Profilo e post di

e-mail: giacomocacciatore@gmail.com

Biografia: Scrittore, giornalista, editor e sceneggiatore, è nato a Polistena (Reggio Calabria) nel 1967, ma vive da sempre a Palermo. È laureato in Lingue e letterature straniere. Ha collaborato dal 1999 al 2007 come narratore e corsivista con l’edizione siciliana del quotidiano la Repubblica. Attualmente tiene una rubrica (“Il cacciatore”) sul mensile I Love Sicilia. I suoi racconti sono stati pubblicati in due raccolte – Nostra signora dei sospiri e Palermo, amore e coltelli – e in alcune antologie, tra le quali Portes d'Italie (Fleuve Noir, 2001), 14 colpi al cuore, Anime nere reloaded, Bad prisma (Mondadori, 2002, 2008, 2009), Duri a morire (Dario Flaccovio, 2003) e Fotofinish (Ed. Ambiente, 2007). Con il saggio Il terrorista dei generi - Tutto il cinema di Lucio Fulci, scritto insieme a Paolo Albiero, ha vinto il Premio Efebo d’Oro speciale 2005 per il miglior libro di cinema. Il suo romanzo d’esordio, L’uomo di spalle (Dario Flaccovio, 2005), è uscito in Francia per Rivages. Del 2007 è il suo secondo romanzo, Figlio di Vetro (Einaudi, i Coralli), tradotto in Germania (Rowohlt), in Francia (Liana Levi) e in Spagna (451 Editores) e finalista a quattro premi nazionali. Cacciatore ha scritto (con Raffaella Catalano e Gery Palazzotto) e anche diretto la docufiction Il mago dei soldi (Novantacento ed.). Il suo lavoro più recente è Salina, la sabbia che resta (Dario Flaccovio, 2010), scritto con gli stessi coautori.

Giacomo Cacciatore
  • È il Massimo

    C’ero stato anni fa, e mai per ascoltare musica. Che poi sarebbe il suo esito naturale.
    Nascosto in un palchetto scricchiolante, ci ho visto Francis Ford Coppola girare una scena di avvelenamento da cannoli, con Eli Wallach che faceva la fine del topo, durante un galope della Cavalleria Rusticana. Il parterre era ancora divelto: un campo di battaglia di ristrutturazioni tardive ricoperto da un sudario di cellophane.
    Ci sono tornato da alunno stagionato, in visita con un corso regionale da accompagnatore turistico (ottomila lire al giorno di indennità). Anche quella volta non ho sentito una nota: solo le nostre voci che si nutrivano dell’acustica nella rotonda di mezzogiorno, abitata da fantasmi ottocenteschi di fumatori di sigaro. Qualche sera fa, il mio battesimo con la sinfonica. Continua »

    Palermo
  • La neve

    Io mi ricordo una volta che a Palermo nevicò davvero. Non rammento l’anno, ma la sensazione sì. Capitò di notte, come se qualche dio delle nuvole nordiche di passaggio avesse deciso di giocarci uno scherzo, e vedere che faccia avremmo fatto. Allora abitavo alla Riserva Reale – Rocca Mezzomonreale – e nel vedere il bianco mattutino dove la sera prima c’erano i pilastri di un’ondata edilizia rapida e arida, ebbi la sensazione che qualcosa si fosse ribellata, che un’entità superiore, stanca del nostro caldo e della nostra sporcizia, avesse deciso di cambiarci le coordinate geografiche. Di metterci sotto ghiaccio, al polo, per ibernare i batteri della decadenza e della strafottenza. Mi incappottai e scesi in strada, con l’entusiasmo di un bambino adulto. Fuori, era pieno di gente che aveva colto l’occasione. Vidi una sfilata di bomber impolverati di naftalina. Nasi rossi che non credevano alle proprie mucose. Fumetti di condensa dalle bocche, più gentili delle solite parole nostrane. Continua »

