sabato 21 gen
  • Storie di un vecchio sbirro: Il davanzale

    Volontario. Nessuno lo costringeva. In tutta coscienza decideva sempre da solo e finiva sempre a mezza sciarra con Sofia che magari avrebbe voluto averlo in casa con la figlia e il genero. Ma non c’era verso perché Salvo Scibilia era torto come un chiodo usato novantanove volte ma che era sempre buono per essere usato la centesima. Lui la pensava a modo suo. E il modo suo era una trazzera di mezza montagna dove non sono tutti quelli che si possono avventurare. Ispettore superiore della polizia di Stato, da quasi vent’anni dirigeva la squadra investigativa del Distretto di Ponente. Salvo non portava orologio al polso. Non solo perché tanto in ufficio c’era un orologio a muro in ogni stanza, o perché c’era l’orologio in tutti i computer. No. L’Ispettore Superiore “parlava” e diceva: io l’orologio non lo guardo mai perché non sono come tutti quei lavativi che devono smontare, mettiamo, all’una e gia alle dodici meno un quarto telefonano alla moglie per dirci di calare la pasta. Io finisco quando finisce la questione di cui mi sto occupando. E non voglio manco lo straordinario.
    Che dire? Uno così magari non risulta tanto simpatico. Non c’è peggio di chi non è tanto tenero di musso e viene messo in un posto di comando. Ma nel caso di Scibilia non era così. Bastava lavorarci insieme per mezza giornata per capire che il suo “stile” era in realtà un metodo e che l’anziano sottufficiale “quasi commissario”, non comandava ma insegnava, come fa un bravo artigiano col picciotto che ha preso a bottega. E al Distretto erano tutti “figli” suoi perché lui l’età l’aveva presa così, forse nel modo migliore: non impugnava la sua esperienza come un nerbo ma la usava come un segnalibro dove i libri erano i suoi sottoposti. E poiché un Distretto di Polizia non chiude mai, ma proprio mai, l’ufficio restava aperto pure per le feste.
    Così si facevano i turni: chi mancava a Natale, lavorava per Capodanno e viceversa. Ma i capi, di solito, si levavano di sotto e fottevano i vicecapi magari concedendo un “se c’è cosa grossa chiamami al cellulare. Ma solo se crolla un palazzo”. Ma vaffanculo, portattasso che una volta che un palazzo era caduto veramente il sindacato aveva piantato un casino che ancora se lo ricordano pure al ministero e quell’inavvertito commissario aveva fatto una bellissima volata con planata in un posto di frontiera arrampicato su montagne altissime. Scibilia invece non si levava di sotto e pensava che se i tuoi ti vogliono bene di martedì, tu li devi volere bene la domenica.
    Al distretto di Ponente tutto avveniva come in un cuore: da un lato entrava il sangue stanco, pieno di veleni, di cattiveria, di prepotenza, di delinquenza. Dentro il cuore questo sangue veniva ripulito e nutrito di ossigeno, pronto a rientrare in circolazione nel grande corpo della società. Naturalmente non era così e l’ispettore superiore Scibilia si chiedeva quale cervellone si fosse ammuccato chissà quanti mila e mila euri per inventarsi quello spot che aveva ottenuto l’effetto opposto. Ormai quando gli agenti delle volanti incrociavano qualche pattuglia dei carabinieri, immancabilmente partiva la battuta dei corvazzi neri: Colle’, a quanto ce l’hai la pressione oggi? Mi sa che ti serve una trasfusione….”
    La realtà era ben diversa. Il Ponente non era il Bronx ma non era neanche la Magnolia, il quartiere dei ricchi e dei potenti. Nel Ponente ci stava la gente che ancora poteva pagare un mutuo per una casuzza, che mandava i figli a scuola e perfino all’università e, in molti casi, riusciva a mantenere pure una piccola casa in campagna, il villino. Così quel giovedì 31 dicembre tutto accadde nel modo previsto
    Di mattina Sofia tentò l’ultimo assalto
    “Salvo, ti spazzolai il giubbetto più leggero perchè c’è un caldo che pare giornata di andarsi a fare i bagni a Mondello. Non credo che sentirai freddo stanotte… visto che stanotte COME AL SOLITO… sei fuori…”
