domenica 26 ott
  • Quaderno di Palermo 4

    In questo momento della mia vita mi trovo nello spazio dove tanti anni fa mi ero riconosciuto, come quando uno rincontra cammin facendo la forma di un corpo che ha lasciato dentro il segno, come se fosse un riverbero, e tuttavia ognuno avesse poi continuato a fare la sua strada. Ma dal momento che l’avevo toccato di sfuggita e subito me ne ero andato e, oltre a ciò, è trascorso parecchio tempo da quell’istante così detto epifanico, adesso che sono tornato la percezione di questo spazio ha preso un altro giro che rivela tanti dubbi, incertezze, perplessità. Forse era una cosa dovuta se uno ci pensa bene, a conti fatti durante tanti anni attraverso le diverse città europee dove alternatamente ho sperato e disperato, ancora non ero riuscito a risolvere l’enigma che mi si era presentato nel momento di penetrare questo luogo allora sconosciuto ma con tanta determinazione desiderato.
    Dall’inizio di questo quaderno mi sono riferito alla vostra città come se si trattasse di un corpo, un corpo vestito con una vecchia pelle diciamo pure istoriata, dove la sua bellezza fosse appunto l’impronta che ci hanno lasciato sia il tempo ignorato e pervaso che conosciuti e determinati popoli – con le loro abitudini, culture, religioni – che all’inizio l’avevano in lontananza avvistata per poi, contemporaneamente, levigarla e solcarla da vicino. Ebbene, addesso che ci sono dentro, da un po’ di tempo a questa parte mi rendo conto che anche l’interno di questo luogo non è per niente giovane, voglio dire, che è privo di quella grazia e sottigliezza tanto nominata e che attira come un miraggio ogni viaggiatore che si lascia andare, sedurre, ammaliare. Non ne sono del tutto sicuro, ma ho come l’impressione che appena un niente sia trapassato dai suoi pori grinzosi, esposti di solito e per secoli a tante influenze esterne via via da loro assorbite verso il mondo oscuro e nascosto dell’entroterra corporale; o ancora, è come se qesti pori si siano fin dal primo approccio di conquista otturati di propria volontà e quindi chiusi a uno sguardo diverso da quello quotidiano, uno sguardo che forse è nato dentro l’isola al tempo stesso che si è conformata; questa Sicilia che tuttora continua a proteggersi dall’altro. Perché Palermo è un luogo fermo nel suo spazio e quindi incagliato nel tempo, un tempo che forse non è mai trascorso perché in fondo in fondo non ha smesso di girare su di sé. In altre parole, è come se mi trovassi dentro un corpo il cui cuore consumato stenta a battere, proprio come un motore zoppicante e sul punto di spegnersi perché il sangue non si rinnova più. Intendo dire che non si sa se abbiamo a che vedere con una città che non ha mai potuto essere giovane perché ha con il proprio passato un dialogo troppo ingombrante e dal momento originario. Sì, chi sa se non è nata proprio con la pesantezza della vecchiaia questa Palermo, e se la sua pelle rugosa non nasconde il fiero vissuto che traspare nei gesti, negli sguardi, nelle parole mai dette e da sempre sapute.

    Incognito.

    Ospiti
  • 3 commenti a “Quaderno di Palermo 4”

    1. Caro Dominguez, mi ricordi Enrico Ghezzi, (direttore di Blob). Non capisco una mazza ma ho la sensazione che sia stato detto qualcosa di fondamentale.

    2. “…Palermo è un luogo fermo nel suo spazio e quindi incagliato nel tempo, un tempo che forse non è mai trascorso perché in fondo in fondo non ha smesso di girare su di sé…”
      Il concetto è molto tomasiano-gattopardesco: ricordate il celebre colloquio di Chevalley col Principe? Gira e rigira siamo sempre lì, non abbiamo futuro per eccesso di passato,per ingorgo di passato, e ora siamo per sempre inchiodati a questa essenza di sicilianità molto fascinosa sul piano letterario. Ma, e noi cittadini del mondo globale di oggi, noi che viviamo qui la vita di tutti i giorni, noi che non siamo personaggi letterari, come possiamo sopravvivere?

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