    Palermo
  • Scatti chiacchierati

    Chi sa di mafia può dirlo meglio di me. Tra i sedicenti uomini d’onore, le parole che si usano per illustrare un comportamento, per motivarlo e soppesarlo, hanno la stessa importanza del comportamento in sé. Il mafioso dà forma all’umanità che lo circonda e alle relazioni nelle quali s’imbatte sfruttando due diversi livelli di linguaggio: differenti definizioni da cruciverba umano e sociale. C’è quello riservato al consorzio civile (in cui il mafioso sopravvive con istinto metamorfico) e quello stabilito dall’associazione cui si pregia di appartenere: il gergo dei criminali.
    Chi ha letto di mafia (soprattutto la trascrizione dei verbali dei collaboratori di giustizia) sa che tra “amico” e “cosa nostra” c’è differenza. E non è questione di sfumature. Un amico è persona disponibile, non organica alla criminalità organizzata ma incline a godere della compagnia e dell’amicizia degli uomini che la compongono. Può anche trattarsi di un individuo inconsapevole – o consapevole a metà – della caratura delle sue frequentazioni. Della vicinanza con i mafiosi lo inebria il profumo del potere, la baldanza di poter navigare senza bussola né ostacoli in una città labirintica, condotto da un Caronte che tutto sa e nulla teme. Continua »

    Palermo
  • Segajuoli

    Ma se io una mattina mi alzassi con la fissazione che nella mia città mancano un romanziere e un romanzo in grado di raccontarla – questa città – e invece di mettermi a scriverlo – questo benedetto romanzo – o almeno provarci, cominciassi a pontificare sul perché e il percome questo romanzo debba essere scritto (da altri) ma in fondo non possa essere scritto davvero, e quindi è bene dire che si dovrebbe ma non si potrà, e tuttavia, però, poiché, ovvero, nella misura in cui…voi pensereste che sono un segajuolo, giusto?
    Giusto.

    Palermo
  • La diagnosi

    Qualche anno fa intervistai uno psicanalista palermitano molto famoso. Non solo famoso, ma anche preparato. Anni di carriera, migliaia di pazienti, riconoscimenti nazionali e internazionali.
    In cerca di domande accattivanti, mi venne in mente anche questa: «Se lei dovesse ritrovarsi la città di Palermo distesa sul suo lettino, che diagnosi farebbe? Quale nevrosi importante le attribuirebbe?».
    Ci pensò su in silenzio, per una manciata di secondi che mi sembrarono lunghissimi. Poi sorridendo amaro: «L’invidia», disse.

    Palermo
  • La prova del fuoco

    Mi sfavillano due immagini nella mente. La prima è quella di un ginnasta del Fascio che salta dentro un cerchio fiammeggiante. A torso nudo – le ascelle villose che contrastano con l’intento epico dell’atleta, il resto immerso in un calzone alla zuava – il fascistotto spicca un balzo grassoccio, perfora lo spazio orlato di calore e atterra, traballante e senza gloria, nella polvere. La seconda immagine – più epica e senza un grammo di ridicolo – è quella di Piggy, il naufrago sovrappeso e indifeso de Il signore delle mosche di Golding. Piggy è un diverso che si ritrova a dover convivere con una società di uguali. Piagnucola e si affida al compagno di sventura meno uguale di tutti. Si rende conto che per lui non sarà facile. Scoprirà di avere ragione, ma non prima di aver tentato.
    Queste immagini raccontano due mondi agli antipodi, eppure incardinati sullo stesso tema. Il rito di passaggio: le strategie di ingresso in un gruppo sociale (tribale?) e quelle di conferma di appartenenza al gruppo in questione. Continua »

    Palermo, Sicilia
  • Cercasi Dostoevskij

    Succede quasi a scadenza annuale. Di solito a inizio estate, qualche volta alle soglie dell’autunno. Qualcuno si stiracchia, mette mano alla tastiera e disserta sullo stato della letteratura e/o della narrativa palermitana. L’argomento della conversazione di solito verte su due tormentoni: lo strapotere di genere del giallo alla Camilleri (o, discutendo di Palermo, sarebbe più preciso tirare in ballo Santo Piazzese) e la mancanza di un romanzo sociale e civile di conio palermitano, un Gomorra isolano, per intenderci. I tormentoni sono intercambiabili (perniciosa moda del giallo prima e carenza d’impegno poi, o prima la carenza d’impegno e le colpe del giallo che chiuderebbero il cerchio). La conclusione è sempre la stessa: lo spessore letterario a Palermo non esiste. Non c’è una opus magna, una bibbia di riferimento che riassuma in sé tutto quello che di Palermo e su Palermo bisognerebbe scrivere (per salvarla, almeno sulla pagina, beninteso): trama avvincente, stile tagliente, struttura prodiga di riflessioni, j’accuse socio-morale, spessore che solletichi l’attenzione di critica e di giurie di premi nazionali e internazionali, scandalo, cronaca, ironia, agganci storici, personaggi indimenticabili, uso creativo – e filologicamente rigoroso – del dialetto. Insomma, si vagheggia di un’opera (e di un autore) che riassuma tutte le virtù dell’arte del narrare, e la cui esistenza sarebbe possibile solo se si unissero venti cervelli pensanti e raccontanti sotto un solo nome, o meglio ancora se si materializzasse un genio letterario al pari di Dostoevskij (ma panormita) che contenga in sé una visione limpida, netta, definitiva della “creatura Palermo” e delle sottocreature che vi si agitano. Nel frattempo, in questa operazione lamentosa e velleitaria, io credo che ci si perda quello che già esiste. Continua »