    Salvo la guardò con gli occhi di sempre. Che erano occhi ancora innamorati. Oh, ma certo: sciarriarsi si sciarriavano, eccome. Ma tra di loro non c’era mai una ferita che lasciasse cicatrici. Erano due caratteri che la mosca sotto il naso non se la facevano volare. Sofia non mancava a nessuno dei suoi cosiddetti “doveri” di moglie. Ma, sicuramente, senza l’ombra di quella specie di mansuetudine spesso finta che tante femmine usano nei confronti del marito come un arma. Con l’occulto obiettivo di tenere ben saldo tra le proprie mani il timone della famiglia.
    Salvo, dal canto suo, non veniva mai meno a nessuno dei suoi cosiddetti “doveri” di marito. Comandava con la piena consapevolezza che, in realtà, non decideva un beneamato, secondo uno schema fortemente pirandelliano. Questo, tuttavia, non gli procurava nessuna frustrazione. Amava Sofia. Ma soprattutto la stimava e conosceva la sua forza.
    “Sofia, lo sai. Il giorno che per Capodanno non mi presento in ufficio mi viene a trovare il Commendatore direttamente perché tutti pensano che mi è successa qualche cosa”
    “Il questore per Capodanno a te sta pensando. Ti pare che sono tutti come a te?”
    “Perché? Come sono io? Fesso? E’ questo che stai pensando? Che sono fesso?”
    “Ma che c’entra, scimunito…”
    “Ecco, lo vedi?”
    “Voglio dire: non c’entra niente la fessitudine. Ma io penso che tutta questa precisione tua all’ufficio non se la meritano, ecco”.
    “L’Ufficio con la U maiuscola forse no. Ma i ragazzi si. Sono serate sempre difficili, poi finisce che mi telefonerebbero venti volte. Tanto vale…”
    “Ma va, ma quale telefonate. Quelli ormai sono bravissimi. Hanno avuto un maestro com’è di giusto. Ma pure i maestri si fanno Natale con la famiglia.”
    “Perché? Io Natale non l’ho fatto con la famiglia?
    “Sì, il 25 a pranzo se no tua figlia di assicutava dal Distretto sino alla Questura centrale a calci nel sedere. Ma la notte prima eri in ufficio”
    “E menomale che c’ero, lo sai”
    “Ma finiscila. Quella non si sarebbe buttata mai”
    “Questo lo dici tu. Con le ragazzine non sai mai quello che ci può venire in testa”
    “Senti Salvo una che si siede sul davanzale e dice che si vuole buttare perché il padre ci disse che non ci piaceva lo zito… Di questi tempi è assurdo. Se ne strafottono dei padri e, casomai, c’è sempre la fuitina… No, senti a me: quella non si voleva buttare proprio. Era tutto teatro.”
    “Ah sì? Quella si era già alzata sul davanzale e mi ha detto: appena mi tocca mi butto. Nel frattempo suo padre si sbatteva la testa al muro e gridava: se si ammazza, mi ammazzo pure io. E la madre lo teneva e gli diceva: no Peppino se si ammazza, ammazzo io a te e poi mi ammazzo. Insomma, stavamo partendo con tre morti invece è finita in un altro modo. E questo perché? Perché questo fesso è stato due ore là a parlare con una ragazzina che poteva essere quasi sua nipote”.
    “E che ci contasti? La divina commedia?
    “Quasi. Come infatti ci contai di Paolo e Francesca e di tutti gli altri amanti della storia che avevano perduto la partita del loro amore. Ci contai di cose che sembrano grandi ma che sono piccole. E di cose piccole che sono veramente grandi. Non è forse la lancetta dei minuti più grande di quella delle ore? E mentre se ne stava lassopra il davanzale a piedi nudi, ci dissi che la vita è una grande guerra che si combatte ogni giorno e ognuno fa la sua parte. Mi sentivo un poco come Menenio Agrippa, quello che ci contava agli scioperanti che lo stomaco è una cosa inutile se non ci sono le mani che lo nutrono. Ma che le mani non si possono muovere se lo stomaco non fa il suo mestiere. Ma in fondo è anche vero. Certo è che ha funzionato. Lo sai che mentre parlavo mi sono avvicinato e ho visto che aveva le dita dei piedi bianche come la cera per lo sforzo che faceva a tenersi in piedi sulla soglia del davanzale? Allora ci dissi: hai i piedi freddi, te le posso prendere le pantofole? Lei non mi ha detto niente e io ho preso