giovedì 29 set
  • mimose

    Non mimose ma opere di bene

    E siamo qua. Gli anni passano e se da un lato il punteruolo rosso ha già distrutto le palme, la xylella si è rosicchiata gli ulivi e la processionaria continua a devastare i pini, ancora nessun cornuto di insetto si è deciso a far fuori le mimose. Niente. Puntuali e inevitabili come il canone Rai e l’allergia primaverile, da metà febbraio in poi vedi quei rami sempre più gialli e sempre più carichi di palline paffute che scoppiano di salute, che in confronto il mais ogm pare deperito. Che poi diciamocelo, ragazzi, la mimosa puzza come mai un fiore che si rispetti dovrebbe puzzare, sia da fresca sia da secca. Ma pazienza, l’hanno eretta simbolo delle donne e noi ce lo dobbiamo accollare così com’è.
    Già nei giorni precedenti alla fatidica giornata, il lavavetri di viale Lazio non lava vetri, vende mimose. E così tutti i lavavetri, i vendifazzoletti e i vendicassettedifragole. Il supermercato ha proprio allestito un angolo apposito tra l’ortofrutta e le uova di Pasqua, metti che tra un carciofo e un ravanello decidi di portare a casa un giallo mazzetto puzzolente. Le mimose non mancano neanche dietro le vetrine dei negozi di intimo femminile, infilate alla buona tra mutande e reggiseni, mentre il cartellone pubblicitario del negozio di telefonia accanto, ti informa che solo per oggi internet è gratis per tutte le donne.
    I primi a ricordarti che oggi è “la tua festa” sono i tuoi amici e colleghi su WhatsApp che si sono messi l’alert sul telefono e che già alle 00:01 mandano un messaggino di gruppo, chi in maniera sintetica, chi in strofe, chi in modalità poema socialmente impegnato con il solito pippone che “non solo oggi si dovrebbe festeggiare la donna ma tutti i giorni dell’anno e blablablablablabla”. Qualcuna all’interno del gruppo si leva il pensiero e risponde sbrigativa con un “grazie” e tante faccine sorridenti, qualcun’altra non risponde affatto. Chissà se ha altro da fare oppure se è scocciata come me. Silenzio il cellulare, mi giro dall’altra parte e cerco di prendere sonno: domani sarà una lunga giornata. E infatti, il secondo momento in cui sei costretta a ricordarti di questo giorno per te tanto speciale è quando accendi il computer e mentre stai spalmando il miele sulla fetta biscottata il signor Google in persona ti da il buongiorno con un doodle dedicato e un video con donne di diversi paesi del mondo che completano la frase “Un giorno farò”. Un giorno. Appunto. Quanto sa essere triste e spietato a volte il signor Google, non lo sa manco lui.
    Un giorno. Un giorno forse noi donne faremo i colloqui di lavoro senza doverci preoccupare di come andiamo vestite. Senza trucco no perché sembri sciatta, troppo trucco no perché sembri zoccola, gonna mai perché vuol dire che la dai, l’anello…con gli anelli e le fedi non si sa mai cosa si deve fare: metterli vuol dire che sei fidanzata o sposata e qui scatta puntuale la domanda “Ma lei ha/vuole dei figli?”, non metterli significa che sei libera e però agli occhi di un uomo, una donna sopra i trenta ancora libera significa che sta cercando come un’indemoniata e se le fai un contratto a tempo indeterminato, fra due mesi ti spunta con anello e pancia. Meglio prendere una ragazza di 22 anni con Garanzia Giovani, va. Un giorno forse noi donne potremo evitare di preoccuparci che una camicetta appena trasparente possa “dare adito ad ambiguità”, che lo smalto sulle unghia possa essere “sinonimo di superficialità” e che se sei bella e non ti vesti con le scarpe da tennis e i sacchi dell’immondizia addosso, allora non puoi essere anche intelligente perché i miracoli non esistono. Forse, un giorno, se a lavoro risponderemo a tono alle battute sconce dei nostri colleghi maschi, forse smetteremo di sentirci dire che non sappiamo stare allo scherzo e che siamo “acide e isteriche”. Un giorno, forse, non sentiremo nemmeno più ripetere frasi come «ebbe’, chissà a chi l’ha data per essere lì dov’è». Forse, un giorno, sparirà anche il concetto che «se un uomo se ne fa trenta è proprio un figo che con le donne ci sa fare» ma se è la donna a farsene trenta, «beh, allora, è proprio una po’ facile». Un giorno, forse, quando saremo nervose o depresse, finiremo di sentirci dire dal fidanzato-compagno-marito «ma che è, per caso hai le tue cose?». Forse, un giorno smetteremo di sentire dire che «quella è una donna con le palle» per dire che quella li è una tosta, capace, brava, che ci sa fare. Ma perché, per essere tutte queste cose devo per forza essere paragonata ad un uomo?
    Un giorno, forse, tutte queste cose cambieranno. Ma intanto oggi non è ancora cambiato nulla rispetto agli altri anni e l’8 Marzo è un po’ come il Natale, siamo tutti più buoni e gentili, con le donne. Il bar squallido in cui ogni tanto mi fermo a prendere il caffè, resta squallido anche oggi però stavolta il barista (che non ha mai sorriso in vita sua neanche per sbaglio, o almeno mai da quando lo conosco io) mi fa un sorrisone a 64 denti ed esclama «auguroni signora, questo è per lei!». E con fare tronfio e soddisfatto da gran benefattore mi mostra un ramoscello di gialle palline allaccarute che poggia sul bancone accanto al caffè. E io davvero non so che dire. Preferisco non dire nulla perché lo so che in queste circostanze risulto involontariamente stronza e, in ogni caso, qualsiasi mia parola di disappunto non sarebbe capita e arriverebbe soltanto come una frecciatina acida e polemica. E allora con un sorriso tirato pago il caffè, infilo in borsa il cazzo di ramoscello e spingo la porta a vetri per uscire. Non faccio in tempo però perché un branco di maschietti in giacca e cravatta in pausa dall’ufficio del piano di sopra varca l’ingresso del bar, approfittando del fatto che io stia tenendo la porta aperta e uno dopo l’altro mi passano davanti senza troppe cerimonie. «No, ma complimenti!» faccio io dopo che anche l’ultimo dei quattro cafoni è entrato. Lui mi guarda con la faccia a forma di punto interrogativo e io vado via, più rassegnata che arrabbiata. Ebbe’, in effetti oggi sono meno femmina perché ho le Clarks e i pantaloni a coste di velluto. Vorrei vedere se non mi avrebbero lasciata passare, fossi stata vestita per come nel loro immaginario maschile va vestita una donna meritevole di rispetto. Chissà se voi alle vostre colleghe le avete portate le mimose.
    E quindi in questa giornata dedicata alle donne io mi prendo un minuto di silenzio per gli uomini e dedico loro un augurio. Auguro, a voi uomini, che siete padri, figli, mariti, colleghi, amici e compagni, di avere la capacità di capirle davvero le donne e di immaginare quanto la loro giornata e la loro vita possa essere diversa dalla vostra: a scuola, all’università, al lavoro, nello sport, per strada, in viaggio. Vi auguro di prendere in prestito dalle donne della vostra vita un po’ della loro delicatezza, della loro sensibilità e della loro ironia, e usare queste cose come degli strumenti per avvicinarvi un po’ di più a loro. Vi auguro di comprare meno mimose (vi garantisco che noi donne non ce ne facciamo proprio niente, anzi molte di noi non le gradiscono affatto) e spendere meglio il tempo con loro, in parole, attenzioni e pensieri di gran lunga più importanti.