    Palermo
  • Palermitani: istruzioni per l’uso 2

    Palermitani. Istruzioni per l’uso. Parte sesta. Esempio 1: Per strada. Decido di criticare ad alta voce. «Guarda come ha posteggiato la macchina quello! Sullo scivolo per le carrozzine, e di traverso le strisce pedonali». Uno sconosciuto mi si avvicina: «Senta, prima di prendersela con un solo maleducato, pensi all’altro mezzo milione di maleducati che posteggiano anche peggio; in doppia e tripla fila, davanti ai passi carrabili ecc». Se ne va, lasciandomi con la sgradevole sensazione di avere una visione gretta e ristretta della realtà, viziata dal malumore del momento. Esempio 2: sempre per strada. Rimango imbottigliato in un corridoio di auto parcheggiate in quadrupla fila. Ri-decido di criticare ad alta voce: «Ma guarda come hanno messo le macchine questi! Andrebbero multati tutti! Un esercito di vigili, ci vorrebbe!». Mi si accosta un altro sconosciuto: «Senta, prima di sbraitare contro dei poveracci che magari dovevano correre al lavoro o in farmacia, e che non sapevano dove posteggiare, se la prenda con chi dovrebbe pianificare il traffico. I signori con le auto blu, quelli che comandano!». E se ne va, lasciandomi con la sgradevole sensazione di essere un borghese viziato, nemico del popolo, ignaro dei complessi e sferraglianti meccanismi che ci governano dall’alto. Continua »

    Palermo
  • La puzza della strada

    «Te la porterai sempre addosso la puzza della strada», dice Max.
    «A me piace, la puzza della strada», gli risponde Noodles. «Mi apre i polmoni».
    Così, più o meno, i protagonisti di uno dei più bei film della storia del cinema sintetizzano i temi dell’esperienza e del destino. Siamo e saremo per sempre quello che abbiamo vissuto, ascoltato e respirato. Siamo il “dove” abbiamo mosso i primi passi.
    Ci ho pensato tanto a questo scambio di battute di C’era una volta in America, negli ultimi giorni. Perché sono cresciuto – quasi nato – in un quartiere dove la puzza della strada non te la levi di dosso. Ti si insinua nel profondo e lì rimane, e non esistono saponi né acque di colonia per disinfettarti l’anima, il cuore in corsa e i nervi. Ci ho riflettuto a lungo, perché una vocina da quella strada, da quel vicolo che credevo di essermi lasciato alle spalle mi ha raggiunto fin qui, facendosi a piedi venticinque anni di passato e qualche chilometro di città.
    Un tizio mi ha minacciato nell’ascensore di casa mia. Continua »

    Palermo
  • Io mi ricordo, minchia se mi ricordo (le tv libere palermitane)

