martedì 21 nov
  • I morti

    Mio padre abita al civico 418 di via Cimitero dei Rotoli. Non pensava di morire, perciò non fece in tempo a comprarsi un loculo. Le zie e la nonna materna gli regalarono un posto, nella tomba di famiglia. Quando lui morì, loro non erano ancora morte.
    Ero al cimitero con Paola, l’altra volta, e non trovavo la casa nuova di mio padre. Mi sono arrabbiato. Ho urlato: “Dove sei? Perché ti nascondi?”. Ho sentito lo strattone di una mano invisibile. Dovevo andare di là. “Vado di là”, ho detto. Ho scoperto il domicilio funebre esatto, col nome e cognome sulla lapide, ma senza il campanello per suonare.
    Aspettavo i morti già la sera che precede il due di novembre. La consuetudine voleva che i trapassati lasciassero, col buio, un soldino luccicante d’oro – di solito una moneta da duecento lire – in qualche angolo nascosto. La notte prima mi sforzavo di non chiudere gli occhi per incontrare i defunti, che, nel tempo dell’infanzia, formavano una squadretta consunta, capitanata da una trisavola con i baffi da maresciallo. La mattina dopo si pregava. Sul comò c’erano le foto di chi non era più. Alla fine delle preghiere, partiva la caccia al tesoro. Drappelli di bambini scatenati scorrazzavano sulle mattonelle della casa delle zie, il due di novembre ormai era stato raggiunto. E mentre si spacchettavano i doni l’innocenza confluiva in una sorda rabbia nei confronti di quelli che ce l’avevano più grosso (il regalo). Il decesso, a casa mia, prima dei diciotto anni, veniva spiegato con la storia della stellina. Non si moriva. Era un semplice chiudere gli occhi per poi ritrovarsi sulla stellina oltre il balcone, che qualcuno segnava con il dito. Ci doveva essere una certa crisi degli alloggi. Lassù.
    Col tempo sono accadute diverse cose. La squadra dei defunti è aumentata, in proporzione con le foto sul comò delle zie. Infine, sono morte anche le zie e il comò è stato venduto.
    Stamattina, sono ancora qui, ai Rotoli. Non ci sono stelle, sul condominio numero 418. O forse ci sono e non le vedo. Mi fermo a un passo dalla casa nuova di mio padre. Ma non trovo il campanello. Vorrei suonare e farmi aprire, come quando da ragazzo tornavo sudato, dopo una partita in strada. Vorrei sapere dove hanno nascosto il mio soldino d’oro.

    Ospiti
  • 6 commenti a “I morti”

    1. Che bella lettura, grazie…
      Ti seguo sempre a TGS per le partite, e volevo ringraziarti di cuore oggi, per queste parole dolcissime, e questo racconto delicato, che serve a carezzare i cuori di chi il primo novembre, ma anche il due, hanno i pensieri gonfi di ricordi…

    2. Bella, Roberto, grazie. Per tutti i bambini palermitani il giorno dei morti è molto importante, di più del Natale: io, da bambino, i regali li ho sempre ricevuti per il 2 novembre portati da Nonno Cosimo… Il panzone con la giacca rossa è arrivato sempre secondo 😉

    3. Grazie davvero per la gentilezza di entrambi. Cara Jana, andare in tv è gratificante. Il tuo fruttivendolo ti strizza gli occhi con maggiore dolcezza e il giornalaio ti chiama “dottore”. Ma vuoi mettere il caldo ricovero della parola scritta…

    4. Ci sono immagini,colori ,odori nelle tue storie,dottore,che sono semplicemente spontanei e mi piace la tua non paura a mostrarti così come sei,in questi strani tempi dell’apparire:una persona vera.
      Ma il caffè?

    5. Col cornetto…

    6. ciao ti leggo su tifosi rosanero e per caso ti ho trovato quì! io abito al nord da un po’ e leggendo il tuo post non ti nascondo che mi sono commossa, per due motivi: mi ero scordata dei regali dei “morti”, e poi il ricordo di mio nonno. ne avrei persone da ricordare ma mio nonno era mio nonno! grazie.

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