martedì 24 gen
  • Purché se ne parli, per favore

    Purché se ne parli, per favore

    Io dovevo decisamente nascere uomo.
    Se sei uomo e stai passeggiando con il cane, o sei fermo al semaforo, o stai accompagnando tuo figlio a scuola e sbatti la faccia su uno dei cartelloni qui sopra, dai, non è che ti fai troppe paranoie, su. Delle belle tette, non c’è che dire. Grandi, tonde, sode, giovani e seducenti. Il più delle volte neanche ti interessa o neanche capisci cosa voglia reclamizzare il cartellone che stai guardando. Quello che conta è che ci sono due tette (o qualcos’altro) in primissimo piano e questo è più che sufficiente per farti apprezzare il manifesto, farti scambiare un sorrisino malizioso con il tuo compare o con un passante a caso o farti rischiare un frontale in viale Lazio (che, per carità, ben ti starebbe come giusta punizione per l’esserti distratto per un motivo così idiota). Certo, mica possiamo generalizzare. Ci sarà anche quel povero ingenuo maschietto che rimarrà perplesso alla vista delle due tette giganti in bella mostra davanti al suo naso e timidamente azzarderà a domandare al compare accanto: «Ou ma chi bboli diri, io ‘un lu capisciu». E più fulmineo di un lampo al poveretto arriverà addosso un «Mariaa ma chi ssì frocio?».
    Se sei donna, invece, e stai passeggiando con il cane, o sei ferma al semaforo, o stai accompagnando tuo figlio a scuola, beh, se sei donna (e hai un minimo, dico non ne serve tanto, basta un minimo di cultura e/o buonsenso) alla vista del manifesto ti salirà il sangue al cervello e la cosa ti darà molto ma molto fastidio. Poi, va da se, anche qui non possiamo certo generalizzare. Ci sarà anche quella che guardando le tette sul manifesto dirà: «Se, vabbe’, sono per forza rifatte» e la profondità della sua riflessione non andrà oltre questa breve valutazione.
    A qualcun’altra, invece, non andrà proprio giù. Non se l’accollerà a stare zitta immobile davanti al cartello e reagirà. Ed ecco che l’indomani appariranno scritte che, su quelle tette, urleranno il proprio disgusto e il proprio disappunto. «Questa è violenza sulle donne». Ed è vero. È verissimo.

