lunedì 21 ago
  • Palermitani?

    Si è svolto nel quartiere Albergheria/Ballarò il Laboratorio Woz, dal 25 al 30 aprile scorsi. Ne ho scritto circa una settimana fa, e Nicola Pizzolato (unico commento interessato) mi faceva notare che “Ballarò è un grande polmone economico che, per la sua vivacità, permette a molti di sbarcare il lunario, anche a persone a cui, per i loro trascorsi e la loro ignoranza, altrove sarebbe negata questa possibilità. E il contesto architettonico, seppure fatiscente, è accattivante. Certo c’è molta povertà e ci sono molti problemi sociali, ma non mi pare più deriva urbana della maggior parte di questa malamministrata città.” Ho vissuto il luogo in maniera molto intensa, non quanto chi lo abita certo più di chi ci va la sera per lo schiticchio. Ho iniziato a lavorarci sopra a settembre scorso, grazie anche a Pino Costa di Archeoclub, e in questi mesi ho sempre pensato alla possibilità di una rivalsa per quell’area da me definita “deriva urbana”.

    Di più. Nonostante non ci fossero presenze palermitane al Woz (che ha tutte le caratteristiche di un workshop di design, o d’architettura, spogliato però dalle sovrastrutture didattiche e disciplinari), tranne 4 studenti della Facoltà di Architettura e l’architetto Marzia Messina, ho continuato a insistere, con il prezioso staff che ha corroborato tutte le fasi del progetto, per indirizzare il senso delle cose fatte verso una promessa di futuro per gli abitanti del quartiere, forse anche contro le loro convinzioni di luogo della disfatta civica. Ma il mio ardimentoso punto di vista si è andato a scontrare con una realtà ben più complessa di quanto era emerso dai libri, dagli studi, dai progetti, dalle letture urbane, dalle interviste, dagli occhi degli abitanti stessi. Quel luogo non è perduto, ma indipendente dalla città. Non è una deriva, ma una enclave: come dire che non scorre sulla tettonica monumentale della città di Palermo ma, piuttosto, ne è l’ancora, aggrappata come si trova a modalità di vita e di comportamento tipiche di arroccatissimi borghi di fondazione.

    Questo non vuol dire che io mi stia tirando indietro, ammetto però una sconfitta dell’analisi e da questa mi baso per imparare a leggere, ad altri livelli, questa parte di città. Cosa è venuto fuori dal Woz? L’apparente stato di abbandono del quartiere alla ridondanza dell’immondizia (una passeggiata notturna, in auto, dopo che l’Amia ha fatto il suo giro, può solo sostenere questa tesi): eppure c’è un pattume che è rifiuto e un altro che è risorsa, e i mercati spontanei dietro la scuola Nuccio e dinanzi al Centro Sociale San Saverio ne sono la dimostrazione pratica. Questo punto ci è sembrato nodale. Poi, Albergheria non ha “spazi pubblici” ma “luoghi collettivi” e la differenza è statutaria non solo nominale. Perché? Uno spazio pubblico si chiama “via”, “piazza”, “largo”, eccetera, mentre un luogo collettivo, uno dei quali è stato da noi riconosciuto come “ru Zù Andrea”, appartiene alla coscienza di chi vi abita, ed è più frequentato degli spazi imposti al quartiere. Non me ne voglia PaLab.

    Sicché, e chiudo, il bilancio del Woz non è dei palermitani – ai quali non importa che una parte di città sia più o meno, mi si scusi il termine, “riqualificata” – ma di chi ha investito risorse e tempo per imparare a capirci qualcosa da questa porzione di città, parte per il tutto, che ha incistato caratteri e problemi difficili da comprendere (non ultime le perversioni sociali che sfogano le loro pulsioni su chi non ha la possibilità di capirne i risvolti), e che sa che non basta una birra e un panino con milza e panelle, una sera ogni tanto, per restituire innocenza e credibilità alla vita di chi sfida lì il proprio tempo. Forse, in ultima analisi, la deriva è il bilancio del Woz. Albergheria, ora, ospita installazioni temporanee che dureranno poco, e alcune sono già state divelte, collocate lì per provocare l’indignazione civile di chi attraversa quei luoghi; ci siamo accorti, però, che, come molti, siamo solo stati dei virus, apparentemente presenti e adesso rimossi, anche da chi ci ha voluti invisibili. La cosa, però, non mi aggrada, e penso che bisogna ancora insistere almeno per dare una speranza agli occhi dei bambini e delle bambine che, nonostante il destino accettato del quartiere, chiedono, attraverso le loro espressioni, i loro gesti, e i sorrisi a metà, un’infanzia.

    Palermo
  • 11 commenti a “Palermitani?”

