Scarto il primo.
Lo lancio in bocca con la precisione di un cestista dell’NBA. Indugio qualche secondo, mentre pezzi di cioccolato e sciroppo di caffè vanificano i due minuti scarsi di spazzolino e dentifricio al bicarbonato di sodio.
Sms della mattina.
Un asterisco.
Invia.
Una cosa sbrigativa. Più che sufficiente. Una sveltina di affetto metropolitano.
L’ascensore profuma di eau sauvage. Annuso meglio: eau sauvage “estrême”.
L’architetto del nono piano deve essere appena andato al lavoro.
In genere la sua scia di Diòr dopo pochi minuti viene coperta da un forte tanfo di Malizia Uomo: il “cugino” della moglie dell’architetto.
Fa freddo e l’aria odora di foglie bagnate.
Un brivido. Sono terrorizzato. Mi succede ogni volta che devo pecorrere la Palermo-Catania. Continua »
Profilo e post di Mimmo Caruso
A19: colpito e affondato!
Food and dream
Ce lo insegnano tutti i più grandi maestri di cucina ed esperti di gastronomia: il cibo è un’esperienza sensoriale. Per me invece è un’esperienza onirica. Io se vado a cena fuori, dopo, faccio i sogni.
Sogni strani di quelli che non puoi neanche smorfiare per giocare un terno secco su Palermo.
Ora mi chiedo: può essere un sogno un parametro di giudizio per scegliere cosa e dove mangiare?
Se in un sorso di vino si può riconoscere l’essenza dei loti piantati sulle pendici dell’Etna, perché non dovreste bervi anche questa?
Ci provo! Ecco una brevissima guida gastronomico onirica. Continua »
Favole a Palermo
La Bella addormentata nel bosco
Bella si addormentò nel bosco.
Era Pasquetta, alla Ficuzza, e la pasta al forno forse era troppo pesante.
Il principe ranocchio
Passeggiava col suo inseparabile bassotto in via Messina Montagne per fare un servizio per la tv, quando, vicino ad una fogna a cielo aperto, vide un ranocchio, che, attirato dal suo impermeabile giallo, le parlò:
«Portami con te», le disse, «sono un principe».
Un mese dopo entrambi erano ospiti del talk show di Minutella. Continua »
**S(PA)M**
Cara
Il mio nome e Mimmo! Io penso che Lei dovrebbe sapere che io da Italia ed io vivo in città sotto nome Palermo! Abbastanza il grande e la bella citta!
In generale io nascevo in lui ed io vivo su todays! Ora a me di 31 anni e come Lei probabilmente ha indovinato io ora e solitario! Quindi ha risultato che io non potessi incontrare correttamente la persona con cui potrebbe gettare nel destino!
Io non so che io ho spinto su esso un passo ma io ho deciso ciononostante di provare la felicità !
Ora io non so che da questo esso per risultare ma io spero che tutti saranno buoni!
Quindi Lei ora sa dove io vivo anche gradirei continuare! Attualmente io lavoro ed io lavoro come il ingegnere! Bene io penso abbastanza del mio lavoro! Forse lei piace di sapere che qui io è ingegnere molto felice, perché progetta tanta grattacieli e case alti. Palermo è città piena di cantiere, che si costruisce tante: Strade grande, aeroporta, ospedale, teatra, qui tanta lavora per tutta. Continua »
La guerra dei picciriddi
La Tassa
(Tragedia in un atto in un’unica scena)
Personaggi
Bluvestito: funzionario.
Triste: contribuente.
La scena si rappresenta a Palermo, in un giorno qualunque in un ufficio qualunque di un futuro quantunque.
L’autore a chi legge
Questa è una tragedia, può sembrare una commedia, ma in ogni caso si tratta di una farsa. Una tragedia fai da te in cui le parti sono già assegnate e gli attori le devono accettare perché è il regista che le ha già date. Anche lui recita nel dramma e del resto già si sa che chi sparte ha la meglio parte. Continua »
Isola
Non ci saluta.
La Signora Maria piomba in terrazza e con un rapido sguardo passa in rassegna le barche, ormeggiate al porticciolo.