    Palermo
  • 6 commenti a “Non mimose ma opere di bene”

    1. dai, oggi un pò di femminismo è concedibile…sono sempre discorsi del cacchio ma oggi siamo tutti più buoni anche con le femministe integraliste.
      Auguri a chi fa piacere riceverli e niente a chi, imperterrita, vuole fare la acida

    2. I miei preferiti sono quelli che hanno la bacheca piena di link pro-utero in affitto e poi l’8 Marzo celebrano le donne e i loro diritti…

    3. @daniele essere a favore di una regolamentazione dell’utero in affitto non è essere contro le donne, la contraddizione ce la vedi solo tu

    4. Bravissima! Lei riesce sempre ad avere una panoramica molto ampia. Sono sicuro che accetterebbe volentieri e con gli occhi lucidi un mazzo di rose rosse. Auguri

    5. Zibibbo, sostenere la possibilità di sfruttare donne povere usandole come cagne da riproduzione in cambio di denaro significa mercificare il corpo della donna e ridurla ad oggetto utile per il raggiungimento del proprio egoistico scopo.

    6. @daniele tu parli di schiavitù, sono due cose diverse. Lasciare invece la donna libera di scegliere regolmentando il processo per evitare che si possa sfruttare in maniera disonesta non è meglio della caccia alle streghe che fai?

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