    1. palermo è come un castello di carta e le carte che ne compongono la base sono proprio i qurtieri storici, non riconoscere questo è un assurdo.
      per questo resoconto mi sa di patetico.

    2. Palermo…oh cara…irredimibile Palermo. Bello il post ma credo sempre che dovremmo partire tutti noi da una analisi molto più profonda, lasciando per un momento da parte tutte le naturali implicazioni sociali, purtroppo in questo caso così tristemente evidenti.
      Cosa è Palermo…o meglio cosa non è Palermo???

    3. Dopo anni di osservazione e dopo averci pure abitato dentro, devo dire che in certe zone di Palermo, il degrado non è una condizione “che purtroppo affligge” bensì un consapevole stile di vita. Certi palermitani adorano vivere nel degrado, ci sguazzano dentro a proprio agio; tu li sposti in un quartiere migliore e loro ti degradano pure il nuovo quartiere. Alcune zone della città sono da sempre in putrefazione, ma chi le abita letteralmente preferisce che sia così.
      E a nulla servono interventi ideologici e nemmeno quelli strutturali. L’unica cosa che riesce a cambiare una zona è la sostituzione pura e semplice degli abitanti che vi abitano. Esempio principe è la Kalsa. Anni di interventi culturali, infrastrutturali, ricostruttivi, sono riusciti a “bonificare” solo le parti in cui non abitano più gli “autoctoni”.
      In sostanza, non è possibile riqualificare se i diretti interessati non vogliono essere riqualificati, quando invece vogliono continuare ad “attingere” la luce dai lampioni pubblici e l’acqua dalle fontane.
      Palermo non cambierà mai perché i suoi abitanti non vogliono cambiare.

    4. temo che quel che dice il profeta Isaia sia dolorosamente avverato.

    5. Infatti la mobilità sociale ( che implica anche la mobilità delle persone) è una soluzione molto più efficace di tante trovate pseudo culturali.
      In ogni caso dovremmo essere grati all’autore del post.

      Le cose si riqualificano dalle persone. Non le persone dalle cose.
      Il miglioramente urbano di una porzione di città storica deve portare nuovi insediamenti produttivi e nuovi abitanti, che devono mescolarsi ai vecchi ed eventualmente cobnstringerli a cambiare.
      Come?
      Una caserma dei carabinieri, un centro per ragazzi, un centro per le signore.. tanta assistenza sociale (ossia aiuto) da un lato e fermezza nel richiedere il rispetto delle regole dall’altro.

      In ogni caso in una città in cui sta fallendo pure l’AMIA non vedo chi e come si possano trovare risorse per organizzare il riscatto di alcune parti di città.

    6. Apprezzo questi commenti iniziali, e mi piacerebbe allargare la questione. L’esperienza vissuta in Albergheria, in un certo senso (ma lo sottolinea Isaia), ha un credito e un debito. Il debito è nei confronti dei bambini della scuola Nuccio che hanno prodotto, grazie al coordinamento di Vivian Celestino e dello staff di WozKiz, una serie di piccoli lavori utili alla lettura del quartiere. Nei giorni del Woz abbiamo condiviso chiacchiere e sguardi con due bimbe dalla spiccata intelligenza “popolare” che ci hanno fatto capire, a modo loro, su quale frequenza ci saremmo dovuti sintonizzare per dialogare con “il quartiere” (persone e cose). Il credito è, ma nei “quartieri” lo sanno (e se ne fottono), nei confronti della “città” (e dei cittadini) di Palermo che, a ben vedere, sta altrove o, comunque, a debita distanza da lì. Aggiungo che ho percepito, da un breve dialogo fatto con un palermitano che abita in via Sampolo, la tangibile distanza che “quel” cittadino sa mettere in atto nei confronti di quello che ritiene, testuali parole, “l’abitante di un suq”. Ora, vedi Kalsa, si può adottare la tecnica dell’epurazione graduale, oppure, vedi Vucciria, dell’abbandono premeditato, ma una città è un organismo e, come tale, non si può curare il fegato malato tralasciando il cuore che ha avuto una ischemìa. No?

    7. Caro Domenico, ciò che stai facendo è una storia che merita di essere raccontata e portata all’attenzione di un più ampio pubblico -palermitano e non- cogliendo l’opportunità che, da oggi, abbiamo attraverso current.com, la web TV fondata da Al Gore (canale 130 di SKY). Se hai bisogno di un supporto progettuale e tecnico per realizzare e montare un video, quale quello realizzato nel WOZ in Calabria, fai un fischio! Offerta gratuita, ovviamente!

