenti ai tre “atti unici”. Di cuore.

    6. Daniele Billitteri, come te non ce n’è!

    7. Daniele, allora tolgo le perplessità e lo rileggerò una secondea volta…appena ho tempo
      grazie a te

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