    Perché vedi, caro maschietto medio, che commenterai questo mio articolo dicendo che in fondo non c’è niente di male, che queste sono le regole base del marketing, che quelle sono solo un paio di tette anonime (e pure coperte) e che la pubblicità è accattivante, e che sono riusciti nel loro intento di far parlare di se ecceteraeccetera, il punto è che nessuno di questi cartelloni ha l’intento di pubblicizzare un reggiseno. In quel caso mostrare le tette sarebbe stata anche cosa ovvia, perché se reclamizzi un push-up ci sta che tu ne faccia vedere il risultato e, di norma, dentro un reggiseno ci stanno le tette. Ma, vedi, qui si sta parlando di ben altro. Cosa c’entra il seno e più in generale il corpo femminile con quanto si vorrebbe pubblicizzare in questi esempi? Assolutamente niente. Sono solo dei pezzi di prosciutto, dei feticci, degli oggetti basic intercambiabili che possono essere usati per pubblicizzare qualsiasi cosa. Dunque vediamo: abbiamo un compro oro e argento, ultima new entry sul podio del trash e della volgarità palermitana e che in questi giorni ha dato un gran bel parlare, una poco nota (nonostante gli innumerevoli sforzi di marketing) compagnia di navigazione che collega Campania e Sicilia, un negozio di ottica che promuove sconti sulle montature, un famoso marchio nostrano di latticini, un’azienda fornitrice di servizi adsl e un noto sistema antivirus. Tra un link ed un altro la mia ricerca tra le pubblicità più mortificanti e volgari nel web sembrava non avere fine e ho deciso di fermarmi nonostante avessi avuto tanto, tantissimo altro materiale da aggiungere a questa galleria, che, manco a dirlo, prende ad oggetto tutte, ma proprio tutte, le parti anatomiche del gentil sesso, condite dalle più fantasiose allusioni che qui, per ragioni di spazio, non tratteremo (case di abbigliamento che ritraggono la donna che sorride mentre tiene in mano un cetriolo [no comment]; flaconi di profumo posizionati proprio li; improbabili signorine di nome Giovanna che si improvvisano esperte di tecniche di verniciatura e siliconi sigillanti; automobili che vengono lavate e strofinate da ammiccanti miss magliette bagnate che, fradice, si spalmano sul cofano).
    Insomma è vero che ci sono riusciti, a far parlare di se. Un sacco di pagine in rete affrontano l’argomento riportando e diffondendo ovunque le varie pubblicità incriminate. Anche io le sto riproponendo in questo post quindi il risultato è che, ebbene si, anche io sto facendo il loro sporco gioco.
    Perché è inutile girarci intorno, queste sono pubblicità offensive punto e basta. E per offensivo intendo il continuo accostare immagini del corpo della donna a slogan con richiami sessuali più o meno espliciti e più o meno volgari, senza che tra l’altro a questo si accompagni a un paritario utilizzo del corpo maschile: insomma, è sempre la donna a stare in mutande (o peggio senza) mentre l’uomo sta a guardare, spesso in giacca e cravatta (abbigliamenti e posizioni simbolicamente associate al potere e ai soldi).
    Ok, non bisogna essere esperti di comunicazione per immaginare quanto le pubblicità siano spietate e il mondo del marketing non brilli di certo in etica ed eleganza. Si vede roba via via peggiore giorno dopo giorno e non ci possiamo certo sconvolgere più di tanto per un seno in bellavista. Questo tipo di pubblicità è sempre esistita in maniera più o meno esplicita e non mi aspetto di certo che finisca in un periodo come quello che stiamo vivendo, sempre più squallido e decadente, arido di idee e contenuti.
    Mi chiedo però se è vero che valga sempre la regola del “purché se ne parli”. Quello che penso è che queste siano solo delle facili scorciatoie per attirare l’attenzione, che però a lungo andare non paghino, anzi possano essere controproducenti e di certo non contribuiscono a fare alzare l’indice ROI dell’azienda. Qualcosa, certo, faranno alzare, altrimenti non si spiegherebbe l’affannata rincorsa ad allusioni, doppi sensi e continui rimandi erotici e sessuali. Ma all’azienda serve davvero? Perché quello di cui sono convinta è che si, la pubblicità possa attirare, li per li, un’occhiata. Ma si tratta di un’attenzione momentanea, fine a se stessa, che si esaurisce nello stesso momento in cui il pensiero erotico lì nasce e lì muore e non ha nulla a che vedere con il prodotto che si vuole reclamizzare.
    Inoltre, sì, è vero, l’immagine che ne esce della donna è quella del pezzo di prosciutto, quella della donna-oggetto, dell’oca tutta tette senza cervello. Ma siamo sicuri che l’uomo ne esca poi così indenne? Oppure ci fa la figura del perfetto imbecille, facilissima preda d’immagini provocanti e la cui capacità di intelletto è completamente annientata alla vista di una posa sexy e di un seno prosperoso in primo piano?
    Andiamoci piano quindi ad incasellare come femminismo le reazioni a questi fenomeni. Non si tratta di una tematica, questa, che dovrebbe vedere scendere in campo esclusivamente le femministe. Io penso che anche i maschietti debbano sentirsi molto offesi da tale tipo di propaganda, a maggior ragione se si pensa che, spesso, dietro questi spot la mente ideatrice non è quella di un uomo.