le scarpe e le ho appoggiate sulla finestra. Erano quelle che usano le ragazzine a forma di pupazzo. Lei, piano piano, ci ha messo i piedi dentro e io ho cominciato a massaggiarci le caviglie. La potevo afferrare ma non l’ho fatto. Io volevo che da quella fottuta finestra doveva scendere di sua voltontà. E gliel’ho detto. Poi ci dissi che pure suo padre se la sapeva coccolare, solo che tante volte uno non sa come si fa. Ma sono cose che si imparano dalla vita perché quelle non le insegnano a scuola. Così ci feci segno a suo padre di avvicinarsi e ci dissi che sua figlia voleva massaggiate le caviglie. Povero cristo, aveva la faccia dell’appagno. Perchè non è cosa da padri massaggiare le gambe a una figlia signorina. Quello era un tipo tutto tradizionale che già ci pareva strano abbracciarla, figuriamoci massaggiarci le caviglie. Invece ci provò. E io ci feci segno con le dita che doveva pure parlare. Lui era morto di scanto ma ho visto che nemmeno lui stringeva le caviglie della figlia ma le carezzava come aveva visto fare a me. Poi cominciò a raccontare pure lui di quando con sua madre avevano fatto la fuitina e finì che nella stanza tutti cominciarono prima a sorridere poi si misero tutti a ridere. Perfino quella che si voleva buttare. E che dopo un poco è scesa coi suoi piedi e si fece una bella chianciuta abbracciata forte a suo padre e a sua madre mentre il canuzzo di casa, un cornutello che non ti dico, faceva salti di mezzo metro e abbaiava. E a questo punto il padre ci disse che l’indomani poteva invitare lo zito a mangiare anche se ci sarebbe piaciuto di più se si appresentava suo padre a fare l’acchianata regolamentare”.
    “Salvo, ma può essere mai che le cose che racconti tu finiscono sempre bene?”
    “No amore mio. Purtroppamente non è così”
    “E allora?”
    “Allora il fattore è che quelle tinte non le racconto. Tanto buone o tinte, le cose che devono succedere succedono lo stesso”
    “Ma tu non vuoi passare per quello che conta sempre tragedie, confessa…”
    “Io non voglio passare in nessun modo ma vedi qual è il fatto? Le tragedie non te le scordi più. Ti timbrano l’anima come il bollo di ceralacca sopra un testamento. Le belle storie, invece, sono leggere come il polline del ciusciaciuscia e basta un poco di vento per farle perdere nel vento. Allora ogni tanto io ci do una ripassata”
    “Come la ragazza del davanzale?”
    “Sì, come la ragazza del davanzale”
    “Certo che sei un personaggio….”
    “La sai una cosa Sofia?”
    “Cosa?”
    “Nella storia che ti ho raccontato non ti ho mai detto com’era la ragazzina. Chissà perché, uno in questi casi pensa a una bella ragazzina come quelle che si vedono nella televisione quando fanno Agrodolce”.
    “Ah, lei invece com’era?”
    “Pacchionella e col culo un po’ basso”
    “E che cambia?”
    “Nulla, appunto. Ma ho capito quanto doveva contare per lei quel fidanzato, come forse si aggrappava a lui pensando che dove lo trovava un altro che se la prendeva? Povera figlia”.
    “Ecco, vedi come sei? Sei il padre di tutti e non può essere”
    “Ma sì, è un modo di dire”
    “No, per te è un modo di fare. Non sei Gesù Cristo. Lui si poteva permettere di portare la Croce di tutti. Ma tu sei solo un vecchio sbirro amore mio”
    “Sì, hai ragione. E adesso me ne vado a lavorare e aspetto qualche croce alla mia portata. Magari piccola piccola. Uno, non mi ricordo chi, un americano un poco drogato, diceva che tutti, nella loro vita, hanno diritto a un quarto d’ora di celebrità. Io penso che tutti, nella loro giornata, hanno diritto a un quarto d’ora di pausa dalla stanchezza di questo sole che ogni mattina spunta e ogni sera si va a coricare e nessuno ci può mettere mano”.
    “Vero, nemmeno l’ultimo giorno dell’anno”
    “Nemmeno quello. Che dura, come fanno tutti gli altri, ventiquattrore”.
    “Buonanotte amore mio, Buon capodanno. E pensami a mezzanotte”
    “Non ho bisogno di sapere che ore sono per pensarti. Buon anno anche a te sangue mio. ”