Noi per niente stupiti dal suo piccolo rito quotidiano ci litighiamo l’ultimo pezzo di pane consato.
Blu le finestre delle case bianche.
Blu il mare, che all’orizzonte si fa cielo.
Blu gli occhi di Chiara.
Li osservo per qualche secondo di troppo e la mia distrazione mi costa l’ultima fetta.
La vincitrice offre un bacio come premio di consolazione. Continua »
Ore a mare
Un’onda raffredda la sabbia, accarezzata dal sole.
Tre ragazze, già donne, immaginano un viaggio.
Per un secondo temo che sia solo un miraggio,
poi chiudo gli occhi e mi cullo tra le loro parole.
«Potrei dirlo a Fausto ed alla sua ragazza…
…dovrei vederli stasera Al Moro…»
«Ad Ibiza con quei due? Che fa, sei paaaaazza?»,
esclamano le altre due, starnazzando in coro.
Uno schiaffo di sabbia mi fa da sveglia.
«Bimbo stai attento con quella paletta!».
Il cosetto di sei anni scappa senza darmi retta,
richiamato da una donna con in mano una teglia.
«Pietrino, te la devi mangiare la pasta?
Ce n’è mezza teglia, sangù, ti basta?»,
Che sollievo per il mio riposo, sogno proibito,
penso: «Vai Pietrino, vai e buon appetito!».
Pagine
Il primo libro che ho letto è stato Cyrano de Bergerac ed ho imparato l’amore.
Il secondo è stato Ifigonia Inculide ed ho imparato le parolacce.
I libri li sceglievo sempre tra quelli di mio zio.
Glieli rubavo di pomeriggio, quando andavo da mia nonna.
Furti su furti in nome della letteratura.
In realtà mio zio Nino sapeva benissimo chi faceva sparire i suoi libri ma lui preferiva lasciarmi crescere ladro.
In genere li sceglievo per spessore.
Se avevano più di duecento pagine, per me, potevano restare a raccogliere pruvulazzo.
I libri di mio zio Nino erano più belli degli altri, perché nascondevano cose.
Sì, cose sue…di zio Nino, intendo.
Aveva sto vizio mio zio: ogni volta che gli veniva in mente qualcosa, leggendo un libro, la doveva scrivere sul libro stesso.
Ci doveva mettere del suo.
Lo doveva completare. Continua »
Tovaglioli
A casa di mio nonno la prima cosa che si metteva a tavola erano i tovaglioli.
Erano di stoffa, come quelli che hanno i ristoranti.
Forse meno belli, ma come quelli.
Molto più profumati, ma come quelli.
Ognuno diverso dall’altro, ma come quelli.
Io credo che a casa mia manco ci stanno i tovaglioli di stoffa.
Se ci stanno sono morti in qualche cassetto.
Me li immagino da qualche parte vicino all’argenteria.
Anche lei abbandonata chissà dove, che aspetta che venga qualche ospite importante per prendere aria.
Io sono convinto che a casa mia l’argenteria non si uscirebbe manco se venisse a cena il Papa.
Al limite, per fare figura, si sdrammatizzerebbe con un «Benny che fa prenoto da Charme?» e si risolverebbe la cosa.
Mio nonno invece a queste cose ci teneva.
A casa sua l’argenteria stava in vetrina: apparata nel salone!
Che pure se non c’era niente da mangiare, chi veniva a trovarlo la doveva vedere. Continua »
Gettoniera
Al ginnasio mi chiamavano “gettoniera”, perché parlavo a gettoni.
Lentamente.
Non nel senso che ero riflessivo e soppesavo le parole, ma pro – prio – nel – sen – so –che – quan – do – e – ro – e – mo – zio – na – to – par – la – vo – len – ta – men – te.
Ora non più.
Adesso, in genere parlo poco e mi faccio i cazzi miei.
Il ragazzo in testa al corteo è diverso da” gettoniera”.
Chiama la sua professoressa “Patrizia” e non si vergogna a darle del tu.