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  • 19 commenti a “Purché se ne parli, per favore”

    1. Personalmente, qualche tempo fa, vedendo certe pubblicità mi veniva da ridere. Le trovavo talmente nonsense che non potevi fare altro che riderci su. Adesso però sono così tante che ormai non ci faccio più caso. Insomma leggo la pubblicità come le altre. Il soffermarsi o meno sulle tette di carta (perché è questo che si sta parlando, una stampa) credo che sia prettamente inutile anche a livello erotico. Ormai credo che neanche gli adolescenti in piena pubertà si fermino più a guardare certa roba. Purtroppo però, l’italiano medio adulto non vede una pubblicità ma una bella ragazza (di carta) sul quale fantasticare. Tristezza a palate!

    2. sì sì raggiuni c’hai michelina, ma uora m’a ddiri unni sunnu sti caittelloni chi mi l’agghiri a taliari tutti!! quannu sunnu cu Cuncietta appena ci nnè unu e io u taliu idda mi rice “sunnu miegghiu i mia o i sua??” e si un ci rico chi sunnu miegghiu i sua sunnu timpuliate a tignitè!!!!
      Ah, ma m’a spiecari puru na cuosa: ma stu cappedduzzu ri lana chi c’hai sempr’in tiesta puru ‘nta l’estate picchì?? Chi ssì tignusa????

    3. Michela hai ragione, è un tipo pubblicità stupida fatta da chi la pubblicità non la sa fare. Si è arrivati perfino a usare l’ ammiccamento per pubblicizzare (presunti) eventi culturali (manifesto sulle mura delle cattive). Ma non penso che siano più notate con ferina pulsione da nessun uomo (fatta eccezione per qualcuno rimasto qualche passo indietro…)
      Purtroppo sono ben altri fenomeni che relegano la donna nel ruolo di oggetto e trofeo…anche con la complicità delle donne stesse (alcune…non tutte!) che hanno scelto quel ruolo pur di raggiungere un obiettivo
      Personalmente certe pubblicità mi allontanano da un prodotto, se hanno bisogno di certi mezzucci vuol dire che di sostanza ne hanno ben poca!

    4. Chiddici ti ricordo che questa non è una chat. Grazie.

    5. Michela pur pensando che questo post abbia un po’ del sapore antico dell’ideologia volevo dire la mia sul tema del “purché se ne parli”. Secondo me se ne parla mantenendo l’accezione, quindi in pubblicità è importante che se ne parli BENE, non basta che se ne parli.

    6. @Riccardo: concordo pienamente. Però purtroppo c’è ancora chi pensa che sta roba funzioni
      @Vince: Hai centrato in pieno. Avevo scritto anche riguardo Le Mura delle Cattive http://www.rosalio.it/2015/07/14/cultura-cattiva/
      @Tony: ma io sono “antica” 😉 Comunque, ovvio che la penso anch’io così. Non va bene che se ne parli e basta, lo scopo sarebbe parlarne bene.

    7. Finchè ci saranno agenzie che pagano una donna per farle fare una pubblicità col seno al vento, e finchè ci saranno donne che accettano tale pagamento (legittimamente), non si può parlare di violenza sulle donne.
      Penso che queste pubblicità, al contrario di quello che molti ipocritamente asseriscono, contribuiscano molto al successo del prodotto. Un esempio storico è la pubblicità anni ’90 dell’intimo Roberta, che quando mise in giro i manifesti 6×3 con il fondoschiena di Michelle Hunziker, aumentò a dismisura le vendite. Il marketing di successo, da quando esiste la pubblicità, ha da sempre saputo quali corde toccare, e una di queste sono le donne nude o seminude, punto.

    8. Io dico che questo è marketing dei più bassi livelli, su due diversi (bassi) piani: 1) banalizza il prodotto, lo rende superfluo rispetto alla visione di una bella donna che, si metta per inciso ma neanche tanto, di solito viene ritratta senza testa, proprio a mò di oggetto; 2) usa il sesso in tutte le sue accezioni e rende poco credibile l’intera campagna, e il prodotto passerà non per il messaggio, non per il brand che crea ma per la mera raffigurazione della donna… il fatto è che a noi siciliani l’estetica attrae troppo, un pò come quei tascioni che girano Palermo Palermo con le auto schifotuning con stereo da sequestro!