    Io ricordo. Minchia, se ricordo.
    Ricordo Tele Sakura che appendeva davanti alla telecamera un foglio scritto a pennarello, verso le dieci e mezzo di sera, promettendo ai telespettatori: «Tra poco…film per adulti». In sottofondo cantava Asha Puthli – The devil is loose – e, oggi che sono meno innocente, non mi sembra un caso.
    Ricordo Telesicania, che trasmetteva Psycho a rotazione continua, in un bianco e nero più grigi di come li aveva pensati Hitchcock; e Trog che commemorava ogni anno, in monoscopio col rumore bianco, la scomparsa del «caro figlio Olimpo Giove», cui la stazione era intitolata.
    Io ricordo. Hai voglia se ricordo.
    Ricordo Itc, che mi regalò Bagheera de Il libro della giungla di Disney, ma fuori fuoco e senza colori. Ricordo VideoPa e i suoi film e telegiornali bombati, che sembravano trasmessi dal cuore di una boccia di vetro per pesci rossi. Ricordo Tele l’Ora e un giovanissimo Antonio Calabrò, in camicia a maniche corte azzurrina – ombre di redazione gli si agitavano alle spalle, baffi folti sul suo volto ingiallito da un obiettivo Trinitron – che annunciava il cinquantesimo (o forse novantesimo) omicidio di mafia a Palermo. Continua »

    Palermo
  • Là fuori

    Nutro una sensazione. Che giorno dopo giorno cresce in sospetto, minaccia di lievitare in constatazione ed esplodere in dato di fatto.
    Sta tramontando il mito del «mai senza sole, senza mare e senza panelle».
    Del «mai lontano da qui».
    Sento sempre più palermitani della mia generazione (ma anche più giovani) che sussurrano di voler andare a vivere altrove. «Là fuori», si sospira, e si intende un là-fuori-là fuori. Altrove. Forse nemmeno in Italia.
    Ne chiacchieravamo anche venti anni fa, ma allora si scherzava. Poi non lo si faceva. Era un vezzo, puro gusto di grattarsi le rogne tra adolescenti, una fantasticheria seguita da una risata, da un «ma sì», o dall’inevitabile «ci vediamo domani».
    Adesso non ne sono più tanto sicuro. Continua »

    Palermo
  • Cala che ti passa

    La città si sveglia senza trasporto municipale. Sciopero selvaggio dell’Amat. Il Comune le deve un pacco di soldi, e le cose si mettono male. Fottitene e pedala. C’è il porticciolo turistico della Cala. Palermo è resuscitata. Lo hanno scritto sul giornale.
    La città si stiracchia la mattina dentro un fruscio di sacchetti sazi di tutto, scende dal letto col piede sinistro (quello giusto) e pesta scatolame, stronzilli di animale, guarnizioni di frigo, trumò sfondati, materassi sventrati, bidoni di differenziata abbandonati (al loro destino) e renali & pitali. Baciami, stupido: esiste il porticciolo turistico della Cala. Palermo con i controcazzi: non teme rivali. Lo hanno scritto, con la lacrima e lo sniffo di naso, sui giornali. Continua »

    Palermo
  • Palermitani: istruzioni per l’uso

    Palermitani. Istruzioni per l’uso. Esempio 1: do una moneta al posteggiatore abusivo, accenno un sorriso di solidarietà, aggiungo un «per lei…», e saluto con un cenno del capo. Nemmeno mi ringrazia. Esempio 2: sbatto una monetina sul palmo del posteggiatore abusivo, «tie’!», dico, senza guardarlo. Aggiungo: «Ricordati che t’ho pagato, non ti presentare più per stasera». Fa un mezzo inchino: «Vada tranquillo, dottore. Buona cena dottore, e grazie mille dottore».

    Palermitani. Istruzioni per l’uso. Parte seconda. Esempio 1: discuto di qualcosa che conosco bene con un commensale. Questo m’interrompe di continuo, cominciando ogni frase con un: «No…aspetta. Ti spiego io come stanno le cose». Esempio 2: stesso commensale, altra cena. Esordisco così: «Tu che ne sai più di me, carissimo, mi spiegheresti…». Felicità dipinta in volto. Magma di parole. Riesco persino a infilare un discorso. Continua »

    Palermo
  • Risonanze (fra i trenta e i quaranta)

    Su Repubblica Palermo parla la rappresentanza dei TQ cittadini: gli scrittori-critici-editori Trenta-Quarantenni (da qui TQ) che, sulla scia di un movimento nazionale, vogliono fare sentire la loro voce isolana. I TQ locali, che sono tra i firmatari e costituenti dell’iniziativa originaria, invitano tutti a (cito) «entrare in risonanza» con il resto del paese. Essendo io scrittore, e gravato da atavici sensi di colpa causa scarso attivismo, e palermitanamente ignavo, e avendo poco più di quaranta anni, e non disinteressandomi del tutto di politica e di letteratura – meno mi alletta la letteratura che fa politica, o la politica che diventa letteratura – mi sono incuriosito.
    Ho letto due volte l’articolo in cerca di obiettivi, linee programmatiche, iniziative. Sarò poco “risonante”, ma non ci ho capito niente.