    8. Caro domenico hai perfettamente ragione, ma una cosa la voglio dire, quanto abitanti e quanti commercianti si della vucciria-ballarò oppare il capo si sono mai impegnati anche economicamente(parlo per i commercianti) per far si che il quartiere migliori l’aspetto esteriore e non nuoti nel degrado come adesso, per loro sarebbe un’occasione di riscatto morale ed economico visto come sono attratti i turisti che vengono a visitare i mercati storici, invece non avviene nulla di tutto questo, perchè per questa gente vivere in queste condizioni è un fatto naturale non vogliono migliorare perchè sono poveri economicamente ed intellettualmente!!

    9. Domenico.. hai detto bene!
      Non si può curare il fegato tralasciando il cuore (il resto del corpo in genere).
      Una città economicamente al palo e politicamente mal gestita difficilmente può guarire una parte di se stessa.
      La via comunque è quella. Favorire il recupero urbano in se non ha alcun senso. Se invece il recupero avviene a complemento di una ritrovata missione produttiva, allora il ripopolamento è fattibile. Solo il ripopolamento e il ricambio umano infatti possono permettere che certo degrado umano venga scoperchiato come muffa e costretto ad asciugare.

    10. Fischio per Donato (fiiiii), sono pronto per la cosa di cui tu dici. Hai la mia email, dimmi cosa fare. Per Palermo la questione è più delicata, come sottolinea Giovanni P, difficile e spesso dolorosa o, comunque, non senza traumi. Si attuano ormai, a grandi linee, due generali strategie per cambiare la città o parti di essa: imporre un progetto (con tutte le sfumature del caso) o partecipare, per brani di città, gli abitanti di un cambiamento in fieri. Il primo caso, ovvero dei progetti di largo respiro, è quello delle trasformazioni radicali, su cui spesso scoppiano polemiche veementi, e ha, per legge, tempi e modi di realizzazione che, talvolta, vengono disattesi o fraintesi e il progetto, che pur esiste, ha lungaggini in corso d’opera. Il secondo caso, invece, ha un processo di definizione più lungo (se, realmente, partecipato) ma una fase di realizzazione abbastanza rapida e, sempre, nei limiti di una progettazione di respiro e prospettive circostanziate. Una strada non esclude l’altra, ma dove? Ci sono aree “al margine” che quasi non appartengono alla città, e per le quali vanno individuati modi e processi che sono distanti da quelli adottati altrove. Dentro Albergheria, ad esempio, esistono (e resistono) associazioni e gruppi di lavoro che producono contenuti con chi abita quel luogo, tentando di non imporre le trasformazioni: un processo lungo, ma forse bisognerebbe dare più risorse e più forza a queste realtà, per iniziare, in maniera da rimuovere la “muffa” di cui scrive Giovanni P. Il progetto, la trasformazione, i cambiamenti sono vicari di queste rimozioni ma, è questa la domanda pressante, la città di Palermo, il resto dell’organismo, lo sa o ci fa?

    11. Purtroppo credo che si possa dibattere infinite volte su questi temi e di dibattiti su Palermo ce ne sono stati un’infinità, su Palermo come città, come organismo sociale, come struttura politico economica, sul cazzeggio a Palermo, sulle panelle e il panino con la milza. Insomma Palermo è stata sviscerata in tanti dei suoi moltiplici aspetti, il problema è che una volta analizzati questi aspetti nessuno si è mai preso la briga di portare l’analisi in pratica. E’ un male tutto italiano quello del “teorizzare e dimenticare”, quasi che ci si senta sicuri e “moralmente soddisfatti” nell’aver dato il proprio contributo ideologico. Parlo da architetto espatriato ( per ora a Londra ) e quindi ho sottocchio il modo di lavorare “estero”, certe volte anche troppo superficiale è vero ma almeno dinamico e attivo. Palermo è una città che ha bisogno di attivismo prima che di cambiamenti urbanistici e architettonici che purtroppo non possono essere capiti ( e quindi apprezzati ) da un buon 50% dei palermitani che rimangono purtroppo vicini al livello di “analfabetismo culturale”. Un intervento di “ripulitura” di un quartiere non può essere efficace da solo, ma ha bisogno di altri interventi di modifica radicale: del senso di appartenenza al luogo, del senso dello stato, del senso della giustizia sociale e di tanti, molti altri sensi. Prendiamo ad esempio i grandi interventi “utopistici” fatti durante la prima metà del novecento….Nessuno di questi ha funzionato pienamente perchè si è badato di più alla forma che al contenuto sociale. Insomma, non si può sempre pensare di risolvere il problema di Palermo con un “concorso di idee per giovani architetti in cerca di fama….”. Purtroppo non vedo vie di uscita, Palermo è una città che è stata martoriata negli anni 60/70 e che però non ha saputo ne voluto riprendersi, è una città che viene odiata ma osannata dallo stesso cittadino che un giorno bestemmia per il traffico e il giorno dopo posteggia in tripla fila tranquillamente….

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