      AC

    9. Questa ricerca ed esposizioni di immagini che hai concentrato nel post cosa sono?
      Hai richiamato l’attenzione su un post che più o meno consapevolmente le utilizza per attrarre lettori.
      Quindi ne più ne meno di quello che fanno quelli che lavorano nel marketing.

    10. Pablo infatti..anni 90! Sono passati quasi 15 anni!
      Beh a questo punto Rocco e le patatine è una genialata, almeno fa ridere

    11. stavo quasi pensando che ce l’avesse col genere maschile tutto per come aveva cominciato l’articolo…poi invece alla fine del pezzo esce il suo vero pensiero: Ma siamo sicuri che l’uomo ne esca poi così indenne? Oppure ci fa la figura del perfetto imbecille, facilissima preda d’immagini provocanti e la cui capacità di intelletto è completamente annientata alla vista di una posa sexy e di un seno prosperoso in primo piano?
      Le spiego il mio pensiero se posso. Per chi ha una mentalità un pò bigotta e sicuramente piena di tabù sessuali la figura che ci fa l’uomo è esattamente quella che ha descritto. Però secondo me l’odio che si legge tra le righe dell’articolo è in realtà solo verso le donne che vede su quei cartelloni e che sa essere state coinvolte nella produzione di quelle pubblicità, il mettere in mezzo il resto del mondo serve solo a giustificare e non palesare il senso di tradimento che prova (mi pare che nessuno sia obbligato a farle o a parteciparvi, cosa che vale anche per chi dovrebbe guardarle).
      Il discorso del ritorno di immagine è banale: solo se mi chiamo Coca Cola o Barilla ho necessità di preservare la mia immagine (costruita nei decenni) tramite pubblicità studiate per non offendere le minoranze, se il mio scopo è fare in modo che ti venga in mente un gelato e darti subito il nome di un bar a cui rivolgerti non ci sono problemi di ritorno di immagine. Si perchè per fortuna lei è una minoranza (almeno a livello nazionale) che in quelle pubblicità ci vede solo un’offesa (per chi poi? oltre a quelli che la pensano come lei?) e che confusamente cerca un appiglio qualunque per denigrarle (ma funzioneranno davvero?), per denigrare chi le usa (il ritorno di immagine non sarà negativo?) e anche chi le guarda (cit precedente..tutti gli uomini pelosi, puzzoni animali) ma in realtà semplicemente volendo portare avanti una censura secondo lei dovuta perchè collima con quello che lei pensa del pubblico decoro (si potrebbero aprire altri milioni di discorsi da qui…).
      A parte tutto ciò…ma non ci sono cose più importanti da discutere su Rosalio?!?! Palermo ha risolto davvero così tanti suoi problemi da potersi dedicare a come vengono fatte le pubblicità sui cartelloni? e la mentalità dei palermitani è così retrograda da invocare una censura? boh…non lo capisco e il fatto che sia uno degli articoli più commentati degli ultimi tempi mi fa riflettere…

    12. beh, c’avevo provato a mettere un pò di pepe alla discussione con qualche spunto polemico…ma forse era troppo polemico? Boh, me ne esco allora solo con i complimenti per l’autrice che ha avuto il coraggio di esporsi con un argomento così controverso.
      delusione nei confronti della moderazione…se vorrete spiegarmi sono a disposizione

    13. Falso positivo (ora è pubblicato). Ti invito a utilizzare l’e-mail per questo genere di chiarimenti e a rimanere in tema. Grazie.

    14. @ Giovanni: Le immagini le ho scelte in modo che facessero da sfondo a quello che volevo esprimere nel post. L’immagine di partenza è stata la pubblicità del compro oro, poi sono andata a cercare altri esempi simili. Non ho assolutamente pensato di poter “attrarre lettori” con quelle immagini. Quelle erano il punto di partenza per poter argomentare la critica.