Patrizia è bruttina e le sue gambe sono avvolte da dei pantaloni neri, indecisi se essere gonna.
Il ragazzo cantilena monosillabi e guarda Patrizia come se fosse Lilli Carati in “La professoressa di scienze naturali”.
Al Convitto Nazionale i cortei in genere non avevano successo.
In tutto il liceo non eravamo più di cento.
Uno sputo di ragazzi se paragonati all’ondata di studenti del Meli e del Garibaldi.
C’eravamo o non c’eravamo non se ne accorgeva nessuno.
Una volta decidemmo di occupare scuola. Continua »
T.v.t.b
Io non me ne accorgo mai.
Quando mi pizzicano intendo.
Sento solo il prurito, quando tutto è finito, quando la stronza è ormai lontana.
Pagherei pur di vedere la zanzara nel momento preciso in cui mi sta pungendo.
Non la scaccerei neanche, vorrei solamente vederla.
Non pretendo molto in fondo.
Desidero solamente un po’ di consapevolezza.
Il fatto è che sono sempre distratto.
Non mi accorgo delle cose.
Quello che mi accade intorno non ne vuole sapere di fissarsi nella mente: scivola via.
È un po’ come quando ti presentano ad una comitiva nuova. Continua »
Amore a mare
Noi due soli in spiaggia all’Addaura
Il tuo sguardo sul mio e poi «Ciao sono Laura».
«Io sono Mimmo…che caldo fa oggi».
Poi indugio lo sguardo sul bikini che sfoggi.
È strano vedere la spiaggia deserta,
poi, d’improvviso, la tua insolita offerta:
«Io a quest’ora sono proprio affamata,
Ti va di mangiare? Ho con me la frittata».
«È spettacolare! Che cosa c’hai messo?».
«Mezza dozzina d’uova e del radicchio lesso,
menta, formaggio, mollica grattata,
una melanzana e cipolla tagliata». Continua »
Questa è una storia vera…
Mi siedo vicino la finestra, guardo fuori e mi sento come Claudio Amendola in Mery per sempre.
Mi aspetto che da un momento all’altro si alzi il Natale di turno per coniugare il verbo “ciavare… ciavere”.
Per fare passare velocemente le quattro ore di corso faccio di tutto: scelgo i mobili per la casa della tutor su Casabella, mi cimento nel sudoku, rileggo Bukowski e babbaluci.
Il tipo che sta seduto vicino a me pensa che “corso di aggiornamento” significhi aggiornare la sua rubrica con i numeri di telefono delle corsiste.
«Compa’, ‘un ci nnè una ‘i pigghiare…ma non si sa mai».
Flavia è seduta alle mie spalle.
Si lamenta del corso.
Dice che è fatto male.
Dice pure che la nostra bella terra di Sicilia è vessata da una politica basata sull’assistenzialismo…che è tutto un futti cumpari…che gli autobus non passano mai.
Io credo di odiarla.
La odio e mi annoio.
Non riesco proprio a seguire quattro ore filate di lezione.
Alle elementari avevo lo stesso problema, ma lì per fortuna c’era Daniele.
Suo padre era fortissimo, alzava una cinquecento con una mano sola, prendendola dal parafanghi. Continua »
I virgineddi
A casa dei nonni tutto ha un odore diverso.
La mattina anche il freddo fa profumo.
Non mi alzerei mai dal letto…dormire sul materasso di lana è tutta un’altra cosa.
Passerei tutta la giornata qui se la sveglia non continuasse a suonare.
È brutta la sveglia di nonno, fa un po’ paura.
Tonda, di metallo, con due campane sopra per figura ed in basso una gallina arancione, che scandisce i secondi a suon di beccate.
«Nonno la sveglia suona…».
«E tu futtitinni, lasciala sfogare!».
Mia nonna è già sveglia, sta bollendo i cardi.
A volte credo che non dorma mai.
È sveglia quando mi corico ed è sveglia quando mi alzo dal letto. Secondo me pure lei ha paura della sveglia del nonno.
