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lunedì 29 nov
  • Roney

    Racconti ucronici, cronache di una Palermo possibile: il Roney

    Clelia aveva dormito un po’ sull’aereo che la stava riportando a Palermo.

    Aveva lasciato la sua città da oltre 20 anni ed ora finalmente avrebbe rivisto i luoghi a lei tanto cari. Non era passato un solo giorno in cui non avesse ripensato a qualcosa che riguardasse Palermo. Aveva trovato un lavoro in Germania nel lontano 1995 ed, a malincuore, era partita. Da allora non era più tornata e non aveva neanche voluto leggere più notizie, avvenimenti, informazioni della sua città. Era molto arrabbiata con il suo paese perché l’aveva costretta, per mancanza di un lavoro che non la svalutasse, ad essere una straniera in un luogo tanto lontano dai suoi affetti più cari. Spesso chiacchierava al telefono con sua madre, rimasta a Palermo, o con i suoi fratelli sparsi per il mondo, ma non parlavano mai, per tacito accordo, dei cambiamenti della città.

    Clelia non voleva saperne delle novità. Voleva ricordare Palermo così come l’aveva lasciata. Scese dall’aereo e recuperò i suoi colorati e voluminosi bagagli. Sarebbe rimasta in città per alcuni mesi e quindi aveva portato molti abiti ed accessori con sé. Uscì dall’edificio aeroportuale, si liberò infastidita dell’orpello della mascherina sul viso, che la soffocava, respirò finalmente aria di casa e chiamò un taxi.

    Avrebbe abitato nell’appartamento contiguo a quello di sua madre, in via La Farina: la sua strada, la strada della sua infanzia. L’elenco dei luoghi che aveva intenzione di rivedere era interminabile, ma avrebbe dovuto, ancora per quella notte, tenere a freno il suo entusiasmo. Era davvero troppo tardi per qualsiasi attività. Sarebbe andata a casa a dormire e avrebbe salutato sua madre soltanto il giorno dopo, a colazione.

    Arrivata a destinazione, aprì il portone, salì un piano di scale e infilò senza fare rumore la chiave nella toppa. La porta accanto alla sua si aprì improvvisamente e sua mamma, Marilù Settepani, in vestaglia fluttuante e bigodini morbidi la abbracciò con foga! Come aveva potuto dubitarne?

    Andò a dormire stremata, dopo più di due ore di chiacchiere e risate.
    La mattina, dopo colazione, si dedicò alla sistemazione dei bagagli ma a mezzogiorno si interruppe per fare una piccola passeggiata di ricognizione nei dintorni di casa. Andò all’Antica Panetteria, punto di riferimento della sua gioventù, e ne riportò festante due muffolette.

    Una teglia di parmigiana di melanzane la attendeva per il pranzo e Clelia la gustò con il rispetto dovuto alla sua magnificenza. Seguirono una porzione di bollito di manzo e una fetta di gelato scorzonera e cannella.

    Fu necessaria la pennichella dopo un così lauto e memorabile pranzo. Non aveva rinunciato a nessuna portata: ciascun piatto era infatti una tra le leccornie da lei preferite.

    Prese un caffè e poi iniziò a prepararsi per una passeggiata tra i ricordi, lungo le strade ed i luoghi di cui aveva più nostalgia, nei dintorni di casa. Indossò un tailleur, come ai vecchi tempi, e si avviò verso via della Libertà.

    Ritrovò i bei negozi di moda, abbigliamento, valigeria e accessori, che rendevano da sempre così meravigliosa ed elegante la strada più armoniosa e grandiosa della città. Molte persone stavano passeggiando nel grande viale, ombreggiato dai due filari di alberi e con un impianto di diffusione musicale attivo nelle ore diurne e nella prima parte della sera. Sentiva il chiacchiericcio in palermitano che le dava una forte emozione dopo tanto tempo trascorso ascoltando una lingua straniera.

    Gli odori si avvicendavano man mano che andava avanti nel viale, li distingueva felice: profumi da toeletta, prodotti da pelletteria, effluvi di biscotti appena sfornati, aroma di gelato e di caffè…

    Percepiva un’atmosfera decisamente magica. La sua passeggiata era reale, ma allo stesso tempo comprendeva che stava realizzando un percorso, attraverso il tempo e lo spazio, lastricato dai mattoni dei suoi ricordi e dei suoi sentimenti per la città.

