sabato 18 nov
  • Facce

    A casa mia c’è una stanza con una parete che mi guarda. Anni fa, nel mezzo di un’estate indimenticabile, un grande pittore disegnò un ritratto di mio padre e lo appese lì. Era un omaggio regalato a una lunghissima stagione di fraterna amicizia. Il percorso della mano che assemblava pezzi di identità su un gigantesco foglio bianco fu garantito da una foto tessera, essendo impossibile anche agli artisti eccelsi trarre un’imitazione della vita da un corpo morto e disfatto per una implacabile malattia. I lineamenti furono schizzati con la matita rossa, forse per auspicare un giorno di resurrezione dal colore vivido. La mano tracciò i risvolti della giacca, la testa stempiata, quello sguardo lontano e obliquo che abbiamo tutti, quando siamo immortalati in un flash. La bocca venne situata sulla soglia di un mezzo sorriso. Non dico che sia come quello della Gioconda, però l’esitazione è evidente. Le labbra attendono sulla riva di un sentimento di gioia, ma si trattengono, forse per il timore di non saperlo cogliere fino in fondo. Mio padre era così. Lucidava i sentimenti più nobili del suo cuore e li imprigionava con le sbarre dell’austerità. Ogni tanto si concedeva il lusso di tornare bambino, per condividere con noi l’ebbrezza di quel ritorno. Erano scoppi folli di esultanza.
    Io ci penso spesso alle facce. Ai volti sui giornali e nelle televisioni. Allo scatto che fissa – per esempio – l’ultimo agosto di un ragazzo morto in un incidente. E mi chiedo se lui, il trapassato, sarebbe stato contento di quell’immagine che lo rappresenterà immodificabile al riconoscimento del mondo che sfoglia un quotidiano. Eri tanto di più tu che non hai mai riattraversato la soglia di casa. Ma per la gente che corre sarai eternamente una posa. Quell’univoca espressione accigliata, ilare o indeterminata offerta alla vita, proprio nel momento del commiato. Ecco perché io non metterei mai le foto sui giornali. Credo che ognuno abbia diritto alla faccia privata ed esclusiva di ciò che ha perduto. Credo che il confronto con gli occhi che non sono più occhi dovrebbe essere intimo e prevedere silenziose modifiche visibili solo per chi veramente ha amato. Io ho questa fortuna. Ho il tabernacolo di una parete. Ho mio padre che continua a guardarmi da un paradiso di matita rossa.

    Palermo
  • 12 commenti a “Facce”

    1. C’è una foto che porto sempre con me, in tutti i miei spostamenti e che appendo alla parete vicina al letto, all’altezza del cuscino – di modo che sia sempre l’ultima cosa che guardo prima di addormentarmi. è una foto del 1982, avevo 1 anno. c’eravamo io e mio padre. io lo guardavo rapita, mentre lui suonava la chitarra. quella foto è un invito quotidiano a scegliere di recuperare il tempo perso…grazie sempre Rob

    2. Questo è un Puvglivsi DOP.

    3. E’ l’illusione di fermare il tempo, la dinamicità della vita. Però, caro Roberto, avere più foto possibili di una persona cara quando non c’è più, ti aiuta ad imprigionare quel sorriso, quella espressione, quell’ammiccamento.
      Complimenti sempre.
      Anche per le risposte lucide e intelligenti al post sul Palermo di Lucio.
      Aloha
      m.

    4. Grazie a tutti, ma non a De Curtis. Marco, mi sa che sei il solo a pensarla così. Sulla lucidità. Cicoria!

    5. Bellissimo articolo, è sempre un piacere leggerti!
      Ciao.
      Leone

    6. Ciao Leone, la stima è ricambiata. Ciao Nat, che fine avevi fatto?

    7. Io amo le facce…per strada le osservo,così,senza insistenza ma con attenzione…mi piace la stranezza delle asimmetrie,la beltà di certi nasi poderosi,l’acutezza di certi sguardi e il vuoto percepito in altri…
      Mi sono emozionata leggendo della tua intensa parete che accoglie quel paradiso di matita rossa.

    8. Io cerco di trasmettere emozioni. E sono felice quando ci riesco. Grazie Valentina.

    9. è poesia, sì, riesci a trasmettere emozioni. grazie.
      tere.

    10. Caro Roberto, i tuoi interventi mi fanno commuovere sempre più… Bravo, continua sempre così

    11. Grazie, Tere e Mario, la mia felicità raddoppia. Vi sento vicini vicini, come gli altri, perchè siete riusciti a entrare in sintonia con l’emozione che raccontavo. E questo – vi assicuro- è merito soprattutto della vostra grande sensibilità.

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