I fagioli sono a mollo nell’acqua da ieri mattina. Oggi a pranzo vengono i “virgineddi”. Continua »
Giallo mimosa
Pioveva da un’ora e adesso c’è il sole.
A Marzo, si sa, il tempo fa quel che vuole.
Il senegalese gli ombrelli ora posa.
Mi guarda e mi dice: “Amico, mimosa?”
Ma certo che scemo a non averci pensato,
per lei che a casa aspetta il fidanzato,
sarà di certo una dolce sorpresa!
“Amico viene un euro, iva compresa!”.
Nel traffico i minuti sembrano ore.
Quanti dubbi a volte fa venire l’amore!
“Chissà! E se poi è allergica ai fiori?…
…Ed il giallo poi… non è detto che l’adori!”. Continua »
Sotto un palazzo c’è…
Da circa quindici anni sotto casa mia c’è una chiesa evangelica.
Prima al suo posto c’era una sala trattenimenti.
Non c’era domenica che non veniva accompagnata dai successi di Natale Galletta.
La pennichella pomeridiana, degno epilogo domenicale della pasta al forno coi broccoli arriminati, veniva regolarmente soppressa dal matrimonio della Rosy di turno.
Di norma la sposina decideva di coronare il suo sogno d’amore sulle note dei neomelodici palermitani.
Credo di avere augurato più corna allo sposo io, che un avvocato divorzista.
Non che dopo le cose siano migliorate…
Pare che il Dio che pregano i tizi sotto casa mia sia un po’ duro d’orecchi e allora iniziano a ‘iccare vuci che sembra stiano vedendo sarde a un euro!
Al sonnellino pomeridiano avevo già rinunciato da anni, ma avete idea di che traumi possono provocare frasi tipo “Lui ti osserva”, se sei un adolescente, intento a condividere fantasie oniriche con un poster di Nadia Cassini? Continua »
Cose cattive
Te lo ricordi il “Piccoli amici”?
Io facevo l’asilo e tu dovevi fare la primina.
A volte mi chiedo se stronzi ci siamo nati o lo siamo diventati lì tra quaderni da colorare e pupazzi fatti col pongo.
Come si chiamava quel bambino nuovo? Carlo? Andrea? Boh, sap’iddu!
Per noi era solo il nostro momento quotidiano di cattiveria.
Tu eri bravissimo, ti avvicinavi a lui con aria preoccupata ed a bassa voce gli confidavi:
“Bambino, Bambino”.
“Che c’è?”.
“Lo saaaai tuo padre oggi non viene a prenderti”.
“E perché?”.
“L’hanno arrestato”.
“Ed ora?”.
“Ed ora ti lasciano qui a scuola per sempre!”.
Minchia, attaccava a piangere come un vitello orfano e non la finiva, finchè non lo venivano a prendere.
Che schifo avesse ogni giorno quel bambino la maestra Laura non l’ha mai capito.
Mi chiedo ancora come cavolo riuscivi a farlo piangere ogni giorno. Continua »
Cose buone
Mio zio Nino con una sarda salata ci mangiava mezzo chilo di pane.
La immergeva nell’olio d’oliva, se la passava tra lingua e palato…e via la prima fetta di rimacinato.
È un rito di povertà quello di leccare la sarda.
È una di quelle cose che impara chi ha conosciuto la fame.
Una cosa che mi ha insegnato mio zio Nino, è che tutto è buono.
“Zio ma che cosa sono sti granatelli?”.
“Tu mangiali, che se te li dà zio, sono buoni. Amunì…assaggia…come sono?”.
“ Miiii, troppo buoni zio, anzi lo sai che ti dico? Che sanno di picca!”.
Secondo certe popolazioni africane, se mangi il cuore dell’avversario, ne acquisti la forza.
Forse per questo mio zio mi faceva mangiare i granatelli.
Forse, secondo lui, mangiando certe cose, crescevo più uomo.
Io questa cosa del “tutto è buono”, non me la sono mai scordata.
A volte penso che sia una legge da applicare a cose e persone indistintamente. Continua »
Non è mai per sempre
Credo di amarla ancora…nonostante tutto.
Adoravo le piccole cose, che faceva.