    La luce solare del tramonto era dorata, si rifletteva sulle pareti degli edifici quasi orizzontalmente, regalando alla visione complessiva un’aura onirica. Clelia era davvero emozionata: non immaginava di potersi sentire così coinvolta e così nostalgica.

    Continuò a camminare avida di sensazioni e di riscoperte, entrò in qualche negozio, curiosò tra le vie secondarie, cercò di saziare il desiderio, oggi riscoperto, di rivivere i luoghi della sua gioventù.

    Si accorse ad un certo punto di avere davvero fame e con decisione si diresse verso il Roney: aveva bisogno dei suoi mitici tramezzini!

    Lo vide appena girò l’angolo di via Siracusa, illuminato dall’interno come un meraviglioso salone delle feste. La luce calda all’interno, accogliente, i tavoli pieni di persone concentrate nei propri momenti di vita, di relax o d’affari: tutto era molto rassicurante e avvolgente. Aprì l’ampia porta a vetri e trovò un angolo ed un tavolo tutto per sé. Ordinò due tramezzini ed un bicchiere di vino e si acquattò nel divanetto.

    Roney

    Intorno, un grande viavai di camerieri e piccoli gruppi di persone che si alternavano ai tavoli. L’atmosfera del locale era elegante come sempre, e infondeva un rassicurante sentimento di accoglienza familiare e amorevole, privata però dell’incombenza del provvedere ai propri bisogni. La libertà e la leggerezza conquistate dal momento in cui ci si sedeva al tavolo, consentivano ad ogni ospite l’opportunità, l’agio di concentrarsi su pensieri, progetti, documenti, contrattazioni che in quel luogo avvenivano con inconsueta facilità. I profumi del cibo, dei mitici tramezzini, dei biscotti al limone appena sfornati erano, oggi come nei decenni precedenti, una pietra miliare. Nessuno ha mai scoperto gli ingredienti e le ricette segrete di quei maestri di cucina, selezionati con cura tra i più accreditati della pasticceria e gastronomia nazionale. La musica di sottofondo e il panorama sul viale le fecero trascorrere un’ora di beatitudine, come non succedeva da tempo.

    Roney

    Tornò a casa riflettendo e chiedendosi per la prima volta perché mai non avesse voluto, negli ultimi anni, avere notizie della “sua” meravigliosa Palermo.

    Trovò sua madre davanti alla televisione e le raccontò il suo pomeriggio.

    Marilù Settepani la guardò enigmatica. Le chiese di ripetere per la seconda volta il racconto. Poi le rivelò il motivo del suo scetticismo: il Roney? Il Roney aveva chiuso da anni!

    Clelia prese lo scontrino e glielo mostrò. Era reale!

    Era davvero inspiegabile e Clelia decise che la mattina dopo sarebbe ritornata nel bar per capire cosa stava accadendo.

    Vi andò appena sveglia, per colazione, ed immancabilmente lo ritrovò. Prese un magnifico cornetto ed un caffè e poi chiese al barman se l’attività era stata recentemente riaperta dopo un periodo di chiusura o se avesse avuto problemi durante gli ultimi anni.