    Palermo
  • Palermo, alzati e cammina

    A suon di musica. Ne parlavo ieri con un amico e collega. Il suo capo gli aveva sussurrato la linea editoriale del momento: basta notizie sulla città che boccheggia, che annaspa, che si dispera, che fa debiti, che uccide e si uccide. Almeno per il momento. Esiste un’altra Palermo. Quella che va a vedere Sting, che si gode i riflettori e i tufi spazzolati del Castello a mare, che “sbagna” le panchine a forma di pan d’arancio (bianco, però) sul “molo turistico” della Cala, fresco di tappeto erboso, vicino eppure distante dal suo più prosaico dirimpettaio, il mago del “pani c’a meusa”. Questa Palermo di cui nessuno sospettava l’esistenza in morte è risorta dall’Averno grazie a un miracolo lesto: è bastato un fine settimana. Lo ha scritto pure un blasonato quotidiano, in “nazionale”: Sting canta la rinascita di Palermo. E se tanto poco basta, se il potere taumaturgico della musica e della brezza serale può farci tirare un sospiro di sollievo, propongo un esperimento medianico. Evochiamo lo spirito di Mozart, tutti insieme, una notte, a Romagnolo. Hai visto mai che, a suon di Dies Irae, non si risani il centro storico, e si materializzi una metropolitana, e tutto torni pulito, per le strade e nel Palazzo. Così: con un glissato d’arpa e una svirgolata d’archi.

    Palermo
  • Roger contro Sting

    Due giorni di paginate su Sting a Palermo. E lo capisco. Però.
    Però qualche anno fa era atteso Roger Waters, con il suo In the flesh tour, al velodromo Borsellino. Biglietti già venduti, tutto pronto. Il concerto saltò, per non so più quali beghe e pasticci locali.
    Alla delusione, i giornali dedicarono una “breve” gelida.
    Dico, stiamo parlando della mente dei Pink Floyd. Ma Get your filthy hands off my desert non è Russians, Roger non è biondo e non fa yoga. Si limita a scrivere capolavori.
    A margine: la sua riproposizione di The wall è stata una delle tournée di maggiore successo della storia recente. Però bisognava andare a Milano.

    Palermo
  • Poe è stato a Ballarò

    Vengo a sapere solo oggi che una via Edgar Allan Poe esiste, a Palermo. Lo stradario mi informa che si trova fra Tommaso Natale e Sferracavallo. È una zona che non conosco. Quanto mi basta per immaginarla come la ruga di un borgo marinaro, un vicolo in leggera pendenza che regge una fila di persiane spellate dalla brezza.
    Riflettendoci, il contrasto tra nome di tenebra e luogo di sole sarebbe uno spunto sul quale rappezzare una storia. Vecchio pescatore su sdraio che scruta ossesso il proprio gatto nero. Ma questo forse lo scriverei se non avessi già in mente, da anni, la mia personale rue Edgar Allan Poe. Che non è vicina al mare. Un manoscritto trovato in una bottiglia suggerisce che per arrivarci devi risalire il Cassaro morto, oltrepassare via Roma, ruotare i tacchi a piazza Vigliena e imboccare una stradina che si chiama via del Ponticello. Da qui, la chiesa di Casa Professa ti benedice prima di arrivare al posto. Sconsiglio di chiedere informazioni su Allan Poe, scrittore, a quelli di Ballarò. Conoscendo i tipi, domanderebbero: «Ma perché? Esiste?». Cercalo e basta. Se non sarai tu a trovarlo, sarà lui a venirti incontro. Continua »

