lunedì 21 ago
  • L’Alloro e il Giusto

    Il Giardino dei Giusti

    Le luci arancioni di Piazza Marina, il solito posteggiatore con le braccia larghe e il kit da abusivo doc: capellino e fischietto uniti da un’unica espressione; blocchetto di pizzini in due versioni, rosa fragola e verde; marsupio che tintinna di un suono che fa incantare i bambini. Villa Garibaldi mi guarda, con la spigolosa cancellata chiusa e i suoi alberi immensi.
    Le foglie secche dei ficus, sul marciapiede, ti invitano a prenderle a calci per scaricare la tensione di una giornata no. C’è l’odore delle pizzerie, qualcuno che esce da teatro, un caldo appiccicoso che fa venire il fiatone persino alle zanzare, lo strascinio delle infradito sul cemento polveroso.
    Mi infilo per un vicolo stretto, l’unico che dà sulla piazza: subito torna la paura del buio come quand’ero bambina. Quattro metri in leggera salita e la strada è di nuovo piena di gente: qualcuno si ferma con la birra in mano, c’è chi gioca con le cannucce nere del cocktail appena finito, due ragazzi si baciano appoggiati alla parete di un palazzo antico restaurato, sopra le loro teste un cartello “Affittasi”.
    Questa è via Alloro, con gli intonaci candidi e i vetri nuovi alle finestre che si alternano a scheletri di case e di vissuti. Per certe strutture è come se la guerra non fosse mai finita: sono rimaste lì, sventrate dai bombardamenti, ad aspettare un nuovo giorno che non è ancora arrivato. Passeggiando mi è venuta in mente la definizione di un ragazzo in Erasmus conosciuto qualche mese fa: Palermo per lui non è bella, ma ha il fascino di Sarajevo, di quell’estetica della rovina e della morte a cui forse, noi cittadini, siamo assuefatti.
    Cammino ancora, c’è Palazzo Bonagia, che rappresenta alla perfezione questa seducente incompiutezza: ferito dalla guerra e ucciso dall’incuria, per anni nascosto dall’indifferenza, si fa guardare adesso attraverso le grate di un cancello nella sua monca perfezione. Dentro, il silenzio infinito di una città che avrebbe tanto da dire ma che, chissà per quale motivo, sta sempre zitta.
    La strada prosegue e io la inseguo, perché c’è sempre un motivo per andare avanti: le luci si confondono, qualche calcinaccio, una piccola chiesa e poi, di fronte, un altro cancello. Dentro ci sono degli alberi, le palme dritte e fiere dalla capigliatura un po’ scomposta, il ferro freddo della porta che non mi permettere di vedere altro.
    Anche a Palermo c’è il Giardino dei Giusti, che dovrebbe essere dedicato all’eccidio degli ebrei durante la Seconda Guerra mondiale. Il nostro, prima chiamato dell’Alloro dalla via in cui risiede, è stato costruito dopo decenni di abbandono sulle macerie della guerra. La lapide posta al suo interno porta, insieme ad un’aquila handmade, la scritta: “Per onorare la memoria dei giusti siciliani”. Io non so di essere giusta, né se si onorino i veri giusti con una scritta. L’unica domanda che mi pongo sempre è dove sia la memoria.

    Targa del Giardino dei Giusti

    Ospiti
  • Un commento a “L’Alloro e il Giusto”

    1. Secondo me pezzi di memoria si trovano nelle strade, nei giardini, tra le foglie che tu racconti. Sono luoghi intrisi di storia, latente, sommersa, muta. O forse poco ascoltata. Sarà probabilmente per questo che a volte, quando li attraverso, sono preso da un senso di colpa energico, una specie di dolore alla schiena.

      E poi la memoria è custodita, ed è difesa, da scritti preziosi come questo.
      Complimenti Laura

      p.

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