      @ Zibibbo: Sono “nuova” su Rosalio, ma mi sono bastati tre post per farmi un’idea abbastanza chiara della qualità di alcuni commenti (anche abbastanza divertenti) di utenti che o leggono troppo distrattamente oppure criticano giusto perché traggono godimento dalla polemica fine a se stessa. Se lei avesse colto appieno il succo del mio articolo avrebbe capito come non c’è nessuna traccia di odio verso quelle donne (che infatti non ho chiamato donne ma “pezzi di prosciutto”). Per inciso, quelle non sono immagini di modelle fotografate per l’occasione, ma si tratta di foto stock fatte in serie e comprate a due soldi su internet e possibilmente manco da siti italiani.
      Forse lei parla di odio perché immagina che dietro questo schermo ci sia una femminista racchia e arraggiata che appena vede una modella gnocca su un manifesto rosica di invidia e spara a zero sulle belle donne e sugli uomini che guardano le belle donne. Ahi ahi, mannaggia, sono stata scoperta, in realtà volevo esserci io su quei manifesti!!! 🙂
      Infine, basta fare un giro in rete per vedere come di questo argomento così “poco importante” se ne parla. E se ne parla tanto. E non credo che la mancanza di rispetto verso la figura femminile ( che lei liquida con un semplice “come vengono fatte le pubblicità sui cartelloni” ) sia un problema meno importante delle autostrade che crollano o della immondizia che ci sovrasta. Anzi. Senza Rispetto e Cultura non si va da nessuna parte.

    15. Non toccate la pubblicità Zappalà, per favore. Quella è stata puro genio, ai tempi, giocando sull’associazione di idee fra latte, mammelle, mozzarelle, seni.
      Le altre, ahimè, utilizzano un sottotesto molto più dozzinale e volgare.
      E la Zappalà non ha mai più raggiunto vette come quella, in pubblicità…

    16. @ Michela l’avevo detto che ero stato un pò polemico 🙂
      cmq giusto per amore di discussione: non pensavo lei fosse una racchia a cui viene la raggia a guardare le gnocche in pubblicità ma semplicemente una (inconsapevole a questo punto?) femminista a cui viene la raggia perchè delle donne si prestano a farle ste pubblicità.
      …e dalla sua risposta non si capisco se c’ho preso o meno ma credo di si 🙂
      In merito a quanto sia importante l’argomento mi rendo conto che si tratta di un giudizio personale ma imho ci sono cose più importanti su cui impegnare le meningi e, mi scusi, ma il fatto che se ne parla molto sul web per me non significa niente. Basta vedere quante persone ci sono che si occupano di chemtrails o di omeopatia solo per dire due assurdità…

    17. @ Michela ah! e grazie per la risposta!
      @ Rosalio scusa ma non sapevo qual’è la prassi qui in questi casi, non risuccederà.

    18. Personalmente non compro cose che ritengo malamente pubblicizzate. E quelle sono brutte pubblicità. Ma sul punto non vedo in giro grossa indignazione anche da parte del mondo femminile, del resto la volgarità che una volta era quasi esclusivamente prerogativa del maschio, oggi è trasversale e non solo maschile.

    19. @zibibbo: no, non mi ritengo femminista, nemmeno inconsapevolmente (anzi mi stanno piuttosto antipatiche le femministe 🙂 ) . E ribadisco che queste fotografie non sono state fatte per l’occasione ma sono state acquistate in rete da siti di microstock, ossia enormi banche mondiali di immagini a qualità variabile la cui licenza di utilizzo viene acquistata ad un prezzo molto più basso rispetto ai prezzi di un’agenzia fotografica tradizionale. Gli utilizzi sono molteplici, dai siti, alla cucina, alle riviste, alle pubblicità. E se compaiono dei modelli, essi non sono tenuti a sapere per cosa sarà usata l’immagine che li ritrae. Quindi, la modella della foto di qualsiasi nazionalità sia (e ammesso che sia una modella e non un manichino arrangiato su photoshop) non ha la minima idea dell’utilizzo che sarà fatto dell’immagine per cui si è prestata. Ergo, come potrei essere arrangiata con la povera inconsapevole? 🙂

      @ orazio: ahimè, concordo in pieno.

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