    Palermo
  • Più scenario che dramma

    Abbiamo il gusto della tragedia, si sa, ma andiamo pazzi anche per gli scenari. Macerie, crateri nella strada e date impresse nella memoria: ci piace esserci stati. Se è successo davvero, amiamo sottolinearlo. Se non c’eravamo, informiamo il mondo del fenomeno sincronico che in qualche modo – per allusioni impalpabili e connessioni minimaliste – ci lega indissolubilmente al fattaccio, garantendoci almeno un’apparizione nei titoli di coda, quando è impossibile far mostra di noi in quelli di testa. Diciannove anni fa morivano, malissimo, il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Diciannove anni dopo, quei martiri riemergono e resistono nell’immensa memoria virtuale e collettiva che è il web, in tutte le sue declinazioni: blog, Facebook e siti personali. Ma lo scenario non è più quello desolato e desolante di una Beirut palermitana. Si è affollato di testimoni vicini e lontani, spesso decontestualizzati, molti smaniosi di raccontare a che punto fossero le loro vite quando via D’Amelio si è aperta per inghiottire sei esistenze luminose. La rete è stata tutto uno spumeggiare di «io c’ero, e se non c’ero vegliavo», «io stavo lavando il cane», «io davo da mangiare ai pesci rossi, quando…». Continua »

    Palermo
  • Sopravvivere anche così

    E un giorno o l’altro lo vedrò sbucare dal seminterrato. Lo inseguirò con lo sguardo: lo sdegno che gli sfregia il mento, gli occhi stanchi, la camicia stropicciata da una notte spesa a vincere per sentirsi sconfitto. Né buongiorno né addio. Una custodia che rintocca sulla coscia.
    Sul dissolversi di quell’allucinazione indotta da noia, portici e cemento, Eddie Felson, lo spaccone del biliardo, sparirà verso piazza San Francesco di Paola. Si lascerà alle spalle me e l’unico posto di Palermo nel quale mi sembra probabile che possa apparire. Ma io, non contento, butterò il cervello su un dolly: azionerò un comando mentale e dondolerò su per la spina dorsale del grattacielo in controluce, quello con l’insegna ovale in cima. Vorrò trovare la finestra con le tapparelle bianche – deve essercene una, a metà dei diciotto piani – e da quelle fessure spierò Marion Crane, ladra per impulso, e Sam, della bottega di ferramenta. Sono seminudi, nella stanza di quell’albergo in cui si evitano domande alle coppie non sposate. Marion e Sam non sanno ancora di Norman Bates che tagliuzzerà i loro destini; Sam e Marion discutono di un futuro che sta per separarli. Convinti di essere a Phoenix, Arizona.
    Fine del primo tempo: stanco di sentirmi ostaggio di un’America virata seppia, passerò al colore. Continua »

    Palermo
  • ‘U truccu

    Il signor Palermo (chiamiamolo così per amor di riservatezza e di facile metafora) è pensionato da un paio d’anni. Si alza la mattina senza chiedersi un perché e senza pretenderlo, si bagna la faccia e i capelli, si rade bene, si pettina all’indietro, sveglia lo stomaco con un goccio di caffè superstite nella moka del pomeriggio prima. Si abbottona la camicia a fiori antichi. Infila i suoi pantaloni di cotone grigio che fanno pensare all’inverno anche d’estate, strozza lo stomaco in una cintura di cuoio screpolato, tuffa i piedi magri in calze bianche e poi in un paio di sandali francescani. Combinato in quel modo, come un turista tedesco che non sa il tedesco, dà un bacio asciutto alla moglie. In cambio riceve uno sguardo indaffarato ma sospettoso. Palermo unisce due dita, l’indice e il medio, se le porta alla bocca e le bacia due volte. «Muà-muà». È un segno di giuramento, come si fa tra bambini. La moglie si rassegna a credergli, torna a lavare i piatti nell’acquaio.
    Palermo si fa tre piani d’ascensore respirando l’aria legnosa della cabina, con gli occhi socchiusi, cercando di tenere a bada il solletico che comincia a disturbargli il di dentro. Le palpebre sbattono, terremotate da un pensiero che ha sapore, aroma, che dà pace e inferno. Poco dopo – e sono le nove – eccolo in strada, tra il marciapiede e la galleria di via Napoli. Lì si sofferma recitando indecisione, raccontando a se stesso che ha da scegliere: andarsene all’edicola e comprare il giornale, al bar per un caffè vero, oppure farsi un giro in via Bandiera, salutare vecchie facce, rispondere a vecchie domande. Il sipario cala presto su quelle bugie. Palermo stacca i sandali dal marciapiede, sbarra gli occhi e marcia verso dove sa lui. Chi me lo ha descritto e raccontato usa altre parole: «Si va ‘nchiumma di vino. C’a matinata». Continua »

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