    Roney

    Il barman negò. Confermò che il Roney era in attività dal 1979, sotto la guida del titolare, il cavaliere Ippolito, ininterrottamente ed orgogliosamente fino ad oggi, il 2021. C’era stato solo un piccolo periodo di difficoltà, che lui sapesse, ma per parlarne avrebbe dovuto chiamare uno degli antichi chef, in cucina. Dopo qualche minuto apparve il vecchio Pino che raccontò della piccola disavventura occorsa al locale il 2 novembre del 1996, l’unico evento che avrebbe potuto mettere in pericolo il buon nome del locale, giorno in cui un sabotatore aveva lasciato incustodita una bottiglia di acido per la pulizia delle lavastoviglie sul bancone bar. Per fortuna la bottiglia venne utilizzata soltanto in minima parte, per ultimare il rabbocco di uno dei bicchieri d’acqua, quelli che normalmente accompagnavano i vassoi con i gelati.
    La vittima, una donna, ospite pomeridiana di un tavolo in sala, appena avvicinato il liquido alle labbra, si rese conto che qualcosa non andava e sputò via il liquido immediatamente, subendo pochi danni. Ci fu un’inchiesta ed in seguito si scoprì che il sabotatore aveva lasciato appositamente l’acido sul bancone per una sorta di vendetta sociale: mal sopportava quel ritrovo di bella gente del ceto medio/alto della città, ben vestita, sorridente, affaccendata ed impegnata nel proprio lavoro. Successivamente nessun altro incidente di percorso aveva interrotto i laboriosi giorni di attività del locale. Nel tempo era stato rinnovato: aveva cambiato l’arredo almeno tre volte e la disposizione dei tavoli era oggi più rarefatta ed arricchita da preziosi divanetti. Spesso vi si ascoltava musica, a volte anche dal vivo con ospiti di riguardo, come grandi star internazionali, ed era sempre uno dei locali più raffinati della città. Tra i suoi ospiti illustri c’erano stati, nel passato, Capi di Stato quali Pertini o George Bush, politici come Nilde Iotti, sindaci e amministratori locali. Più recentemente si erano aggiunti anche attori famosi nazionali ed internazionali quali Tornatore, Fiorello, Cucinotta, o cantanti come Pavarotti o Peter Gabriel, ma anche vip della moda come Dolce e Gabbana, Valentino, Armani ecc. Tutti coloro che vi lavoravano erano molto orgogliosi della fama e del buon nome del grande Roney.

    Con in tasca il secondo scontrino, Clelia si mise in cammino per tornare a casa da sua madre. Durante la strada si accorse tuttavia che qualcosa di strano le accadde proprio in un punto particolare del viale, prima della piazza delle Croci, al centro tra gli ultimi edifici storici, posti due a destra e due a sinistra. In quel punto sentì un improvviso cambiamento dentro sé, un mancamento, una vertigine inaspettata, ma osservò anche una metamorfosi dell’aspetto della città e di tutto ciò che aveva intorno. Al centro del quadrilatero tra gli edifici, una modificazione della sfera del Regno dell’Esistenza provocava uno sconfinamento in quella del Regno delle Realtà Possibili, creando un punto di passaggio pieno di straordinaria energia, e catapultandola in una realtà alternativa. L’anomalia appena accaduta le aveva mostrato una città che avrebbe potuto esistere o che, forse, esiste davvero. Clelia non riuscì a darsi nessuna spiegazione razionale. Passando oltre quel punto capì di esser tornata nella vita di tutti i giorni perdendo la sensazione intima di magia. Si ricordò allora di aver provato la sensazione inversa quando l’aveva attraversato poche ore prima, ma senza farci troppo caso. Si sentì disorientata e priva di punti di riferimento.

    Mise la mano in tasca, cercando incredula una prova della sua avventura, e lo trovò lì: lo scontrino del bar Roney per un cornetto ed un caffè, consumato al bancone il 15 luglio del 2021.

    (foto gentilmente concesse e rielaborate da un album privato di Ippolito Ferreri)

    Palermo
  • 6 commenti a “Racconti ucronici, cronache di una Palermo possibile: il Roney”

    1. Bellissimo racconto. Com’è cambiata la nostra città….

    2. Quanto mi piacerebbe catapultarmi indietro nel tempo, rivedere la mia bella Palermo, prima dei disatri “cammaratesi” e “orlandiani”, e poter gustare, di nuovo, un succulento piatto di spaghetti coi ricci del mitico Ippolito Ferreri…

    3. Mi piacerebbe vivere questo sogno…abitavo in via Libertà e queste erano proprio le mie zone!!
      Tutto scomparso,tutto straniero,tutto bastardo…la mia Palermo nn esiste più ed io,infatti,non ci vado più
      Nn ritrovo più niente,né bellezze,né negozi,né odori,né atmosfere,né persone…dico sempre di essere una perfetta straniera a Palermo…a QUESTA Palermo!
      Ciao cara

    4. Attraverso il ricordo, “dolcemente “possiamo proiettarci in una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione , fino a rimuovere l’amaro sapore del tradimento. Clelia ci accompagna nel suo viaggio, tradita da una Palermo violata di cui è ancora innamorata. Grazie Clelia per ricordarci che ciò che poteva e non è stato,dipende spesso solo da noi.

    5. Bel racconto che sa di nostalgia e speranza.

    6. Un quadro impressionista dal tratto leggero e nostalgico di una città che abbiamo vissuto e amato….

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