Quando l’accompagnavo al Capo per fare la spesa, mi divertiva vederla pattìare la frutta.
“A quanto sono i meloni bianchi?”.
“Sessanta al chilo!”.
“See vabbe’ e che ce li ha d’oro? Che poi, magari, manco sono buoni da friggere!”.
“Signorina, lei se li prende e se poi mangia cucuzza me li torna indietro”.
Ci siamo conosciuti all’Università.
Lei frequentava le lezioni, io frequentavo il bar.
Se sei abituato a stare per strada, niente ti fa sentire a casa come il passìo della gente davanti al bar. Continua »
Si cresce?
La cosa più bella del mondo sono le pesche.
Anzi, le pesche montagnole.
Le pesche sono atto d’amore.
A volte d’estate mia madre mi porta una pesca sbucciata, tagliata a pezzi nel piatto, e “tieni gioia mia, ché è bella fresca”.
Questo è amore di madre.
Mio zio Giovanni le pesche se le mangia senza sbucciarle. Le va a raccogliere in campagna.
Prende il coltello dalla tasca dei pantaloni, ne taglia un boccone e lo manda giù ad occhi chiusi.
Dice che ad una certa età la polpa della pesca ed il velo della buccia gli ricordano altre cose.
Questo è amore nostalgico.
Secondo Marco, invece, la cosa più bella è arroccare il pallone.
“Perché compa’, quando arrocchi il pallone, eserciti un attimo di libertà individuale.
Tutti sono lì che pensano alle regole, stanno attenti a non fare falli, hanno davanti agli occhi solo il risultato finale.
Arrivi tu e…PEEEEEM…un calcio e gli sconsi il gioco.
Quando mi guardano incazzati e pensano «Marco ma che minchia hai fatto? Hai arroccato il pallone?», io sono contento.”. Continua »
Posto fisso
È un buon lavoro il mio.
Lo faccio da due anni e non posso lamentarmi.
Del resto oggi potere vantare un posto da impiegato comunale a Palermo a soli 29 anni non è da tutti.
Gli orari non sono un granché, ma il posto è tranquillo e poi qua è un porto di mare: incontri di tutto.
Quello che più mi piace del mio lavoro è quella che in gergo noi chiamiamo “utenza”…e devo dire che l’utenza palermitana è un piscio. Se ne vedono di tutti i colori.
“Signor Lei ma è mai possibile che mi avete tagliato la luce, per non parlare che davanti alla proprietà qualche cuinnutu si futtìu una balata di marmo”.
“Signora le do un modulo per la segnalazione, lo compila, ché facciamo provvedere”.
“Seee v’avissivu a signalare i corna c’aviti!”. Continua »
Lavoro nero
“Voscienza benerica” è uno di quei saluti che ti regala la vecchiaia.
Mastro Turiddu quel saluto se l’era conquistato col rispetto: il rispetto che ottiene chi sa fare una cosa meglio di tutti gli altri.
“Voscienza benerica, Mastro Turi che fa gliela posso offrire una cosa?”.
“No Santino lascia stare ché devo fare ancora quattro sirbizi in paese e poi devo andare in campagna”.
Mastro Turiddu la testa l’aveva sempre al travaglio.
Suo padre gli aveva insegnato che non è vero che ‘u morto insigna a cchianciri.
Uno “a cchianciri” ci deve fare l’abitudine, così poi, nsa’ mmai Dio succede qualche cosa, cchianciri ci viene facile.
E questo insegnamento ereditato, già l’aveva intestato ai figli: “Figli miei a casa nostra ‘u pane può mancare, ma di travaglio ve ne potete saziare”.
Mastro Turiddu faceva il carbonaio.
Si ricordava ancora il colore della pelle dei suoi quattro figli alla nascita: bianco come il latte.
Il carbone, impastato col sudore, quel colore l’aveva ormai coperto per sempre, come già aveva fatto con lui.
La pelle nera li rendeva invisibili di notte, quando nel bosco girano gli spirti, che si siddìano se uno sta lì a talìarli. Continua »