    Storie di un vecchio sbirro
  • 8 commenti a “Storie di un vecchio sbirro: Il davanzale”

    1. favoloso!!!
      che dire…
      non ci sono + gli sbirri di una volta!

    2. Io penso una cosa e la dico. Lo stile, la sintassi, il raccontare di Daniele è talmente palermitano da essere, per un palermitano come me, godibilissimo e di eccelsa fattura. Mi è venuto leggendo in mente Camilleri, ma, con tutto il rispetto per il Maestro, s’av’a gghiri ammucciari…Il modo di narrare di Daniele Billitteri è straordinario, non trovo altro aggettivo. Azzardo un eccezionale e se lo merita tutto.

    3. Anche a me è venuto in mente Camilleri…mi piace quest’uomo in divisa.Per lui prima il dovere e poi il piacere.Bello anche il rapporto con la moglie…intimità e complicità.Insomma una bella persona e una bella storia.

    4. Billitteri mi sembra il tipo che mentre è al bar a sorseggiare il caffè allunga l’orecchio a sentire le chiacchiere dei vicini; e magari va in autobus piuttosto che in auto per fare la stessa cosa. Insomma, il cronista a cui piace stare tra la gente per rubare le emozioni di strada per poi “impuparle” (in forma invidiabile!) e trasmetterle al lettore per tirargli fuori la sua parte buona.
      Ecco, l’Italia si potrebbe cambiare anche con le piccole cose: un bel calcio in culo ad Augusto Minzolini e Billitteri direttore del TG1!

    5. Spillo69: caffè pagato. Per sei mesi di seguito!!!

    6. Se ti “incoccio” al Rosa-nero, già che ci sono ti scrocco pure il cornetto.
      P.S.: spero che il 69 sia solo una svista e non una malcelata avance; sai, io sono etero!

    7. Io invece propongo Billi per il TG3. Ma non per sminuirlo, ma per esaltarlo. Al TG1 sarebbe troppo ingessato, al TG3 potrebbe fare la differenza con più autonomia.
      Nulla toglie che il TG3 supererebbe dunque il TG1 per ascolti.
      🙂
      Se vi incoccio al RosaNero ve lo offro io Calzone Fritto e caffè.

    8. giuro,mi è venuto in mente camilleri..dopo aver letto “un’articolo” di schifosissima fattura,sul sesso in auto a palermo di una certa Minia, mi sembra di leggere qualcosa di immenso.complimenti Maestro!

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